Giulio Leoni.
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IL PRINCIPE. IL ROMANZO DI CESARE BORGIA.
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2018. Casa Editrice Nord, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Imola, dicembre 1502. Asserragliato in citt con le poche truppe ancora fedeli, Cesare Borgia si trova a contemplare il tramonto di quello che  stato il suo grande sogno: dominare l'Italia intera.
I capitani di ventura che lo hanno accompagnato fino a adesso lo hanno ormai abbandonato e ora si apprestano a tradirlo.
Cesare  in preda alla disperazione, con la mente che vaga tra i fantasmi delle sue passate vittorie. Ma come fosse un segno di benevolenza divina, proprio in quel momento le vedette annunciano il ritorno di Leonardo da Vinci, l'uomo cui il duca Valentino ha affidato il compito di ideare nuove armi e di rafforzare le difese dei nuovi domini. Un'improvvisa luce di speranza si accende nella cupa fortezza in cui si  rifugiato. E non  solo l'offerta di innovativi e terribili strumenti di distruzione a risollevare l'animo di Cesare. L'arrivo del maestro riaccende anche quella fascinazione reciproca nata nel corso del loro primo incontro a Milano, anni prima. E il dialogo si trasforma in un confronto tra due concezioni del mondo apparentemente agli antipodi, sebbene entrambe soggiogate da un desiderio spasmodico di bellezza: bellezza nell'armonia del corpo e della sua rappresentazione per l'artista, bellezza nella forma di un grande progetto politico per il condottiero. E, evocando il ricordo delle battaglie passate, insieme con squarci della difficile giovinezza di Cesare e delle sinistre premonizioni della sua fine, prende corpo l'intuizione per superare con un colpo magistrale l'attuale difficolt: quando Leonardo gli illustra il progetto della sua Battaglia di Anghiari e la grande allegoria della crudelt umana che ne sar il cardine, nella mente del Borgia si forma a poco a poco un affresco altrettanto maestoso, quello che sar il capolavoro politico del suo genio spietato...
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L'AUTORE.
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Giulio Leoni, romano,  uno degli scrittori italiani di gialli storici e di narrativa del mistero pi conosciuti all'estero, grazie anche alla serie di romanzi dedicati alle avventure di Dante Alighieri, tradotta in tutti i maggiori Paesi del mondo. Ma oltre a riguardare il remoto passato, i suoi interessi vanno anche verso la storia del secolo appena trascorso, soprattutto nei suoi aspetti meno conosciuti e controversi. Elementi che trasporta spesso nei suoi romanzi, dove anche le trame pi sorprendenti si sviluppano su uno sfondo storico ricostruito con precisione, e in cui personaggi reali e finzione narrativa s'intrecciano, dando vita a un teatro delle ombre enigmatico e affascinante.
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Visto, perci, che non posso fare il galante,
in questi tempi dalla loquela ornata,
ho deciso di fare il furfante
e di odiare gli oziosi piaceri del giorno d'oggi.
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William Shakespeare.
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Capitolo 1.
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Imola, dicembre 1502.
C' un sole diverso, un cerchio dorato che brucia nel cielo pi grande e pi splendente del nostro.
L'aria  pi tersa, popolata di uccelli dal canto melodioso e dai colori mai pi visti. Anche il colore degli uomini  difforme. Diverse le loro lingue, che non paiono umane,  altre le vesti, altri gli usi.
Sono genti composite, in parte ingenue creature come all'alba della creazione, pi vicine alle bestie che ai figli di Dio. In parte popoli guerrieri abili nella caccia  e nell'offesa, capaci di battersi a pi fermo non meno dei cristiani.
Fiumi immensi che non si distinguono dal mare si addentrano nelle viscere di questa nuova terra. E oro e gemme si celano nelle sue sabbie, appena sotto la  superficie, tanto che la mano pu facilmente raggiungerle senza sforzo alcuno.
Citt immense vi sorgono, e ve n' una lastricata d'oro che dicono sia governata da un uomo la cui pelle  coperta parimenti d'oro, imperatore supremo di quel luogo. Occorrono tre mesi di mare per raggiungerle, e poi altre settimane di viaggi attraverso foreste e pianure e montagne innevate, ma chiunque abbia la ventura e l'ardire di porsi a tanta impresa potr a  buon diritto proclamarsi signore di quelle terre che sono ancora sottratte allo scettro di Spagna.
Cesare Borgia volt l'ultima pergamena. Sul retro del foglio v'era tratteggiato a penna lo schizzo sommario di una mappa. Rappresentava un tratto di costa segnato da insenature e promontori, e dalla traccia di fiumi che provenivano dall'interno. Una catena montuosa sembrava sorgere a sbarrare il cammino verso l'interno, e pi oltre una croce marcava un punto accompagnata dall'indicazione dei gradi di longitudine e di latitudine.
Torn al principio del piccolo gruppo di pagine, ricominciando a leggere. La relazione che in segreto era stata inviata a Roma, raccolta dal nunzio apostolico di Siviglia, proveniva da uno dei marinai che avevano accompagnato Amerigo Vespucci nel suo secondo viaggio nelle Indie Occidentali.
Quando era stata consegnata al palazzo apostolico, era rimasta a lungo negli archivi della corrispondenza vaticana, bollata come un'altra delle stravaganze che  giungevano da quelle nuove terre, dopo che il genovese le aveva tratte dall'oscurit.
Quasi per caso era stata finalmente recapitata al camerlengo di Alessandro sesto, che senza prestarle troppa attenzione l'aveva rimessa nelle sue mani, come capo della milizia vaticana. Qui si parla di conquiste e di imperi. Non  materia spirituale.
Un regno, un regno alimentato da un flusso d'oro smisurato. E con uomini atti alle armi, forse da potersi condurre alla battaglia, dopo aver insegnato il modo nostro di  armarsi e di combattere.
Terre che ancora non erano nel dominio dei re di Spagna o di Francia. Terre che sotto lo stendardo della Chiesa e la croce di Cristo potevano essere erette a fortezza lontana e imprendibile. Le carte del mondo sarebbero state ridisegnate, e perch no, un giorno mille vele si
sarebbero dispiegate dall'altra parte del mare, e gli eredi di quella grande impresa sarebbero tornati a rivendicare il luogo che il destino avrebbe riservato loro, e che ora una mezza dozzina di cani e traditori avevano rovinato...
La sua mano scatt con un guizzo rabbioso, conficcando sul piano del tavolo il pugnale che aveva estratto dalla cintola, e poi colp ripetutamente un'altra mezza dozzina di volte.
Cos'avete, padrone? disse una voce alle sue spalle. Miguel de Corella, il valenziano e l'unico degli ufficiali che avesse il permesso di entrare nelle sue stanze senza farsi annunciare, mosse qualche passo avanti, fino ad accostarsi al tavolo.
Cesare stringeva ancora nella mano tremante per l'ira il pugnale. Lo estrasse di nuovo dal tavolo scheggiato e, invece di riporlo, rimase con l'arma sospesa a mezz'aria, come se volesse leggere qualcosa nell'acciaio affilato. Su quanti uomini possiamo  contare, Miguel?
Di certi, padrone?
Certo  nessuno, replic cupo Cesare. Anche tu, se ne avessi convenienza, mi tradiresti. Ma almeno che siano difficili a corrompere.
Direi due compagnie della Chiesa, e qualche toscano, rispose il valenziano, senza apparentemente dar peso all'amaro giudizio del duca. Hanno avuto sempre regolare il soldo promesso e le parti di bottino. E non sono di quelle terre che avete  strappato agli antichi signori,
n lance francesi o spagnole, che obbediscono piuttosto ai loro re che non al legittimo condottiero.
E quanti tra loro potrebbero seguirmi in un'impresa di mare?
Di mare, padrone? Miguel era sconcertato. I nostri son gente di terra, non pirati genovesi o veneziani. Saprebbero far ben poco su un ponte di galea. Che avete in mente?
Cesare torn a giocherellare nervosamente con la lama del pugnale. Puntellare la mia rovina.
Raccogliere quel che resta della forza nostra, e trasferirlo oltre l'orizzonte per riprendere a salire.
Il valenziano si strinse nelle spalle. Sembra che parliate di terre lontane. Ma non  lontano il pericolo, per quel che avete saputo, bens sulla soglia delle nostre tende.
Ricordi la storia del grande Alessandro, di cui ti ho parlato? chiese Cesare, senza raccogliere l'obiezione. Si era risollevato nelle spalle, rianimato dall'improvvisa e rinnovata energia che sentiva scorrere nei suoi muscoli. Che cosa farebbe, quel greco, se conoscesse quello che noi
sappiamo? Corse verso il confine del mondo, muovendo miglio dopo miglio verso oriente, in cerca dell'aurora. Perch in quel tempo prima della venuta del Cristo il mondo cominciava e finiva da quella parte. E si ferm soltanto quando la luce che cercava si rivel troppo calda e violenta, al punto di bruciare le sue penne.
S, ricordo, ma...
Ma se avesse saputo che altra terra di cui farsi signore esisteva al di l dell'oceano, tanto grande da soddisfare tutte le brame, non credi che avrebbe invertito il suo corso e fatto invece vela verso il tramonto, per farsi signore del mondo?
Miguel de Corella aveva seguito a stento il discorso eccitato del suo padrone. Non saprei, signore. A me sembra che si combatta meglio su terra conosciuta, con  nemici della nostra razza, con cui ci si possa intendere su un assalto, una tregua o una resa. Non so nulla di queste nuove terre di cui si vocifera, ma non ho mai dato credito alle fole dei marinai, sia dei mostri che popolano i loro mari sia di isole lontane e misteriose, sia degli immensi tesori di cui cianciano nelle loro bettole quando danno l'abbordaggio alle botti di buon vino. Che poi  il mare che navigano con maggior piacere.
Dovremmo raggiungere Siviglia, e di l organizzare alcune navi per affrontare l'oceano.
Chieder aiuto al vecchio bastardo, perch mi apra la strada attraverso gli uffici del nunzio presso il re di Spagna, continu Cesare, senza far mostra di considerare le obiezioni del valenziano. Ci ritireremo verso Roma, caricando sui carri quello che ci resta dei possessi conquistati, e di l raggiungeremo Pisa, e poi una galea alla volta della Spagna...
Ma perch fuggire, padrone? La rocca  salda e ben munita, possiamo resistere a lungo a un assedio, le sorti possono mutare. Uomini nostri mi dicono che a Roma il  papa vostro padre sta rastrellando i beni di nobili e cardinali, per armare nuove schiere. Potremo ricevere aiuti con cui rovesciare le sorti...
Chiudermi come un topo e resistere fino allo sfinimento? lo ferm Cesare con un gesto imperioso della mano. O Cesare, o nessuno, ti dissi quando ti legasti a  me, e questo ho scritto nella mia impresa. Questo rester nella storia, dovesse andare a  concludersi dall'altra parte della terra. Se non altro sconfigger la malasorte, che mi vuole spacciato a  tradimento in qualche forra di Francia. Non posso restare qui, ad attendere il pugnale di qualche  sicario che giunge nella
notte.


Capitolo 2.

Alcuni mesi prima,
Castello di Magione, primo ottobre 1502.
L'antica badia fortifiata spiccava tra gli alti cipressi, a ridosso della via Francigena. Per secoli aveva offerto ricovero e cura ai pellegrini diretti a Roma, ma ora i numerosi accampamenti di
uomini armati che la circondavano stavano a testimoniare come negli ultimi tempi avesse perso la sua funzione di cristiano ausilio, per diventare una munita fortezza. In una sala del mastio, residenza del cardinale Orsini, era riunita intorno a un lungo tavolo di  quercia una dozzina di uomini. Abiti e armi appoggiate con apparente noncuranza agli scranni  testimoniavano la loro reale natura di condottieri, giunti a quel convegno accompagnati dalle loro milizie.
La luce del sole che entrava dalle alte finestre era ancora forte, nonostante l'autunno inoltrato.
E accendeva improvvisi barbagli sul corpo di quegli uomini, a ogni loro nervoso movimento, rivelando come sotto gli abiti ciascuno indossasse una protezione d'acciaio.
Spia del loro essere e della scarsa fiducia dell'uno verso l'altro. Un'atmosfera sospettosa, rafforzata dal silenzio che gravava sulla riunione, dopo pochi e brevi convenevoli di saluto all'arrivo.
Sappiamo tutti perch siamo qui, esclam finalmente Oliverotto da Fermo, rompendo gli
indugi. Si era alzato dal suo posto, e fissava gli altri con i suoi occhi scurissimi, scavati in un volto
ancor giovane. E dunque perch menare per la cavezza il destriero della nostra ira, quando
possiamo balzare in arcione?
Ira? Che intende il signore di Fermo, con questa parola? replic Giampaolo Baglioni, un altro
dei capitani di ventura presenti. Ira verso chi?
Sapete benissimo a chi io mi riferisca. Il Valentino, e la sua perversa ambizione, che rischia di
travolgere le vite e gli interessi di noi tutti, compromettendo tutto il sereno vivere dell'intera
Italia.
Il Borgia? replic freddo il Baglioni. Eppure non foste voi a tesserne le lodi, proprio a
Fermo? E proprio nell'ora in cui vi apprestavate a fare strage del governo di quella citt, e perfino
del vostro stesso sangue? Sembra che quanto ad ambizione il Valentino potrebbe trovare in voi un
gagliardo mentore, seguit senza nascondere il suo tono sarcastico.
Oliverotto avvamp in volto, portando la mano alla spada. Poi serr i pugni allo spasimo,
trattenendosi. In un altro momento vi avrei chiesto soddisfazione in campo aperto, Giampaolo. E
avreste scoperto come la mia ambizione sia nulla a pari della mia ira. Ma non oggi. Quello che ho
detto del Valentino supera ogni nostro particolare interesse, e ci impone una stretta alleanza, se
vogliamo liberarci.
Liberarci di chi? chiese Paolo Orsini dal fondo del tavolo.
Del demonio, messer Paolo. Che  salito da Roma verso settentrione in compagnia delle armi
del Valentino, e lo seconda in ogni sua impresa.
Il demonio?
Quell'uomo ha stretto un patto con il maligno, e spartisce con lui il principato che si va
acquistando per le terre d'Italia. Con lui, e non con noi, che pure lo abbiamo issato in alto grazie
alle nostre lance.
Anzi, ogni sua mossa punta a insidiare sempre pi i nostri domini, torn a dire Paolo Orsini.
Egli paga le nostre condotte,  vero,  buon padrone di noi tutti e nessuna delle lance al suo
servizio ha mai dovuto dolersi per la mancata mercede. Ma sta risalendo lungo le Romagne con
l'impeto dei fiumi di pietra bollente che si dice scaturiscano dalla bocca del monte siciliano, che
tutto cancellano e devastano.
E ora parla di porre corte a Bologna, con la protezione dell'ambiguo papa Alessandro. Se
ottiene anche il principato della citt e la fa capitale del suo regno, ogni nostro possesso verr
inglobato nel suo, e noi ridotti di signori in vassalli. Bisogna fermarlo, concluse cupo Paolo
Orsini.
E come? chiese Antonio Giordano, un altro dei capitani che fino a quel momento aveva
seguito lo scambio in silenzio.
Come? Siamo noi la risposta al vostro rovello. Noi e le nostre spade e i nostri uomini. Senza
l'appoggio dei quali il Valentino mai sarebbe salito cos in alto, rispose animoso Oliverotto.
Togliamogli questo sostegno, e ricadr come una vescica sgonfia.
Dimenticate le lance francesi, che lo seguono e lo proteggono. Grazie al suo matrimonio ha
saputo guadagnarsi la protezione di Luigi di Francia, cinquecento cavalli che gli fanno corona
lungo la sua corsa.
Non dimentico nulla, messer Antonio. Ma vi ridico per vero quello che pi di costumato uomo
pubblico mi ha assicurato: il francese lo appogger finch lo vedr salire in favor di vento, ma
subito lo abbandoner non appena la sua stella conoscer l'eclisse. La perfidia gallica  nota,
come la sua avidit: guadagno con poca spesa, e una subita fuga in caso di pericolo. Vi ricordate la
discesa di Carlo VIII, appena qualche anno addietro? Sembrava dover mettere a rumore il mondo
intero, e in che si risolse se non in una vergognosa risalita di quella stessa via lungo cui era
disceso con arroganza?
Ma bast a disarcionare il Moro, che pareva arbitro d'Italia, mormor qualcuno.
Il Valentino non  il Moro. Noi basteremo, replic deciso Oliverotto.
E come pensate di agire?
Dovremo essere rapidi. Ecco il mio piano. Urbino  sua conquista recente, e non ancora
pacificata. Il duca di Montefeltro, il vecchio signore, era amato e ancora rimpianto. Non sar
difficile infiltrare in citt alcuni nostri uomini fidati, perch sobillino gli abitanti alla rivolta. Il
Valentino ha lasciato l poca guarnigione, nella sua corsa verso settentrione. Non sar difficile per
la rivolta guidata dai nostri aver ragione della sorveglianza alle porte, e aprirle al ritorno
dell'antico signore.
 possibile. Che cosa seguir?
La notizia della rivolta e della perdita giunger al Valentino, che certo sar costretto a tornare
indietro per riprendere in mano la situazione. E in quel punto dovr chiamarci in suo aiuto, e sar
in quel punto che noi concordemente condizioneremo l'appoggio sia a un aumento del soldo sia a
garanzie sui possessi. E nel mentre che correranno le trattative, al momento opportuno lo
affronteremo in campo aperto e in quel punto ci impadroniremo della sua persona, ponendo fine al
suo dominio.
Ci sono molti punti nel vostro ragionare, Oliverotto. Punti che solo un sartore molto esperto
potrebbe allineare senza fallo. Siete certo del successo dell'impresa?
Certissimo, se sapremo congiungere la rapidit dell'esecuzione alla decisione del volere.
Un lungo silenzio cadde sulla sala. Ognuno dei presenti sembrava riflettere sulla proposta, ma
nessuno ancora provava a commentarla, come se tutti aspettassero che l'altro rivelasse per primo
la sua opinione.
Alla stretta non avremo contro solo le lance francesi, disse infine una voce segnata dagli anni,
ma ancora ferma. Ma anche gli incanti perversi del Maligno.
Aveva parlato un uomo esile e curvo, eppure imponente nei paramenti della sua carica
ecclesiastica. Il cardinale Orsini, zio di Paolo e cardinale prebendario della badia di Magione.
Avete parlato voi stesso, Oliverotto, di un patto col diavolo stretto dal Valentino. Certo volevate
esprimervi per metafora, eppure le vostre parole sono forse portatrici di verit ben al di l delle
vostre intenzioni. Perch proprio questo si dice nella Curia, si valuta e si discute. E si crede.
Si crede? Il figlio di Alessandro papa in commercio con il Maligno? reag ironico Vitellozzo
Vitelli. Solo dei preti scimuniti potrebbero crederlo, sia detto con rispetto della vostra porpora.
Ma noi gente d'arme siamo di altra pasta.
Cesare Borgia ha accolto presso di s una strega conclamata, giunta dalle stesse terre
d'origine della sua famiglia, ma di stirpe enormemente pi antica. Una donna che egli spaccia per
amante, ma che in realt tiene le chiavi della porta degli inferi. E si fa per lui profetessa e maestra
di rituali. Si dice che possieda un grimorio dei nomi dei settecento demoni, e che sia essa stessa
un demone succube, che cela la sua natura orrenda sotto le meravigliose fattezze di una bellezza
peccaminosa.
Non saranno certo le furbizie di una zingara a fermarci, replic sprezzante Oliverotto. Non
sottovaluto le arti del Valentino: ma l'uomo  pericoloso per la sua audacia e la sua furia, non
certo per gli incantamenti di una strega. Ed  per questo che  interesse nostro e della sicurezza
dei regni il potercene liberare. Ma credo per certo che nulla potr contro di noi, se sapremo ben
pensare il piano e ben condurlo a effetto.
Certo! Un buon colpo di spada val meglio di polveri e suffumigi! esclam qualcuno dal fondo
della tavola, tra i grugniti di approvazione degli altri.
Il cardinale scosse la testa, cupo. Fate male a sottovalutare la possanza del maligno. Voi gente
d'arme siete scesi in campo innumerevoli volte, nelle vostre vite. E nel sangue e nel fragore avete
condotto le vostre giornate. Ma errate credendo che solo con la forza di visibili braccia si risolva il
conflitto, e che la bilancia della sorte abbia solo due piatti, il vincere e il perire. Questo appare ai
sensi appannati della nostra misera umanit, ma esiste un potere occulto che in modi invisibili
artiglia con le sue dita scarne l'uno o l'altro dei piatti, e torce il responso della bilancia verso
l'esito imprevedibile. E spesso questo potere si cela in esseri apparentemente miserabili, pi vicini
di tutti all'immondo grado delle bestie. Osceno  il potere del demone, quando si nasconde nel
tugurio di una vecchia degenerata o nell'antro di un folle eremita. Ma quando esso striscia nelle
stanze dei principi, e fin nel loro stesso letto, allora la sua possanza diviene terribile. Guardatevi
da essa!
Il tono drammatico con cui il cardinale aveva lanciato il suo allarme parve per un lungo istante
aver turbato i presenti. Nessuno sembrava voler replicare, e solo sguardi silenziosi correvano
dall'uno all'altro.
Poi fu ancora Vitellozzo a rompere gli indugi, con una scrollata di spalle. Strega o no, mi
preoccupano di pi le lance del Valentino che avremo contro. E questo  il mio disegno per averne
ragione. Raccolse da terra un grosso rotolo di carta e lo distese sul tavolo. Quando Urbino si
sar liberato, noi muoveremo con le nostre truppe verso Imola, dove il duca  alloggiato adesso,
atteggiando la nostra mossa come se fosse un correre in suo aiuto per riconquistare la citt. Ma
giunti a giusta distanza ci accamperemo, rifiutando con pretesti di muovere oltre senza avere tra
noi la sua presenza come guida. E quando Cesare sar tra le nostre tende... Vitellozzo si
interruppe, con un lampo feroce negli occhi. Puniremo questo altezzoso spagnolo, che crede di
farsi re di una terra non sua.


Capitolo 3.

Fano, 30 dicembre 1502.
Radunati nel cortile, i suoi uomini attendevano da ore che giungesse l'ordine di mettersi in
marcia. I soldati si erano distesi come potevano sotto ripari improvvisati per strappare alla notte
qualche ora di sonno, ma il primo accenno dell'alba, con il sottile filamento azzurrino all'orizzonte,
era valso da sveglia per tutti.
Nella sua stanza Cesare aveva trascorso la notte sveglio, gi nella sua veste da battaglia, la
maschera nera calata sul viso a celare le piaghe del suo male, che la convulsione del momento
aveva ormai risvegliato da qualche giorno. Gli sembrava di avere il cervello in fiamme, come
sempre all'alba di una giornata campale. Le idee e le immagini che si accavallavano le une sulle
altre come onde di una risacca tempestosa, la sensazione di essere posseduto da una forza
superiore che lo sconvolgeva senza permettergli di trovare un punto di equilibrio.
Era ancora nella posizione in cui lo avevano trovato le prime ombre della sera. Seduto al suo
scrittoio, davanti agli occhi le carte della relazione dalle Indie, con la mappa su cui era corso per
ore il suo pensiero.
Una carta che proprio grazie alla sua imprecisione dispiegava tutta la sua forza nell'animo del
condottiero. Quello spazio vuoto, quelle difficolt appena accennate da una goccia d'inchiostro, la
morte celata dietro un tratto di penna, invece di respingerlo con la loro opacit lo attiravano
irresistibilmente come la voragine che attrae il viaggiatore giunto sull'orlo dell'abisso.
Nella sera precedente, prima che quei tratti sparissero sommersi dalle ombre della notte, gli
era parso di leggere mescolate ai segni le parole dei libri in cui aveva cercato da ragazzo uno
specchio alle passioni che sentiva nascere dentro di s. Ci sono uomini che rivelano il meglio di s
nell'ordinato procedere delle cose, altri che temprano il proprio carattere e lo martellano come
una lama incandescente quando l'incertezza  pi forte, e la costa  scomparsa all'orizzonte .
Eppure qualcosa minava questa nuova decisione, qualcosa che lavorava sotterranea contro il
primo entusiasmo, come un tarlo corruttore. Un sentimento raramente provato, e sempre con
rabbia.
La vergogna. L'idea di fuggire dalla battaglia, di arrendersi, poteva essere compensata da una
corona in un mondo lontano, da cui le sue gesta sarebbero arrivate a stento, masticate nei
racconti di marinai ubriachi, indebolite dalla barbarie dei popoli su cui avrebbe eretto il proprio
trono?
Il sogno di cercare il suo regno dall'altra parte della terra, che in un momento di furore gli era
parsa l'ultima sfida da lanciare contro il destino, ora che la luce del giorno tornava ad avvicinarsi
gli sembrava vacillante come gli spettri che giungono in sogno all'alba, quando il dio Hipnos
socchiude la porta eburnea. E l'immagine luminosa di Alessandro, fulgido nella chioma d'oro e
nella corazza splendente, quell'immagine che gli era rimasta impressa negli occhi per tutto il
corso della notte, ora si faceva pi vicina e insieme pi incerta.
Sembrava volergli dire qualcosa, parole sussurrate al suo orecchio in una lingua
incomprensibile, cui non riusciva ad attribuire un significato preciso, se fossero di
incoraggiamento o di minaccia, o di ammonimento.
L'immagine era ferma davanti a lui, la mano puntata verso il suo volto, come se l'apparizione
volesse indicare qualcosa in lui, di cui lui stesso non fosse a conoscenza.
Nella visione, quella figura luminosa andava mutando. La ricostruzione ideale che nella sua
fantasia aveva creato sulla base della descrizione di Plutarco e delle sculture viste a Roma si
andava sovrapponendo a quella di un uomo che aveva incontrato davvero, bellissimo come si
diceva fosse il greco, dai lunghi capelli biondi che incorniciavano un volto dai tratti nobili e
perfetti. Un uomo ormai maturo, ma segnato da quel raro dono dello spirito di non essere afflitto
dai segni del tempo, immutabile come le figure divine cui dava vita eterna nelle sue opere.
Un uomo che lo aveva segnato sin dal giorno in cui lo aveva incontrato per la prima volta. A
Milano, alla splendida corte del Moro.


Capitolo 4.

Tre anni prima,
Milano, agosto 1499.
Cesare Borgia aveva abbandonato l'esercito francese, accampato a poche miglia dalla citt, ed era
sceso verso Milano confondendosi nella massa di contadini che dalla campagna cercavano rifugio
in citt.
Scoprire la reale forza del Moro e la sua capacit di resistere lo avrebbe fatto salire nella
considerazione di Luigi XII e accreditato come il vero artefice della conquista. Si esponeva a un
rischio e ne era cosciente, ma il desiderio di sostituirsi nel cuore del re alla guida ufficiale della
spedizione, Gian Giacomo Trivulzio, era troppo forte per resistervi.
Dopo la conquista di Alessandria, sapeva che ormai l'assalto finale era alle viste, e non gli
restava pi molto tempo per agire. Alla porta la guardia non gli aveva prestato troppa attenzione.
Si era spacciato per un mercante pisano ed era passato senza troppa difficolt, approfittando della
distrazione degli armigeri presi dallo scrutare l'eventuale avvicinarsi di truppe nemiche.
Una volta dentro le mura cerc di orientarsi, sui ricordi della sua precedente visita. Voleva
raggiungere il Castello, dove prevedibilmente era concentrato il grosso della truppa del Moro, per
farsi un'idea soprattutto dell'artiglieria di cui il duca poteva disporre. Si sapeva che aveva
destinato alle fonderie un gran numero di pani di bronzo, raccolti per la fusione del suo
monumento, ma era importante sapere se i pezzi erano gi stati fucinati.
In quella la sua attenzione fu attratta dal pianto di una donna, poco pi che una bambina,
prostrata sull'orlo di una fontana.
Che succede, giovane? chiese avvicinandosi.
C' timore, messere. Corre voce che i francesi stiano muovendo truppe verso la citt. E il
signor nostro il Moro sta levando truppa per la difesa, rispose lei, asciugandosi gli occhi con il
dorso delle mani. L'angoscia le scavava una ruga nella fronte arrossata dal sole, che conferiva una
strana e dolorosa maturit ai suoi tratti ancora acerbi. Temo che anche il mio promesso sposo
dovr servire.
Hai per promesso un uomo della guardia del Moro? chiese ancora Cesare. E sono in molti gli
uomini a esser reclutati? A volte le verit pi preziose arrivavano dalle fonti pi modeste,
pensava. E forse avrebbe raccolto pi informazioni ascoltando i popolani che non osservando gli
schieramenti di forze, spesso alterati ad arte. Che altro si dice?
Che questa volta non ci saranno i veneziani a dar man forte. E i milanesi dovranno vedersela
da soli, rispose ancora la giovane affranta. Ma forse la Grazia di Dio ci aiuter ancora. Si dice
che il Moro stia raccogliendo un esercito nelle campagne e che si appresti a raggiungerlo per
sorprendere i francesi alle spalle, aggiunse, abbassando la voce e avvicinando il visetto
all'orecchio di Cesare.
Che il Moro potesse abbandonare Milano e tentare di riorganizzare le forze in un luogo sicuro
per poi tornare a riprendersi la citt era una delle ipotesi in campo, tenuta presente anche da
Trivulzio. Ma se ne avesse avuto la prova avrebbe potuto sfruttare quella conoscenza per essere il
primo con i suoi uomini a varcare le mura, e intitolarsi la conquista. S, valeva la pena di
continuare a osservare quello che accadeva intorno.
Le vie erano piene di gente e di carri. Il calore del sole estivo esaltava tutti gli odori, tanto quelli
delle erbe e delle frutta che venivano condotte ai mercati, quanto quelli sgradevoli delle feci di
muli e cavalli che lordavano il selciato. Cominci a vagare in giro, tendendo l'orecchio ai discorsi
che correvano nei piccoli crocchi di popolani riuniti qua e l.
Ma non gli riusciva di cogliere altri riferimenti alla situazione militare, solo discussioni su
compravendite, matrimoni, nascite e morti, l'ordinario argomentare degli esseri semplici in ogni
luogo.
Stava per perdere le speranze, e tornare a orientarsi deciso verso il Castello, quando gli giunse
all'orecchio un'esclamazione pi forte delle altre.
Maledetto Moro, forse ci libereremo di lui e della sua schiatta!
Si volse di scatto, per identificare il punto da cui si era levata la voce. Ma in quel luogo tre vie
confluivano in piccolo slargo, dove sorgevano i banchi di un mercato improvvisato. E intorno una
folla di uomini e donne intenti a scegliere tra la povera merce esposta, troppo rimescolati per
capire chi avesse parlato.
Ma chiunque fosse stato, pens, lo aveva fatto senza alcuna remora di essere ascoltato e
denunciato alle guardie del duca. Dunque esisteva un'avversione dei milanesi verso il Moro,
invisibile nelle cerimonie di corte e nell'apparente sicurezza del duca. E questa era forse la notizia
pi importante tra tutte quelle che avrebbe potuto riportare nel suo campo.
Intanto aveva continuato a vagare, sull'onda dei movimenti dei popolani. Poi in lontananza gli
parve di scorgere una visione di sogno, una gigantesca testa di cavallo che svettava sopra i tetti, al
centro di una piazza.
Si ferm a bocca aperta a rimirare quell'oggetto incredibile. Di certo il cavallo che aveva messo
fine alla gloria di Troia non doveva esser stato minore di quello, pens, mentre sfiorava uno dei
suoi garretti, imponente come un tronco di quercia.
Sotto le dita avvert una materia friabile: non si trattava di una statua in pietra o metallo, ma
solo dell'anima di creta che poi avrebbe accolto intorno a s lo stampo per la fusione, un'impresa
di cui certo non s'era mai visto l'eguale.
Poi, guardandosi ancora intorno, scorse la facciata di una grande cattedrale, dominata sul fondo
da una massiccia tribuna coronata da una cupola, un'architettura cos imponente da rivaleggiare
solo con quelle delle cattedrali di Roma e Firenze.
La vista di quelle forme risvegli qualcosa dentro di lui, qualcosa che gli anni di guerra credeva
avessero cancellato. Una sensazione di forza e di bellezza, che sin da bimbo aveva provato di
fronte a ogni costruzione maestosa, di cui percepiva confusamente nascosta nella pietra la sfida
contro il tempo.
Quella citt doveva essere abitata da titani, si ritrov a pensare, mentre con il naso all'ins
continuava a passare dalla bestia alla chiesa.
Incuriosito varc il portale d'ingresso e percorse un tratto della lunga navata, prima di
imbattersi in un frate domenicano.  il convento di Santa Maria delle Grazie, rispose quello a
una sua domanda. Siete qui per il maestro?
Il maestro?
Maestro Leonardo, nel refettorio. Disse di attendere un visitatore. Siete quello?
Cesare Borgia esit un attimo, poi annu. Quel nome non gli era nuovo. Aveva gi incontrato il
maestro in una festa nel castello del Moro, un incontro fuggevole in cui aveva colto solo l'aspetto
di profeta e la melodiosa parlata toscana dell'artista. Ma tanto era bastato per avere la sensazione
di essere davanti a un uomo straordinario.
Esistono esseri angelici, diceva la sua vecchia fantesca di Subiaco, dove aveva trascorso
l'infanzia insieme con la madre. E si riconoscono per la luce che spandono intorno. E davvero gli
era sembrato di scorgere una sorta di alone intorno alla magnifica testa e al profilo seducente
dell'uomo. Se il caso ora gli offriva la possibilit di intrattenersi con lui, non avrebbe certo
rifiutato.
Si lasci condurre attraverso una porta laterale lungo un grande chiostro, e poi in una vasta
sala dalla pianta rettangolare chiusa in alto da una volta a botte. Sulla parete di fondo sorgeva un
castello di pali e tavole, dietro al quale si intravedevano delle forme colorate che occupavano tutta
la parte superiore della lunetta.
Sul ripiano pi alto c'era un uomo rivolto di spalle. Impugnava nella destra un candelabro con
quattro candele accese nonostante fosse giorno pieno, e con la sinistra sembrava intento a
ritoccare qualcosa sul muro. I lunghi capelli biondi spuntavano da una berretta di seta azzurra,
arricchiti qua e l da filamenti bianchi.
Anche le sue vesti erano quelle raffinate di un gentiluomo pi che quelle di un lavorante.
Cesare si arrest, incerto su cosa fare. Accanto a lui il frate scosse la testa. Non la finir mai,
lo sent mormorare con aria critica. Non finisce mai niente.
Che intendete? chiese sottovoce.
L'Ultima Cena . Ci lavora da anni, ma disfa di notte quel che ha fatto di giorno, come l'antica
Penelope. E la domenica sono i colori che scivolano via dal muro, e al luned che Dio manda in
terra bisogna ricominciare, rispose il frate, tornando a scuotere la testa per poi voltarsi verso
l'ingresso. Male fece il Moro a dargli la commessa.
L'uomo sull'impalcatura doveva aver avvertito la loro presenza, perch si gir e corse con lo
sguardo dall'uno all'altro pi volte, prima di soffermarsi su Cesare.
Chi siete? Non aspettavo voi, disse l'uomo, con il suo armonioso accento toscano.
Cesare si assicur che il frate si fosse allontanato. Sono il figlio di Alessandro papa. E rendo
omaggio al maestro Leonardo, principe degli artisti.
Cesare si pent subito di quelle parole. Avrebbe voluto presentarsi orgogliosamente con il suo
nome e il suo titolo, invece di umiliarsi facendosi schermo della sua famiglia. Ma qualcosa nella
figura maestosa dell'artista glielo aveva impedito. Per la prima volta dai tempi dell'infanzia
provava la sensazione di essere davanti a qualcuno maggiore di lui, cui neppure la sua alterigia
poteva farsi eguale.
Il duca Valentino? fece Leonardo, senza celare la sorpresa. Qui? I francesi sono gi entrati in
Milano?
Non ancora, rispose Cesare in tono vago.
Avete avuto coraggio, a venire dunque da solo, replic Leonardo. Da qualche istante
sembrava intento a scrutarlo con attenzione da capo a piedi, con una nuova luce negli occhi
azzurri. Siete pi giovane di quel che pensavo, a sentire delle vostre imprese. Davvero una visita
inattesa, ma temevo di peggio.
Di peggio? sobbalz Cesare.
Un messo dell'arcidiocesi. Non sono molto contenti del risultato della mia opera, rispose
Leonardo, tornando ad avvicinare il candelabro alla parete, come se volesse verificare ancora un
particolare. N ho denaro da dare indietro, se volessero rompere il contratto.
Cesare Borgia si mosse in avanti. A mano a mano che procedeva, i colori della rappresentazione
dietro l'impalcatura si facevano pi vividi, e le figure rappresentate emergevano con chiarezza.
Ma  un'opera divina... mormor a bocca aperta, quando fu a ridosso della grande pittura.
Ogni interesse per la sua missione sembrava scomparso.
S, conferm Leonardo, asciugando la punta del pennello con una pezzuola. Ma avrei potuto
far di meglio, se quei malnati non mi fossero stati sul collo per tutto il tempo.
Meglio dell'ottimo, non credo possibile... mormor ancora Cesare, gli occhi colmi della
meraviglia che scorgeva. Soprappensiero si era afferrato a uno dei pali della struttura, issandosi
fino al livello su cui poggiava i piedi Leonardo. Credo che nemmeno i grandi romani abbiano mai
conosciuto cosa del genere. Mai il Cristo  stato cos onorato per figure, un omaggio che durer
nel secolo...
L'artista continuava a osservarlo, ora che gli era vicino, con ancor maggiore intensit. Per un
attimo gli parve che stesse per allungare una mano a sfiorargli il volto. Ma poi con un gesto
inaspettato Leonardo dette un'alzata di spalle. Un secolo? Tutto questo non durer lo spazio di
una generazione.
Non  possibile che venga distrutto, replic deciso Cesare. Chi oserebbe metter mano a
questo capolavoro? Nessun signore di Milano, oggi o in futuro, lo permetterebbe.
Nessuna mano di uomo. Ma quanto ai signori, essi celano sotto i manti di ermellino la loro
natura di zotici, che perfino un uomo privo di lettere come me  in grado di avvertire. No, il
nemico di quest'opera  essa stessa. Mi hanno imposto di stenderla su una parete male esposta,
intrisa d'acqua, pregna dei suffumigi della cucina di questi dannati frati. Ho fatto del mio meglio
per creare dei colori che potessero resistere, ma tutto sembra inutile. Questa pittura svanir, e
che vada dunque alla malora! Avevo proposto al Moro qualcosa di eterno, per la gloria eterna, sua
e dell'artista. Un colosso in bronzo, da rivaleggiare con quello di Rodi...
L'enorme cavallo che ho visto eretto in piazza?
Leonardo distolse lo sguardo dal dipinto, lo sguardo vacuo, immerso in una visione lontana.
Una fusione a cera persa, la pi grande mai tentata. E quei somari della corte a soffiare negli
orecchi del duca che non sia possibile, che mai il bronzo potrebbe... Dannati. Eppure ci sarei
riuscito, se il duca non avesse speso tutto il bronzo ammassato per dei nuovi cannoni. Ormai
anche il cavallo svanir, concluse con una smorfia amara.
Non v' bellezza, maestro, se la forza non la sostiene. A che varrebbe il cavallo al Moro, se
perde il regno? obiett Cesare.
Resterebbe l'opera, indifferente al suo padrone. I goti si impadronirono delle colonne romane,
poi anch'essi vennero sommersi, ma le colonne restano eterne.
Ma anche il regno ha la sua bellezza...
... e comunque nemmeno i cannoni nuovi salveranno il Moro. Io gli avevo suggerito una nuova
arma da realizzare con quel bronzo, che almeno gli avrebbe data certezza di vittoria, lo
interruppe l'artista. Armi talmente nuove da non avere l'eguale in tutta Europa.
Armi nuove? chiese Cesare, improvvisamente fattosi attento.
E non solo. Ponti da gettare su un fiume senza armatura, torri mobili da assedio, pezzi
d'artiglieria in grado di portarsi da soli sulla linea di fuoco...
Dite davvero, maestro? chiese avido Cesare, mentre nella sua mente cercava di dare una
forma a quanto l'altro andava elencando. Vi confesso che mi riesce difficile crederlo. Ho visto le
meraviglie che avete saputo realizzare per rallegrare le feste del Moro, e mi inchino alla
grandezza della vostra opera di colore. Ma l'arte della guerra  altra cosa, male si coniuga con
una mente affezionata alle stravaganze di una creazione continua. La guerra  ordine, organismo
di cose molteplici,  ferro e non pennelli...
La guerra  orrore. E l'orrore non  che un rovescio della bellezza, un abisso altrettanto
profondo. Ma come vi ho detto, ogni mia idea  restata sulla carta, replic l'artista, con un'ombra
di delusione nella voce.
Cesare Borgia torn a fissare la grande pittura, ammirando la perfezione con cui l'artista aveva
disposto le masse delle sue figure, alternandole secondo un ordine preciso con un perfetto
equilibrio tra vuoti e pieni.
In fondo non era molto diverso dagli schemi con cui egli stesso aveva disposto pi volte le sue
forze su un foglio, anticipando il loro schierarsi sul terreno.
Forse ci rivedremo, maestro, disse di getto, fissando Leonardo negli occhi. Ho un lavoro per
voi.
Avete bisogno di pitture?
Un sorriso sottile addolc le labbra del Borgia. Forse. Ho qualcosa di grande da disegnare nella
storia. E vorrei che fosse marchiato dalla stessa bellezza che illumina le opere vostre. Ma dunque
qual  il segreto della aurea misura?
Ogni rappresentazione su tela o tavola non  che una sintesi, e una correzione, rispose
Leonardo, dopo una breve riflessione.
Una sintesi, maestro? Una correzione? mormor il duca, dopo aver riflettuto a sua volta. In
quale senso?
Se io fossi uomo di lettere, saprei sostenere la mia idea con la parola di autorevoli autori, che
certo nella loro opera avranno dissertato sullo stesso tema. Ma essendo stato povero negli studi,
ho tratto ogni mio sapere e ogni regola per l'opera mia dall'osservazione del modo con cui
stimabili artisti hanno realizzato la loro. Ebbene, in ogni quadro v' una riduzione, perch solo
alcuni elementi dei tanti possibili l'artista decide di convocare nella sua opera.
Cesare si sforzava di seguire il filo dei pensieri dell'artista, ma la sua espressione perplessa
rivelava come ancora non gli riuscisse di coglierli a pieno.
Il nostro occhio  un organo meraviglioso, riprese Leonardo, cercando di venirgli incontro.
Ho studiato la sua composizione, nei miei studi di notomia, meravigliandomi sempre pi, a mano
a mano che intuivo qualcosa del suo segreto. Un organo in grado di registrare ogni pi piccolo
particolare della realt verso cui  orientato. Sta per all'artista selezionare, tra tutto quello che
vede, quegli elementi che soli meritano di essere fermati sulla tela. E in quest'atto di riduzione
quella che poteva essere una semplice replica di ci che fu visto diventa invece lo scenario di una
realt diversa e unica.  allora che la bellezza si fa strada faticosamente, fino a trasformare quel
piccolo spicchio di Natura in qualcosa di pi bello della Natura stessa. Quindi correggendola.
La bellezza dell'arte corregge l'opera stessa di Dio... mormor tra s Cesare. Dunque,
maestro, sembrate pensare che quello che determina l'unicit di un'opera non siano le forme che
vi compaiono, ma invece quelle assenti?
 cos. E ci che l'artista vi dispone non  distribuito a caso, ma secondo una precisa regola
dedotta dalla Natura, il perfetto equilibrio. Questo  il segreto di una ottima composizione. Una
distribuzione delle masse simmetrica, e un pari equilibrio dei vuoti e dei pieni.
Cesare ascoltava immobile, come pietrificato. Dentro di lui le parole di Leonardo risuonavano
come l'eco in una caverna, rimbalzando di concetto in concetto. Nella sua mente un'idea si
travasava in un'altra, e l'una accendeva la successiva, come un nugolo di faville trasportate dal
vento recano con s la minaccia del fuoco e lo diffondono. In fondo anche lo Stato  un'opera
d'arte, disse all'improvviso, rompendo il silenzio. E se quel che dite  vero, allora anche ci che
assicura la convivenza degli uomini, attraverso il dominio di uno su tutti, ebbene anche questo
dovrebbe obbedire alla stessa regola di bellezza che avete assegnato alle opere di pittura!
Esiste certo una somiglianza tra l'opera mia e la vostra, seppure con una differenza: un quadro
si conclude nel suo spazio, un regno nella sfera del suo tempo.
Cesare assent gravemente. Credo che abbiate ragione. E dunque del mio Stato  alla sua
durata nel tempo che dovrei mirare, pi che alla sua estensione?
Se volete che sia saldamente fondato, s.
E dovr essere un'armonia di vuoti e di pieni, come in un edificio? continu il duca,
meditabondo.
Cosa state pensando, duca?
Alle teste che dovr mozzare, per realizzare quell'equilibrio di cui mi dite. In quello che sar
l'ordine nuovo del mio regno.


Capitolo 5.

Quattordici anni prima,
rocca di Subiaco, 1485.
Cesare richiuse il codice e lo depose sullo scrittoio. Ma continuava a tenere le dita distese sulla
grande copertina di cuoio, come se fosse riluttante ad abbandonarlo. La sua mente era ancora
pervasa dalle parole e dalle immagini che vi si erano impresse leggendo le pagine ingiallite e
bucherellate dai vermi.
Era questa la sensazione che provava, che il suo animo fosse stato invaso da un esercito
possente che aveva distrutto ogni sua difesa e ora si accampava nel cuore, per non pi
abbandonarlo.
Il giorno precedente, fino a sera, era stato con il fratello chiuso in una saletta della rocca di
Subiaco, dove era nato e che era stata assegnata da suo padre come residenza per la sua famiglia
illegittima. Un esilio dorato, ricco di tutti i lussi in fatto di piaceri del corpo e della tavola, purch
goduti ben lontano da Roma, dove il nome dei Borgia era temuto, ma mai amato n rispettato.
E quando erano usciti dalla pubert a lui e ai fratelli era stato assegnato un precettore, perch
imparassero i rudimenti del sapere. Un vecchio sacerdote del luogo, esile e bianco come un panno
lavato, che non brillava particolarmente per dottrina, ma che forse proprio per questa sua
semplicit era stato scelto dal padre perch provvedesse alla prima istruzione dei piccoli Borgia. E
che divideva le giornate con il maestro d'armi, incaricato di introdurre lui e il fratello Juan all'arte
del combattimento.
Era il sacerdote che forniva gli scritti per lo studio, giungendo ogni volta con sotto braccio un
carico di codici e scartafacci, che poi depositava sullo scrittoio per servirsene a seconda della
materia affrontata. L'opera di Donato per la grammatica, un erbario e un trattato di fisiologia
naturale, una silloge delle opere di poesia dell'antichit, e poi vite di santi e uomini illustri,
qualche scritto in francese e qualche opera di storici latini, la storia dei papi e del regno della
Chiesa. Scritti di cui l'uomo era gelosissimo, e non permetteva se non in rare occasioni che
fossero sfiorati dalle mani dei ragazzi.
Aveva cos scoperto le imprese del famoso romano di cui portava il nome, e i fatti di altri grandi
dell'antichit come Scipione e Alessandro di Grecia, mescolati alle imprese di membri della sua
famiglia di origine e a quelle del papa Callisto, l'altro Borgia salito al soglio pontificio, la stessa
ambizione di suo padre Rodrigo. Ma erano le imprese guerresche di cui veniva a conoscenza le
sole ad appassionarlo, i rari racconti di assalti e fughe, duelli e stragi, racconti di cui
l'insegnamento era per purtroppo raro.
Quando non erano colpi di bacchetta per una declinazione sbagliata, erano interminabili letture
edificanti delle opere dei papi, nomi che si ripetevano nei secoli per la gloria di Dio.
Ma quel giorno il precettore aveva con s un codice mai visto prima, uno spesso manoscritto
chiuso da una copertina di cuoio rosso. Approfittando di un suo momento di distrazione, Cesare si
era avvicinato indolentemente e aveva sollevato la copertina, sbirciando il contenuto del
frontespizio.
Era l'opera di un tale Alessandro di Parigi. Il romanzo di Alessandro . Con un sorriso di scherno
lo ripose nel mucchio da cui lo aveva tratto. Che razza di cialtrone poteva immaginare di narrare
la propria stessa vita, e in forma di romanzo per giunta? C'era un solo Alessandro che avrebbe
potuto meritare tanto, e di lui si era gi occupato il grande Plutarco.
Ma poi fu colto da un pensiero improvviso. Se invece si fosse trattato proprio di quello?
Alessandro il Grande! Il condottiero straordinario, stratega e imperatore, signore del mondo
conosciuto, colui che aveva afferrato con entrambe le mani l'Oriente e l'Occidente, e poi a forza di
braccia e a colpi di spada li aveva attratti entrambi verso di s, assidendosi sulle loro citt,
scavalcando i loro fiumi, debellando le loro fortezze. Alessandro, maestro perfino di quel Cesare il
cui nome gli era stato imposto al primo vagito!
Segu il resto della lezione distrattamente. Non riusciva a liberarsi dell'emozione che quel solo
nome aveva destato in lui. Adesso era la curiosit a sollecitarlo, curiosit mista alla speranza di
poter scoprire altre imprese sconosciute in terre remote e favolose, dove si diceva che pi oltre
mai nessun uomo di questo emisfero fosse giunto.
Quando era ormai l'ora per il precettore di terminare la sua opera, con una rapida mossa
nascose il codice sotto il suo scartafaccio per gli esercizi e segu ansioso l'uomo che si allontanava,
sperando con tutte le sue forze che la mancanza non venisse notata.
Rimasto solo torn a esaminare di nuovo il frontespizio e le prime pagine, e con un sussulto
scopr che il libro era una narrazione proprio della vita del grande greco, invece di quella di un
semplice omonimo.
Lesse avidamente la prima pagina, e poi la seconda, e poi una terza. Durante la cena tenne
accanto a s il volume richiesto, ma nemmeno si accorse dei cibi in tavola, fino all'ora di ritirarsi
nella sua stanza dopo le devozioni serali.
Per tutta la notte rest a leggere. Aveva con s una candela, che si spense con un'ultima
vampata quando l'esercito partito alla conquista del mondo era giunto ai confini dell'India.
Freneticamente cerc un'altra candela nello stipo e l'accese con un carbone che ancora
rosseggiava nel camino, per riprendere la lettura.
Era ormai l'alba quando le ultime righe scivolarono via davanti ai suoi occhi stanchi,
accompagnando la grande anima di Alessandro nella tomba.
Rest immobile, la mente agitata da un turbine di pensieri e di immagini. Secoli lo separavano
dal greco, eppure sentiva che in qualche modo egli rappresentava una titanica premonizione del
suo stesso essere, era certo che in qualche modo avrebbe ripetuto le sue gesta nella terra d'Italia.
Anche lui si sarebbe liberato del peso di un padre immenso e soffocante, anche lui sarebbe
avanzato nella terra forte solo dell'amore materno, una madre offesa...
Suo padre, lontano e sensuale, possente e prevaricatore, impudente come Filippo di
Macedonia... c'era qualcosa che gli scavava dentro, qualcosa che non trovava ancora parole per
essere espresso. E poi finalmente si rese conto di quello che stringeva tutti i suoi pensieri in una
morsa: le prime pagine del racconto, la nascita di Alessandro, il seme che aveva fecondato la
madre Olimpia!
Non era figlio di Filippo il grande Alessandro, ma di un altro! Il mago egizio Nectanebo aveva
ammaliato con le sue arti la madre, inducendola all'adulterio.
Ed era tutta la millenaria saggezza e arte negromantica egizia che si era trasfusa nel suo
sangue, rendendolo l'essere divino che poi avrebbe sfolgorato sul mondo, quando invece la
discendenza da un re barbaro lo avrebbe destinato al solo dominio di una trib di montanari.
Cesare osserv la sua mano, le vene bluastre che guizzavano sotto la pelle d'avorio. Forse anche
il suo sangue era figlio di una magia? Che aveva in fondo in comune con il vecchio bastardo che
aveva visto solo saltuariamente nella sua infanzia, un'ombra gigantesca che gravava sulla casa
incutendo terrore al posto del conforto dell'amore paterno?
Figlio di un grande mago. Oppure di un dio?
Si fece vicino allo specchio appeso alla parete, cui mai rivolgeva le sue attenzioni. Quella
superficie fredda, figlia dell'arte di un popolo malfido come quello veneziano, bestie n di terra n
di mare, gli rimandava un'immagine che non amava. Come se gli artefici di quell'oggetto cos raro
e prezioso avessero trasposto una parte della loro perfidia nella sua realizzazione. Il volto che lo
fissava al di l dello schermo di cristallo non riusciva a riconoscerlo come suo. Era davvero lui
quel fanciullo imbronciato, dalle guance piene e gli occhi tondi, i capelli lisci e spioventi come un
fogliame appassito?
Non si era mai amato, forse anche per la chiara preferenza rivolta in famiglia al fratello Juan,
che gi adesso rivelava le doti di un insulso damerino. Ma se dietro il suo aspetto cos poco
appariscente si celasse invece una natura segreta, una discendenza regale?
Quando nella sua infanzia la nutrice gli aveva narrato tante volte la fiaba del figlio scambiato,
dentro di s non aveva provato un brivido insieme di paura e di speranza, al pensiero di poter
essere anche lui un figlio di streghe e stregoni, destinato un giorno a ricongiungersi con i legittimi
genitori?
Ma ora quel libro gli suggeriva una diversa possibilit. Non poteva quella donna che conosceva
per madre, quella donna di tutti come l'aveva sentita appellare pi volte dalla servit, essersi
davvero congiunta con qualche essere superiore, e che di questo mantenesse ostinatamente il
segreto, per salvare se stessa e soprattutto lui dall'ira del padre tradito?
Dentro il suo animo si andava accendendo una luce nuova, a mano a mano che il chiarore
dell'alba penetrava nella stanza, prima accentuando e poi smussando le ombre che gli oggetti
stampavano sul pavimento.
Un giorno, ne era certo, lo avrebbe trovato, il suo vero padre, e con lui il suo autentico destino.
E se non vi fosse riuscito lo avrebbe martellato nel fuoco e nel bronzo dei cannoni, grande come il
colosso di Rodi, e come quello pronto a sfidare i secoli.


Capitolo 6.

In quello stesso tempo,
rocca di Subiaco.
Nel cortile della rocca era stato eretto un grosso palo, alto quanto un uomo di buona corporatura
e rivestito da un'imbottitura di cuoio. Era l che tutte le mattine Wolfrand, un mercenario bavarese
assunto come mastro d'armi, accompagnava i due fratelli maggiori e guidava gli esercizi.
Dapprima avevano usato spade di legno, con cui i piccoli avevano imparato i primi rudimenti del
combattimento all'arma bianca, per poi passare alle ben pi pesanti armi d'acciaio. E per lunghi
giorni la pratica non era stata altro che colpire il palo da diverse angolazioni, con sempre maggior
precisione e velocit.
Immaginate che il vostro avversario sia un'arancia, e che dobbiate ridurla in spicchi per
portarla in tavola. Ci sono otto tagli che potete fare, spieg il mastro, impugnando la spada a due
mani alta sulla testa. Fendente di taglio al capo, disse, lasciando andare un colpo pesante
esattamente sulla sommit del palo. Dritto sgualembrato al collo da dritta, e rovescio da
mancina, seguit poi, colpendo una prima volta in diagonale all'altezza dell'ipotetico collo del
bersaglio, e poi con un'abile torsione del braccio colpendo ancora dall'altro lato. Dritto tondo, e
rovescio tondo! continu, assestando ancora due colpi ai fianchi del palo, brandeggiando la lama
con due ampi archi paralleli al terreno. E adesso il ridoppio dal basso, a salire, dritto e ancora
rovescio, per entrare sotto la guardia del vostro avversario, e infine l'ottavo colpo, il pi ferale se
vi avviene di menarlo: il montante tra le gambe, a cercare il suo ventre nel punto meno protetto
dall'armatura.
Wolfrand aveva ripetuto pi volte la sequenza, per imprimerla con esattezza nella mente dei
suoi allievi, poi aveva passato a loro la sua arma. E per settimane e mesi Cesare e suo fratello Juan
si erano esercitati a colpire negli otto modi indicati, mentre i loro muscoli si irrobustivano e i loro
corpi si sviluppavano, a mano a mano che l'infanzia si allontanava.
Dall'alto delle sue stanze, la piccola Lucrezia di tanto sfuggiva alla sorveglianza della fantesca
assegnatale e si spingeva alla finestra, mettendo fuori la testolina di riccioli biondi, spiando i
fratelli intenti a quello che pareva un gioco misterioso.
Un gioco che diveniva via via pi complesso e difficile. Il mastro d'armi era passato a un certo
punto a insegnare a difendersi con il brocchiero e con lo scudo, mettendoli l'un contro l'altro nel
ruolo di attaccante e difensore. E poi era passato al combattimento pi difficile, a doppia lama con
spada e pugnale, e poi ai volteggi a cavallo, e alle regole dello scontro alla pari con un altro
cavaliere, o a piovere contro fanti armati. E ogni progresso era accompagnato da elogi e rimbrotti,
e battute di piatto sulla schiena perch insieme con l'abilit guerriera si temprasse in loro anche il
carattere di fronte alle avversit.
 dura la giornata dell'uomo d'arme, figli miei. Dura e incerta, e soltanto alla sera pu essere
misurata sulla bilancia del dare e dell'avere. Dovete diventare di ferro, perch  il ferro che vi
troverete davanti.
E a poco a poco i due fratelli diventavano di ferro, Juan pi spavaldo e aitante, sempre pronto a
celebrare e a esaltarsi per un successo, Cesare pi riservato e silenzioso, sempre un attimo dietro
al fratello, cupo e tante volte mortificato da un fallimento.
Ma un giorno che Juan aveva saltato gli esercizi per una indisposizione, il mastro d'armi lo
prese da parte. Ho avuto modo di conoscervi in tutto questo tempo, voi due. Tuo fratello
riscuoter il favore del mondo, ha il talento di piacere e di piacersi. A te manca questo dono, sarai
pi odiato che amato. Ma a differenza di Juan sarai temuto, e la gloria del campo sar tua. Tu sei
nato per la guerra, e la guerra ti accompagner fino all'ultimo. Ormai non ho pi nulla da
insegnarti. Nulla nelle armi, ma devi ancora superare una prova.
Il mastro si allontan per un attimo, rientrando nel casotto addossato al muro perimetrale del
cortile. Ne usc dopo pochi attimi portando al guinzaglio uno dei cani della rocca, con cui i ragazzi
giocavano spesso nei momenti liberi.
Torn verso Cesare, trattenendo a forza la bestia che tentava di strappare il laccio per correre
verso il giovane. Quando lo ebbe raggiunto, estrasse il pugnale che portava alla cintola e lo tese
verso di lui. Uccidilo, disse asciutto.
Cesare mosse un passo indietro, gli occhi dilatati per il ribrezzo. Scosse violentemente il capo,
mentre il cane sbavava cercando di appoggiargli le zampe al petto, come aveva fatto infinite volte.
Uccidilo, ripet Wolfrand.
Di nuovo Cesare scosse il capo, con pi forza. Quell'ordine era inconcepibile, un gioco
inspiegabile e malvagio, un demone doveva essersi impadronito del mastro d'armi. Cerc con lo
sguardo aiuto verso le finestre del cortile, nella speranza che qualcuno stesse assistendo, ma la
parete di pietre era costellata solo di occhiaie vuote.
Devi ucciderlo,  l'ultima prova. Finora ti ho insegnato a combattere il nemico, ma questo 
facile. Nella guerra ti troverai mille volte a dover colpire chi credevi amico, e talvolta chi lo 
davvero.  la cosa pi dura del nostro mestiere, ma  l'esercizio supremo. Colpisci! disse ancora
l'uomo, cacciandogli in mano a forza il pugnale mentre lasciava andare il cane.
La bestia di slancio balz addosso a Cesare, leccandogli festosa la guancia.
Colpiscilo alla gola, ripet Wolfrand.
Cesare era in preda a un tremito violento. Il rumore dei denti che battevano era talmente forte
da essere udibile anche a distanza. Nella mano sudata l'elsa del pugnale rischiava di sfuggirgli,
mentre cercava disperato intorno a s qualcuno che venisse a liberarlo da quella angoscia.
Colpiscilo! grid inferocito l'uomo.
La mano di Cesare parve animarsi di una vita propria. Quell'urlo potente, in cui per un attimo
gli era parso di riconoscere il tono del padre nel tempo dell'ira, lo aveva annichilito. La lama
scatt seguendo ciecamente il colpo di lato tante volte ripetuto, e penetr nella folta pelliccia
dell'animale, aprendo la via a un getto scarlatto. Un guaito di dolore esplose nelle fauci della
bestia, mentre i suoi occhi si riempivano di un velo opaco, in cui si esprimeva tutto lo stupore per
qualcosa di incomprensibile. I denti ancora vicini al suo volto avrebbero potuto azzannarlo, ma
c'era solo dolore in quegli occhi che si andavano spegnendo.
Il getto scarlatto bagn le mani e il volto del ragazzo, trasformandoli in una maschera di sangue
che lo rendeva simile alla sua vittima, che moriva tra i gemiti.
Cesare alz gli occhi al cielo, il pugnale insanguinato ancora nella mano tremante. Gli sembrava
che su di lui gravasse la mano vendicativa di un Dio irato, pronto a colpirlo.
Ma non c'era nessun Dio, nessuna voce di tuono pronta ad accusarlo. Il cane ai suoi piedi
nemmeno si agitava pi. In fondo non era stato difficile, non avvertiva alcuna differenza nel suo
essere. Cos era questo, uccidere. Menare un colpo, e tutto restava identico, la morte non
aggiungeva nulla, non toglieva nulla.
Poi in alto vide qualcosa. Una testina bionda, affacciata a una finestra. Lucrezia aveva visto
tutto. Sussult mentre il pugnale gli sfuggiva di mano.


Capitolo 7.

Sette anni dopo,
Pisa, 1492.
Il gruppo di ombre si era diviso, acquattandosi dietro ai banchi della sala ed altri ripari di fortuna.
Qua e l si accendeva un mormorio per poi spegnersi subito, soffocato da imperiosi sibili che
imponevano di tacere.
Silenzio, malnati! Se Ugone scopre che siamo qui, tutto il disegno andr a farsi fottere!
Sta' zitto tu, Borgia, che di fottere te ne intendi! La bella Cristiana ti ha lasciato i segni sulla
faccia, mi pare! sussurr qualcuno dall'altro lato della sala.
Il giovane chiamato in causa stava per ringhiare una risposta rabbiosa, quando un rumore di
passi oltre l'uscio lo trattenne. Appena qualche sussurro ancora, seguito da un silenzio assoluto.
Una luce tremolante brill nell'oscurit, il raggio di una piccola lucerna portata da qualcuno che
era entrato e ora procedeva a passi lenti attraverso le due file di banchi, diretto verso l'uscita sulla
parete opposta.
L'uomo continuava ad avanzare nel silenzio, rotto solo dal ritmico martellio dei suoi calzari
rinforzati dalle suole di legno per proteggersi dal fango della notte invernale. Era ormai giunto al
centro della sala quando una voce che cercava a stento di soffocare le risa grid: Adesso!
Dai loro nascondigli la mezza dozzina di ombre rintanate erano balzate improvvisamente in
piedi gettandosi verso l'uomo, che si era immobilizzato di colpo incapace di qualsiasi reazione. Poi
un coro di grida e di imprecazioni esplose, accompagnato da un rumore di scrosci ripetuti, come
se nel tetto si fossero aperti improvvisamente dei varchi e dall'alto fossero piovute secchiate
d'acqua, seguiti da un fuggi fuggi generale delle ombre.
Nella sala restava solo l'uomo con la lucerna, intento a bestemmiare mentre un puzzo orrendo
di feci si spandeva nell'aria.
Ugone ha avuto il fatto suo! grid una delle ombre, dopo aver raggiunto con i suoi compagni
una sala lontana, agitando l'orinale ancora gocciolante che stringeva in mano. Hai avuto una
grande idea, Borgia, devo ammetterlo!
Quel dannato la smetter di infliggerci le sue punizioni, per sbagliare un esametro! rispose
Cesare, ancora ansimando per la corsa. Idiota, si credeva una reincarnazione del plagosus
Orbilius!
Ma noi non siamo pazienti come il buon Orazio, che l'ebbe per maestro. Di certo se ne
ricorder, entrando in ogni latrina, del profumo che gli abbiamo regalato stanotte, ridacchi un
altro giovane, liberandosi a sua volta della cappa sotto cui si era celato fino a quel momento.
Tornate al dormitorio in fretta, e fate sparire i pitali, ordin Cesare.
E tu che farai?
Io ho un appuntamento con una fanciulla. Lasciatemi andare!
La bella Cristiana? esclamarono in pi d'uno. Ma lo sai che  impestata, stanne alla larga
invece!
Cesare rispose con un'alzata di spalle. Mi ha giurato di no, la vostra  solo l'invidia di
miserabili che non possiedono di che piegare a s la pi bella di Pisa! replic altezzoso. Non
saranno certo le vostre calunnie figlie d'invidia ad afflosciare il mio attrezzo questa notte!
Da quando suo padre lo aveva inviato allo Studium di Pisa, il collegio dei nobili della penisola, era
forse pi il tempo trascorso nel bordello che quello speso in aula alle lezioni di scienze e di diritto.
Ma grazie alla sua intelligenza pronta e alla memoria di ferro era stato comunque in grado di
apprendere quanto bastava a soddisfare le richieste dei maestri, e in qualche caso anche ad
affermarsi vincitore nelle disputationes tra studenti, che periodicamente venivano organizzate su
argomenti trattati durante le lezioni.
Solo la lingua latina gli restava ostica, attirandogli le rampogne e le punizioni del maestro
Ugone. Una situazione indegna del suo essere e una mancanza di rispetto verso la sua famiglia,
che quella notte era stata ripagata di buona misura, si disse ridendo tra s mentre a grandi passi
scendeva verso la zona dell'Arsenale sull'Arno.
A mano a mano che procedeva, il panorama intorno a lui si faceva pi povero e sordido. Le case
nobiliari, strette intorno al Campo dei Miracoli con i suoi mirabili monumenti, erano scomparse,
sostituite da rozze costruzioni di tufo quando non addirittura da baracche di legno e magazzini di
merci. Un dedalo di viuzze, dove facilmente avrebbe smarrito la via chi come lui non avesse avuto
un preciso insegnamento dagli altri studenti.
Come trovare la lucerna appesa alla porta della Casa Rosa, era la prima cosa che aveva
imparato appena arrivato, e quella che meglio conservava impressa nella mente. Avrebbe potuto
raggiungerla anche a occhi bendati, una costruzione di assi bassa e larga, che un tempo era stata
una rimessa per barche da pesca.
Quando fece il suo ingresso la padrona gli lanci un'occhiata sorniona. Oh, il bel romano! M'
grato avervi qui anche questa notte. Certo desiderate la dolce Cristiana!
Cesare si limit a un cenno di assenso. Quel tono confidenziale, cui non riusciva ad abituarsi, gli
ripugnava. Vedeva ignorata la nobilt della sua origine e per nulla rispettata perfino la sua
conosciuta discendenza dal cardinale pi potente della Curia, nipote di un pontefice e forse un
giorno destinato anch'egli a salire al Soglio. Il nuovo Vicario di Cristo! Di cui egli sarebbe stato il
vicario, allora, pens soffocando una risata tra s.
Ma nel profondo dell'animo, a un livello di coscienza talmente remoto da avvertirlo solo come
una lontana eco, era ancor pi sanguinoso il rancore che lo invadeva, quasi fosse quella
confidenza un riferimento al primo mestiere della madre, un marchio che lo accompagnava come
un ferro rovente infisso nella carne sin da quando avesse memoria.
Si addentr nel vasto stanzone, immerso nella semioscurit e pervaso dal fumo di qualche rara
candela di sego. Un odore inconfondibile di umanit impregnava i vecchi tendaggi, residui di vele
ormai inservibili, che erano stati distesi da una parete all'altra in modo da ricavare delle zone un
poco pi appartate per qualche cliente pi altolocato, in grado di pagare in moneta sonante.
Mentre gli altri dovevano accontentarsi di giacigli improvvisati gettati senza una regola
particolare sul pavimento di assi luride.
Scost una dopo l'altra le tende sul suo cammino, fino all'ultima, che isolava un piccolo ritaglio
dell'intera superficie della costruzione. Un angolo che conteneva a stento un pagliericcio e una
piccola cassa, dal cui coperchio semiaperto fuoriusciva qualche lembo di abiti.
E sopra una giovane donna rannicchiata in posizione fetale, seminascosta da un lenzuolo.
Sembrava dormire, ma all'avvicinarsi di Cesare si riscosse di colpo, alzando la testa e ammiccando
nella penombra per riconoscere chi fosse il nuovo venuto.
Ah, siete voi, mormor, con una voce segnata da un pesante accento delle campagne.
A quelle parole non aveva fatto seguito alcun'altra reazione. Era tornata nella sua posizione
primitiva, come se non nutrisse interesse per quello che avveniva intorno.
Cesare si chin su di lei e tir via il lenzuolo. La giovane era coperta solo da una fascia gialla
che le cingeva le reni. Un corpo ben sviluppato, dalla muscolatura che risaltava sotto la pelle
lucida come avorio, un corpo che doveva essersi temprato durante lo sviluppo all'aria aperta. Ma
che adesso appariva gi viziato dai primi segni di una precoce decadenza, svelata dalle ombre
profonde sotto le palpebre, e alcune macchie rossastre sparse sugli arti.
Di nuovo lei non aveva mostrato alcuna reazione, limitandosi a cercare senza troppa
convinzione di ricoprirsi, ma desistendo poi dal tentativo come se fosse indifferente a mostrarsi
nuda, o troppo stremata.
Dicono che sei impestata.  vero? chiese brusco Cesare.
La giovane si volse, voltandosi sulla schiena. Il petto pieno sembrava ergersi verso di lui, i
bottoni rosa dei capezzoli turgidi come se le dita di Amore in persona li avessero carezzati. La
testa inclinata su un lato, la bocca stretta con i denti che mordicchiavano il labbro inferiore.
Invece di rispondere si inarc e allarg lentamente le gambe, lasciando solo una fascia di tela
segnata da macchie di un rosso cupo a nascondere il sesso.
Cesare fu scosso da un fremito, poi senza pi alcuna remora si gett a cavalcioni della giovane,
montandola come una puledra mentre si liberava del farsetto e restando a torso nudo. Ansimando
si chin sul suo seno, baciandolo con l'avidit di un affamato, come se volesse inghiottirlo. La pelle
emanava un forte afrore, una mescolanza di profumo di fiori a basso prezzo e sudore, lenzuola
disfatte e orina.
Ma invece di suscitargli disgusto quella sensazione lo eccitava sempre pi. Sentiva quel corpo
disteso sotto di lui come un territorio straniero, inerte e soggiogato come se fosse vittima di un
sortilegio, un regno in cui penetrare e da sottomettere con la forza. Prese a lottare con i lacci della
calza braga per liberarsene, ma in quel punto di scatto la giovane sollev le braccia facendo forza
contro il suo petto.
Aveva sempre la sua espressione atona, ma ora lo teneva a distanza con una forza
insospettabile. No, disse soltanto.
Perch? esclam Cesare, lottando senza successo per sopraffare la sua resistenza. Ma le
braccia di lei guizzavano contro il suo petto, resistendo a ogni sforzo di spostarle di lato.
No, ripet.
Lasciami fare, malnata! Ho il denaro che vuoi!
No, non sto bene, mormor la giovane, continuando a puntellare il suo corpo con le mani.
Cesare si arrest. Che vuoi dire? chiese, continuando a immobilizzarla.
Non sto bene, si limit a rispondere lei, cercando sempre di liberarsi dalla stretta.
Se hai il mestruo non m'importa, mi piace metterlo a bagno nel sangue! sghignazz il
giovane, afferrando il lembo di tela e strappandolo via. Sull'inguine della ragazza, appena velata
dalla peluria, rosseggiava una piaga ulcerosa.
Allora  vero che hai il mal francese! Dannata puttana! esclam irato, arricciando le labbra in
un'espressione di ribrezzo.
Un istinto cieco di fuggire si impadron di lui, esaltato da tutti gli oscuri timori evocati da quel
morbo, che dicevano francese senza nemmeno alcuna certezza sulla sua vera origine. Quasi
fosse davanti alla rappresentazione di una terribile danza macabra, di fronte ai suoi occhi presero
a scorrere le immagini di corpi devastati e tremolanti, scavati da piaghe sanguinose. La sua presa
sul corpo della giovane si allent.
Ma poi di colpo scoppi a ridere.
Era come se una ventata rovente avesse spazzato quel sordido ambiente, cancellando ogni
visione di un attimo prima. Sentiva il cervello leggero, in preda a un'ebbrezza come solo nel corso
di uno dei festini organizzati a palazzo Borgia aveva provato. Ma tu sai chi sono?
Il giovane romano, rispose Cristiana, atona.
Io sono Cesare Borgia! replic il giovane, esaltato. Non ti temo, e non temo la piaga! Se il
morbo deve cogliermi, verr dal mio sangue corrotto, e non certo dalla tua miseria! Io qui sono il
Dio tuo, sono immortale!
La giovane lo fiss. La sua espressione fino ad allora indifferente era mutata di colpo, gli occhi
dilatati dalla paura di trovarsi di fronte un pazzo. Apr la bocca per gridare, forse chiedere aiuto,
ma Cesare le blocc le labbra con il palmo della mano, soffocandole il grido in gola.
Si gett su di lei con una furia cieca, afferrandola con l'altra mano per i capelli e penetrando nel
suo corpo con la stessa violenza con cui tante volte aveva immaginato nei suoi sogni di gloria di
condurre un destriero all'assalto delle file nemiche.
Per un attimo si sent annegare nei flutti di un piacere velenoso, subito spento, poi tutta la
tensione si spezz di colpo, e si accasci inerte come un fantoccio di pezza.
Si riprese lentamente, il corpo madido di sudore. Gli pareva che la testa stesse per esplodere
come una carica di polvere nera. Le misere cose presenti nel tugurio turbinavano intorno, solo il
corpo inerte di Cristiana sotto di lui restava immobile. Come se nel vortice infernale in cui si era
trasformato il suo mondo quel corpo martoriato fosse contemporaneamente il fondo e l'orlo di un
abisso in cui tutto il suo essere era sprofondato, e da cui ora cercava penosamente di risalire.
Si rialz a fatica, cercando a tastoni le vesti sparse intorno. Dopo un paio di tentativi era
riuscito a indossare la calza braga, quando avvert una presenza alle spalle.
La padrona del bordello doveva essere stata attirata dal trambusto, e si sporgeva attraverso una
fessura della tenda fissando il corpo di Cristiana.
I suoi occhi correvano sospettosi da Cesare alla giovane, per poi tornare sempre pi inquieti su
di lui. Cos' accaduto, signor mio? Che avete fatto? disse finalmente.
Cesare strinse a s il farsetto e la cintola da cui pendeva uno spadino. La donna dovette cogliere
il suo gesto, perch ebbe un sobbalzo. Pareva sul punto di fuggire e gi Cesare si accingeva a
saltarle addosso per fermarla, quando il suo atteggiamento mut di colpo.
Non temete, signor mio! esclam, come se solo allora lo avesse riconosciuto. Scost decisa la
tenda e si avvicin al pagliericcio. Qui siete tra amici.
Cristiana giaceva con gli occhi dilatati e iniettati di sangue, la bocca contorta con la lingua
stretta tra i denti nell'ultimo spasmo. Sul collo le tracce rosse della stretta che l'aveva soffocata.
La donna gett una rapida occhiata su tutto, poi torn ad alzare gli occhi su Cesare, dopo
essersi segnata con la croce, senza troppa convinzione. Povera giovane, era di cos poca salute,
disse, continuando a fissarlo. Non mi stupisce che abbia reso l'anima sotto l'impeto di un
maschio prestante come voi. Del resto sono gli incerti del mestiere, capita talvolta.
Cesare accarezzava lo spadino, incerto sul significato da dare a quelle parole.
Certo, ci saranno delle spese, riprese la donna con aria volpina. Dare un mortorio decente a
questa povera anima, e qualcosa alla famiglia, e poi un premio ai birri, se qualcuno venisse a
chiedere il fatto. Avete denaro, immagino dalle vostre vesti.
Cesare assent in silenzio.
So che siete potente, nella vostra Roma, seguit lei, squadrandolo dall'alto in basso. Un
nobile, addirittura figlio di un gran cardinale.
Cesare ascolt senza alcuna reazione.
O addirittura qualcosa di pi, presto.
Quanto vuoi? la interruppe brusco.
La donna sollev il mento, tornando a esaminarlo dall'alto in basso, masticando tra s qualcosa
come se stesse effettuando un complicato calcolo mentale. Poi mormor una cifra al suo orecchio.
Tu sei pazza, strega! sbott Cesare, tornando a sfiorare l'impugnatura dello spadino.
Nemmeno la vita di una nobildonna vale tanto!
La vita di Cristiana certo no, signor mio, ma la vostra... replic la donna, accennando a un
passo indietro, ma senza mostrare troppo turbamento. La vostra certo lo vale, se siete quello che
dicono. Il figlio del cardinal Rodrigo, colonna della Chiesa, che tutti amiamo e rispettiamo! Non
vorrete certo che il vostro nome venga insudiciato da vicende cos poco degne della nobilt della
vostra famiglia. E poi, per pochi ducati! Che sono, per una famiglia importante come la vostra!
Va bene, strega, avrai quel che chiedi, rispose Cesare dopo una breve riflessione, serrando i
pugni per la rabbia. Poi con un fremito si strapp dall'indice della destra il grosso anello d'oro con
sigillo che lo adornava e lo tese con una smorfia alla donna. Prendi questo, il suo peso 
sufficiente.
Tutta l'ebbrezza di pochi attimi prima era scomparsa, sostituita in lui da un freddo furore.
Cristiana non era pi il vaso di lussuria in cui era voluto annegare, ma solo un povero corpo
spezzato, e il breve spazio ritagliato dalla tenda non pi un'aula dell'Ade, e lui non pi l'unto del
Signore come si era creduto nel delirio, ma solo un giovane spaurito nel cui corpo cominciava a
bruciare il seme maligno che la sua vittima vi aveva depositato.
Stava per cedere alla sensazione di impotenza che avvertiva, ma poi con uno scatto improvviso
risollev la testa, fissandola altezzoso. Io sono Cesare Borgia, donna. Guardami bene, e ricorda il
mio volto: quando sar padrone d'Italia, torner a riprendermi quello che oggi mi togli. Custodisci
con cura il mio tesoro, fino ad allora, concluse, muovendosi rapido verso l'uscita.


Capitolo 8.

Signore, posso accompagnarmi con voi?
Cesare si volse di scatto a quella voce marcata da un netto accento spagnolo. Dietro di lui era
apparso un uomo giovane, dai tratti duri, come scolpiti nel legno. Una traccia rossastra, simile a
una sbavatura di sangue, gli segnava la guancia e il mento, a ricordo dell'infezione da vaiolo che
doveva aver affrontato negli anni precedenti.
Ci conosciamo?
Noi no, ma i nostri padri s, con rispetto parlando. Sono Miguel de Corella, figlio del conte
Corella, che ha l'onore di servire presso la corte di vostro padre Rodrigo. Figlio d'amore e non di
bolli e pergamene, se mi capite, rispose l'altro, strizzando l'occhio. Ma per voi posso essere solo
Miguel, come per gli amici.
Un altro bastardo, pens tra s Cesare, infastidito da quella confidenza non richiesta. Un altro...
Amici! Amici con un figlio di puttana? Ma in fondo cosa aveva di diverso quel tanghero da lui
stesso, si disse trattenendo a stento un ghigno. E cosa vuoi?
Niente, niente del tutto. Solo porgervi i miei omaggi. Il vecchio, mio padre, ha ritenuto di
inviarmi qui in Pisa perch arricchisca la mia esperienza del mondo.
Sei uno studente? Non mi pare d'averti mai visto nello Studium, disse sospettoso Cesare.
Studente? replic l'altro con uno sghignazzo. Domine non sum dignus! Queste leggi e le
pandette, i codici e i sommari, il diritto degli uomini e quello dei preti mi appaiono misteriosi come
devono sembrare le Indie a quei coraggiosi che vi si avventurano. Ma almeno quelli hanno
speranza di trarne bottino, oro, schiavi. Invece io che dovrei trovare in quel mare sterminato di
carte? Non  certo quella dello studente la mia natura. E mi  parsa fortunata la vostra vista, come
di un fratello in una terra sconosciuta.
Una terra sconosciuta? Non ti capisco. E quale sarebbe dunque il cammino su cui la stella
della nascita ti ha incamminato?
Il vecchio mi ha qui spedito in cerca di un ingaggio per qualche fatto d'arme, e di un signore
cui mettere a servizio la mia lama. Nell'uso della quale ho pochi rivali.
Il giovane estrasse da sotto il camiciotto un pugnale, guardandosi intorno. A una decina di passi
da loro sorgeva una bottega, a quell'ora sbarrata. A un gancio a fianco dello stipite era appeso un
paiolo di legno, non pi ampio di un paio di spanne. Micheletto soppes per un attimo la lama nel
palmo della mano e poi con uno scatto felino la lanci verso il recipiente, colpendolo esattamente
al centro. Ecco la mia strada, disse, avviandosi a recuperare l'arma profondamente infissa nel
legno. Altro  il mio talento.
Perch credi di aver trovato in me un fratello? chiese ancora Cesare, che era arretrato di un
passo, ponendosi in atteggiamento difensivo. L'apparizione fulminea di quella lama nella mano
dello sconosciuto non lo rassicurava per nulla, nonostante l'atteggiamento amichevole del
giovane. Ma c'era qualcosa di sinistro nel suo sguardo, come aveva visto talvolta nelle pupille dei
mastini sul punto di attaccare nelle lotte dei cani che si tenevano a Monti.
Miguel era tornato a nascondere il pugnale sotto il camiciotto. Si guard intorno con aria
incerta, come se non sapesse cosa rispondere, o non trovasse le parole per farlo. Perch voi siete
fatto per la spada, e non per i libri. Non siete nato per i tribunali. Siete nato per ammazzare. Come
me.
Ammazzare... sembri abile a questo. L'hai gi fatto?
S. Come voi, del resto.
Cesare distolse d'istinto lo sguardo, turbato. Nessuno sapeva della morte di Cristiana, a meno
che la padrona avesse parlato, nonostante la grossa somma che le era stata data. Se era stata lei,
l'avrebbe pagata cara, ma adesso il pericolo era pi immediato. Verific che anche la sua lama
fosse pronta nel fodero sotto il farsetto, poi si avvicin al giovane. Non poteva permettergli di
essere a conoscenza del suo segreto, e uscirne vivo. Perch pensi che abbia ucciso? Cosa hai
sentito dire?
Nulla, un bel nulla, signor mio, rispose l'altro, alzando le mani con aria arrendevole. Non
serve.
Non serve?
Avete mai scorto un morello alla campagna, scalpitante e rampante, con la criniera agitata dal
vento? Con l'occhio acceso come un carbone fiammeggiante? E v' forse servito di montarlo, per
riconoscerne il valore, e sceglierlo per condurlo alla giostra? Voi siete di quella razza, avete ucciso
e ucciderete. Aveva espresso la sua profezia senza la minima traccia di rimprovero. Solo
l'esposizione di un fatto, come una regola d'alchimia. Come me.
Cesare allontan la mano dall'arma che stava per estrarre. E questo ci rende fratelli?
Qualcosa di ancor pi profondo. I fratelli possono giungere ai pi terribili conflitti, ma non gli
assassini. C' qualcosa che ci lega, e legher.
Cesare scosse la testa. Ormai il mio soggiorno in Pisa  al termine. Presto ripartir per Roma.
Si discute di cosa grande l, e voglio esserci.
Lo so, i cardinali tirano i dadi per il nuovo papa. Se andate portatemi con voi. Vi servir.


Capitolo 9.

Aveva raggiunto la via dove sorgeva il suo alloggio, quando rallent il passo, insospettito
dall'insolita attivit davanti all'ingresso. Vide un cavallo madido di sudore legato all'anello infisso
nel muro, e un uomo coperto di polvere che si intratteneva animatamente con il padre guardiano.
Intorno si era radunata una piccola folla di studenti e altri popolani, che sembravano ascoltare
eccitati quello che l'uomo andava dicendo. Uno di loro in quel momento aveva rivolto lo sguardo
verso di lui, subito agitandosi con gesti convulsi al suo indirizzo.
Il gesto richiam l'attenzione anche degli altri, che subito si volsero anche loro dalla sua parte.
Qualcuno, che gli parve di riconoscere come uno degli studenti che condivideva con lui l'alloggio,
aveva gi mosso qualche passo verso di lui.
Cesare si arrest, incerto sul da farsi. Forse in qualche modo la notizia della morte della
giovane era trapelata, e quella folla era radunata per una vendetta, o per consegnarlo alle
autorit. Pens freneticamente come tentare la fuga, e dove rifugiarsi prima di provare a
raggiungere le terre della Chiesa, dove forse sarebbe stato al sicuro, sotto la protezione del padre
cardinale. Ma aveva gi cominciato a voltarsi, quando gli giunse agli orecchi il suo nome gridato
con entusiasmo.
Anche le espressioni dei volti non sembravano maligne: anzi, li si sarebbe detti segnati da una
strana contentezza, come se lo stessero aspettando in vista di una qualche gioia che dovesse venir
loro dal suo arrivo.
Lasci che il primo ad averlo riconosciuto lo raggiungesse. Tuo padre, Cesare, tuo padre! lo
sent gridare.
Suo padre? Rodrigo, il vecchio bastardo? Che fosse morto? Che notizia mi porti?
 giunto un messo da Roma, tuo padre  papa!
Cesare alz gli occhi al cielo. Sapeva che in Vaticano era in corso il Conclave, ma non avrebbe
mai pensato che i cardinali sarebbero riusciti a trovare un accordo sul nome del vecchio. Intorno
si stavano accalcando i compagni e i curiosi, sentiva intorno un ronzio confuso di domande e di
esclamazioni. Ma la sua mente era lontana da tutto questo, intenta a valutare il significato di
quella notizia.
Dio dunque aveva messo una mano sulla testa del vecchio. E forse anche sulla sua! Ora si
trattava solo di sfruttare al meglio quella nuova condizione che la sorte gli aveva regalata, di figlio
del papa, e non pi soltanto di bastardo di un cardinale spagnolo, com'era stato fino ad allora per
tanti che avevano attraversato la sua strada con occhiate di sufficienza. Orsini, Colonna, Riario,
Rovere ben presto avrebbero appreso cosa avrebbe significato quella continua irrisione.
Ma non era neppure questo a esaltarlo adesso, l'ora delle vendette sarebbe venuta al tempo
opportuno. Era un'altra la strada che si spalancava davanti a lui, una strada lastricata d'oro e di
gloria! Una strada che cominciava solo ora, lunga e tortuosa, ma che alla fine sarebbe approdata
ai piedi di un trono, ne era certo.
Ora c'era da sperare che il vecchio resistesse abbastanza a lungo, il tempo di spolpare Roma
fino al midollo, e non tirasse le cuoia troppo presto, com'era stato per altri pontificati, durati
talvolta solo pochi giorni, nemmeno il tempo di portare alle labbra la gran tazza del vino della
Messa. Ma se conosceva suo padre, non se ne sarebbe andato in gloria prima di essersi
abbeverato a grandi sorsi. E anche lui avrebbe avuto la sua parte di nettare, a costo di strappargli
la coppa dalle mani.
Padrone, forse  il caso di muovere subito verso Roma, sent dire a qualcuno che lo scrollava
per la spalla. Miguel de Corella era apparso al suo fianco come evocato dal nulla, strappandolo
alle sue frenetiche riflessioni.
Certo che bisognava accorrere subito in Vaticano. Imporsi dal principio in ogni modo alla Curia,
prima che qualcun altro si insediasse al suo posto nel ruolo di favorito. Soprattutto doveva
guardarsi da suo fratello Juan, sempre ad alitargli sulla nuca con la sua prestanza e col vento della
fortuna che spirava nelle sue vele. Certo, bisognava affrettarsi.
Il tempo di legare le sacche, Miguel, e procurarci dei cavalli veloci, rispose, sottraendosi alla
stretta dei curiosi che lo circondavano.


Capitolo 10.

Otto anni dopo,
20 novembre 1500, presa di Faenza.
Cesare Borgia sollev la celata dell'elmo, coperto ancora della polvere della battaglia. E del
sangue del portainsegna, che un colpo di cannone aveva decapitato a pochi passi da lui.
La morte era giunta sibilando, troppo veloce per essere avvertita se non per la scia di sangue
lasciata al suo passaggio. Ormai la vita e la morte erano regolate soltanto dalla Fortuna, con i
corpi dei combattenti disposti su una scacchiera misteriosa di cui nessuno conosceva il numero e
la disposizione delle caselle bianche e nere, se non forse le misteriose potenze che giocavano con i
mortali destini.
Scacci quei pensieri con un gesto nervoso. Questioni che avrebbero appassionato forse
filosofanti e teologi, ma che erano risibili sul campo. Un uomo vive, un uomo muore, era quella la
regola.
Ma si poteva anche cominciare a morire da vivi, pens rabbioso, avvicinando il volto a una
rotella della corazza, appesa ad un palo della tenda e insolitamente lucida. Sollev una lucerna e
l'avvicin al volto: l'acciaio rimandava la sua immagine appannata e distorta, senza la raffinata
perfezione degli specchi di Venezia.
Ma anche in quel pallido fantasma riusciva a scorgere distintamente i segni del male che si era
riacutizzato. Piaghe che cercava inutilmente di nascondere sotto la barba, celandosi nell'ombra o
nella mezza luce. O sotto il velo di velluto nero, quando pi violente si facevano le eruzioni.
Il maledetto mal francese, i cui primi segni erano apparsi ormai da tanti anni. Il verme della
corruzione, che strisciava in lui dal tempo del suo primo delitto. Afferr la spada e colp con rabbia
la campana che giaceva in un angolo. Il bronzo risuon con un tintinnio sordo, ma sufficiente per
essere inteso dagli uomini di guardia all'esterno della tenda.
Uno di essi si precipit all'interno. Ordinate, duca!
Manda a chiamare il cerusico. E non curarti se lo trovi impegnato con qualche ferito, quei
malnati se ne andranno all'inferno anche senza il suo aiuto!
La guardia spar, per tornare poco dopo in compagnia di un uomo di mezza et, dall'aspetto
spaurito. Vestiva il sontuoso abito della corporazione medica, con tutti i segni del suo grado,
completato da una vistosa maschera riempita di erbe aromatiche appesa al collo con una
cordicella. Un abito per che ora portava anch'esso i segni della campagna, gli orli intrisi di
fanghiglia e con macchie e striature di sangue che lo segnavano su tutta la superficie.
Fatto ingresso si inchin a fondo, fino a sfiorare la terra con la punta delle dita. Avete bisogno
di me, duca?
La tua cura non sembra avere effetto, messer Aurelio. Le piaghe sono tornate, pi accese di
prima.
Ne sono sconfortato, duca. Tutta la mia scienza  al vostro servizio, ma...
Ma questa scienza non sembra molto pi efficace di quella dei cialtroni che vendono acqua
sporca sui sagrati delle chiese, sibil Cesare.
... ma vi prescrissi sette giorni di buio totale, al riparo dal minimo raggio di luce. E invece
voi...
E invece io ho dovuto guidare tre attacchi, in quei sette giorni. Perch sulle mie spalle grava il
peso del comando di un'armata. E voglio una cura per un guerriero, non quella per un infante!
grid il duca, muovendo un passo minaccioso verso il medico.
Un corto pugnale era apparso nelle sue mani. Cesare sembr voler giocherellare con l'arma,
passandola da una mano all'altra pi volte, poi la punt decisa contro la gola di messer Aurelio.
Ho preparato qualcosa di nuovo... balbett il medico, accennando a un passo indietro. Un
dottore alemanno... di passaggio tra noi mi ha rivelato... il segreto della salivazione...
Di che parli, malnato? lo incalz il duca.
Ecco, mio signore! replic il medico, traendo da sotto la veste una boccetta. Ecco un nuovo
preparato mercuriale, con aggiunto l'estratto di una miracolosa pianta appena riportata dalle
lontane Indie!
Non berr mai il tuo veleno!
No, signore! Non per via orale, questa pozione agisce direttamente sulle parti corrotte.
Lasciate che vi frizioni...
Sei sicuro? domand Cesare. Continuava a minacciare il medico con la lama, ma nella sua
voce s'era aperta una incrinatura, come se dietro il muro della rabbia lampeggiasse per un attimo
il bagliore di una nuova speranza. Cosa c'entra la salivazione?
Quel medico alemanno di cui vi dissi mi confid, come compagno nell'arte ippocratica, quanto
scoperto. Per prova giunse alla conclusione che il morbo di cui soffrite contagia passando dal
malato al sano attraverso la saliva. E dunque l'ingresso del morbo ne  anche la via della
liberazione. Questo unguento, accompagnato dall'ingestione di pillole di idromercurio, suscita nel
corpo un calore e una salivazione particolari, fenomeno all'esaurirsi del quale anche la malattia
sar esaurita.
La saliva? chiese ancora perplesso Cesare. Di quante donne aveva assaggiato gli umori, da
quando il desiderio maschile si era ridestato in lui? Ma anche da quanti uomini aveva ricevuto
profferte d'amicizia, e d'amore. E se davvero era stata quella l'origine del male, esso non poteva
risalire ad ancor prima, quando infante era stato baciato tra le braccia della madre, e sfiorato dal
padre? Forse la radice della corruzione affondava nella sua stirpe stessa, forse l'aveva assorbita
gi dal sangue materno, avvelenato da quello corrotto di suo padre, e la carne degli avi
condannava la sua, scontando in lui i loro peccati.
Un furore silenzioso si impadron di lui, insieme con un desiderio ancor pi forte di riscattare
quella miseria con una nuova gloria, che oscurasse quella paterna con una luce di gran lunga
maggiore, come l'apparire del sole all'alba cancella il pallore della luna e lo scintillio freddo delle
stelle.
Pi presta  la cura, maggiore  la speranza di salute, mormor il medico, accennando a farsi
pi vicino con la boccetta. L'incertezza del duca pareva avergli restituito coraggio.
Senza attendere altro, sciolse il sottogola e sfil delicatamente l'elmo dalla testa del duca,
deponendolo a lato. Poi tolse il tappo alla boccetta e ne vers alcune gocce su una pezzuola,
sempre continuando a controllare le sue reazioni con la coda dell'occhio.
Cesare Borgia restava in attesa. Aurelio avvicin la pezzuola al volto del duca, e cominci a
strofinare delicatamente le piaghe che rosseggiavano tra i peli neri della barba, come piccole
lingue di fuoco in una foresta.
Una improvvisa sensazione di freschezza lo invase. Gli parve che le guance fossero sfiorate da
una brezza di montagna, una sensazione che si estendeva verso il mento e intorno alla bocca.
Respir a pieni polmoni, mentre il medico confortato dalla sua evidente reazione di piacere
tornava a intridere la pezzuola, questa volta con una quantit maggiore.
Credo che la cura vi giovi, duca. Se poi seguirete anche le altre mie indicazioni, presto ogni
vostra sofferenza non sar che un triste ricordo!
Aurelio allung ancora la mano, bagnando le piaghe. E di nuovo la sensazione di frescura torn
a manifestarsi, accompagnata per questa volta da una leggera vibrazione. Come se la pelle si
stesse agitando sotto l'effetto della pozione, trasformandosi nella superficie di un mare in
tempesta.
Poi feroce come una pugnalata venne il dolore. Gli parve che una fiammata scaturita dalla bocca
di un cannone lo avesse colpito in pieno, inebetendolo con la sua forza. Per un lungo attimo perse
la cognizione del luogo e del tempo, cancellato ogni senso da una sofferenza che mai aveva
provato prima.
D'istinto port le mani al volto, cercando di strappare via quel dolore insopportabile, al punto di
lacerare la pelle con le unghie. Nella mente turbinava solo il desiderio istintivo di tuffare il volto
nell'acqua, poi si fece strada il ricordo di un paiolo pieno del prezioso liquido, che doveva essere
da qualche parte nella tenda per le abluzioni mattutine. Si volse intorno, cercandolo con la vista
offuscata, mentre il medico arretrava esterrefatto per la sua reazione imprevista. Aurelio aveva
ritratto la mano, e ora lo fissava pietrificato con la pezzuola ancora a mezz'aria.
Il duca intanto si era gettato sul grosso vaso pieno di liquido, tuffandoci dentro il volto.
L'improvvisa frescura len un poco il bruciore, ma il dolore restava atroce, nonostante l'acqua che
con le mani aveva preso a gettarsi sulle guance.
Serrando i denti continu freneticamente per alcuni lunghi istanti in quel lavaggio forzato, ma il
dolore scemava con estrema lentezza fino ad un punto in cui anche l'acqua non sembrava avere
pi effetto.
Cesare si risollev dal paiolo, emergendo con il volto e gli abiti intrisi d'acqua, gli occhi
arrossati dallo sforzo. Davanti a lui la sagoma immobile del medico era poco pi di un'ombra,
appena visibile nella penombra della tenda.
In preda a un furore incontenibile si avvent contro di lui con il pugnale. Il primo colpo and a
vuoto. Guidata da una vista ancora incerta la lama scese dall'alto sfiorando soltanto il collo del
medico, e terminando contro il suo stesso fianco scivolando via sulla superficie d'acciaio della
corazza.
Messer Aurelio, paralizzato dal terrore, aveva seguito il guizzo della lama ad occhi sbarrati,
senza accennare nemmeno a fuggire o a difendersi. Ricevette il secondo colpo, questa volta ben
diretto al petto, con un flebile lamento, restando in piedi, e solo al terzo che gli tranci di netto la
giugulare si accasci a terra, esalando rapidamente l'ultimo respiro in un lago spumeggiante di
sangue.
Maledetto bastardo, mi hai avvelenato! grid Cesare, colpendone con forza il corpo esanime
con il piede calzato di ferro. Maledetto!
Qualcosa del trambusto e poi delle grida doveva essere stato percepito all'esterno. Prima una
guardia e poi una seconda si affacciarono all'ingresso della tenda, le armi in pugno. Duca, avete
bisogno d'aiuto? chiese il capo della guardia entrato a sua volta, avanzando fino al corpo disteso.
Toglietemi dalla vista questo cane! esclam Cesare, le mani sempre sul volto alla ricerca di
un po' di sollievo. E poi sparite! Voglio restare solo!
Ansimava, inghiottendo grandi boccate d'aria come se stesse affogando in un'acqua densa e
sporca. Ma poi a poco a poco il dolore prese a calare, la fiamma viva sostituita da un malessere
indefinito che sembrava coinvolgere tutta la parte superiore del suo corpo, dalle spalle fino alla
nuca. E poi anche questo prese a scemare, sostituito da un torpore che invece si estendeva a tutte
le membra.
Si lasci cadere sulla branda da campo, inerte, sprofondando in un sonno pesante, come se
tutta la fatica della giornata di battaglia e la sofferenza della cura avessero finalmente prevalso
sulla sua anima cosciente trascinandolo oltre la porta eburnea, in una terra senza tempo, senza
confini, senza sogni.


Capitolo 11.

Due anni dopo,
sulla via di Urbino, giugno 1502.
La lunga fila di uomini e carri si stava inerpicando sull'ultima salita che conduceva al passo, al di
l del quale si apriva l'ampia distesa delle terre di Romagna.
Cesare Borgia aveva dato di sprone per raggiungere la testa della colonna prima di ogni altro.
Si arrest, trattenendo le briglie del cavallo che sbuffava sotto di lui, scalpitando come se anche la
bestia avvertisse il desiderio di lanciarsi alla conquista di ci che si offriva allo sguardo fino al
lontano orizzonte.
Quando gli parve di aver riempito gli occhi con quella visione si volt, tornando a controllare i
movimenti degli uomini. Cinquecento lance e una decina di cannoni di medio calibro, aggiogati a
coppie di buoi dalle lunghe corna. Solo una frazione delle sue forze, il grosso delle quali stava
risalendo invece verso settentrione lungo la costa adriatica, scivolando sul terreno pianeggiante
senza alcuna difficolt.
I cannoni stentano, duca. Forse avremmo fatto meglio a non separarci...
Cesare tronc l'obiezione del suo ufficiale con un gesto secco. Non ho scelto questa via per
diletto. Voglio che la piazzaforte che ci apprestiamo ad attaccare creda di doversi difendere
soltanto da un attacco dalla costa. In tal modo batteremo le muraglie anche dal fianco. Spronate
gli uomini!
Duca, abbiamo dovuto rallentare il movimento dei traini, per dare luogo a un carro che giunge
da Roma. Qualcuno per voi.
Qualcuno giunge per me? Chi?
L'ufficiale esit un istante a rispondere, quasi non trovasse le parole adatte. Vostra sorella
Lucrezia. Chiede di voi, disse finalmente.
Cosa? esclam Cesare, dando uno strappo alle briglie e costringendo la bestia a voltarsi verso
la discesa.
A un mezzo miglio di distanza la colonna sembrava essersi spezzata. Un paio di traini dei
cannoni erano stati spinti fuori del sentiero per lasciare il passo a una grossa carrozza scura, che
arrancava lungo la salita tra le grida e i fischi di incoraggiamento del conduttore. Gli schiocchi
della frusta erano talmente violenti da essere udibili fin lass.
Alcuni degli armati si erano affiancati al veicolo e, afferrata ogni sporgenza, avevano preso a
spingere con tutte le loro forze. Cos la carrozza aveva superato un'asperit, e si era rimessa in
marcia verso il passo.
Dannazione... quei manigoldi devono aver saputo che si tratta di Lucrezia... mastic tra s
Cesare, insospettito da tanta solerzia. Se mettessero tanto impegno nel traino dei cannoni... Che
diavolo  venuta a fare? aggiunse subito dopo, rivolto all'ufficiale che aveva recato la notizia.
L'uomo si strinse nelle spalle. Non so, duca. La notizia mi  stata recata da uno degli uomini
lasciati alla retroguardia, e ho ritenuto di informarvi subito.
Hai fatto bene. E allora prepariamoci a questo incontro, replic il duca, scuro in volto.
Ma poi di colpo la sua espressione mut. Sembrava rasserenato, come se l'immagine della
sorella, dapprima velata nella sua mente dall'ombra del rancore che da tempo oscurava i loro
rapporti, fosse tornata quella degli anni felici della prima giovinezza. Senza averne
consapevolezza il suo volto si copr di un tenue rossore, cos insolito sul suo incarnato segnato da
Natura del pallore degli esseri notturni.
Avvertiva nel petto un tumulto incontenibile, come raramente aveva mai provato al confronto
con una donna. Trasse un profondo respiro, facendo appello a tutta la sua freddezza, mentre la
carrozza superava l'ultimo tratto e veniva ad arrestarsi davanti alla sua cavalcatura.
Si trattava di un grande veicolo per il trasporto di uomini e merci sulle lunghe distanze delle vie
dell'Appennino, con ruote di ampio raggio per superare pi agevolmente gli ostacoli
continuamente presenti su strade che risalivano nel loro impianto all'antico impero romano. Ma
che nei secoli erano state pi volte riaperte e poi abbandonate di nuovo sull'onda delle mutevoli
sorti dei territori attraversati, senza per mai tornare all'originario splendore.
Sui fianchi di solide tavole, simili al fasciame di un vascello, erano state tagliate un paio di
strette finestrelle, simili alle bocche di lupo di una muraglia, utili solo per il ricambio dell'aria
interna. Su un lato si apriva un portello per accedere all'interno, a parte quello il veicolo ricordava
pi una piccola fortezza su ruote che non un mezzo di trasporto.
Deve esserci la mano di mio padre, mormor Cesare, rivolto pi a se stesso che non
all'ufficiale che era restato al suo fianco.
Sua Santit ha voluto che la figlia diletta viaggiasse in massima sicurezza, azzard l'uomo,
sentendosi chiamato in causa.  un vero carro da battaglia...
Mio padre ha voluto soprattutto che nessuno potesse anche solo scorgere la figlia diletta. N
lei scambiare nemmeno una parola con chicchessia, replic Cesare. Raggiungi il resto della
truppa, e fai approntare il campo! Faremo alto in questo punto.
Restato solo, Cesare si avvicin al carro, attendendo che il portello si aprisse. Ma il tempo
scorreva senza che dall'interno si avvertisse alcun movimento.
Come se il carro fosse vuoto. Oppure funestato da qualche avvenimento drammatico. Con un
tuffo al cuore afferr la maniglia del saliscendi che fermava lo sportello. Questa resistette alla sua
spinta, bloccata da qualcosa all'interno.
In preda a un'ansia sempre pi forte, snud la spada e prese a colpire il portello, scagliando
schegge di legno tutto intorno. Ma nonostante la violenza dell'assalto, la struttura di solide tavole,
incernierata con cardini d'acciaio, resisteva ai suoi sforzi. Poi di colpo sembr cedere, e un varco
oscuro si apr davanti a lui.
Dall'apertura usc un fiotto di aria pesante, impregnata di uno strano odore dolciastro, una
mescolanza di afrore umano ed estratto di fiori e altri aromi vegetali. Un odore che risvegliava in
lui il ricordo di antiche sensazioni, emozioni che aveva da tempo ricacciato nel luogo pi profondo
e remoto della sua memoria. Ma che ora di colpo riemergevano alla consapevolezza, con tutta la
loro carica di lussuria e di colpa.
Per un attimo ogni suo senso fu sopraffatto dall'immagine del corpo di Lucrezia, sorpresa un
giorno della sua adolescenza appena uscita dalle acque del bagno, nuda e trionfante come una
Venere apparsa sulla schiuma delle onde marine. E i lunghi capelli biondi intrisi di olio profumato,
che la giovane con una mossa del collo di cigno aveva sventagliato intorno alla testa come ali di un
uccello del paradiso.
E il corpo che si era mosso nell'ombra della carrozza non aveva perso nulla della sensuale
flessuosit di quei primi anni, pens lui con un brivido.
Salve, sorella, riusc appena a dire, quasi un balbettio. La giovane si fece pi vicina al
portello, lasciando che la luce esterna finalmente scorresse su di lei. Anche il volto che si stava
avvicinando al suo per il bacio del saluto aveva ancora quella stessa curva aggraziata che
sembrava invocare le carezze. Solo appena segnato dalle tracce di una notte trascorsa in viaggio.
E il petto reso pi florido dalla maternit, come il cinto alla vita, appena pi ampio di quanto
conservava nel suo ricordo.
Lucrezia non aveva risposto, limitandosi a offrirgli la guancia. Ma quando lui aveva cercato
d'istinto le sue labbra, la donna si era sottratta scivolando con il volto di lato.
Perch sei venuta? Stiamo per dare l'assalto, non  luogo da donne! esclam Cesare,
riprendendosi.
Voglio qualcosa da te.
Cosa?
Sapere.
Sapere cosa, ti chiedo!
Che intenzioni hai riguardo alle mie prossime nozze.
Cesare trasse un respiro profondo, distogliendo lo sguardo. Non  cosa che ti riguardi, la
famiglia sceglier il meglio per te.
Prima vi siete liberati di quell'idiota imbelle di Giovanni, il mio primo marito, disse ancora lei,
senza far caso alle sue parole.
Dovresti esserne grata al padre tuo, replic Cesare, sempre senza guardarla negli occhi.
Grata? Grata di aver posto riparo a un'infamia? Mi ha venduta da infante, strappandomi a
nutrice e pupattole. Condannata a quattro anni di esilio, nel tempo del fiorire della vita. E se poi
per convenienza ha annullato il matrimonio, per condannarmi a un secondo oltraggio, dovrei
essergli grata? La donna si era fatta pi vicina. Sollev la mano a carezzare la sua gota.
Oltraggio da cui tu mi hai liberato, fratello, sussurr, poi allungando il dolce collo fino a
congiungere le labbra con quelle dell'uomo.
Cesare credette che un ferro rovente lo avesse toccato, tanto era il calore che gli era parso di
avvertire in quelle labbra. Un fremito lo scosse lungo la spina dorsale, e subito dopo una
contrazione nervosa alla mascella, con i denti che battevano come animati di una forza propria.
Lucrezia s'era accorta del suo turbamento, ma ne sembrava contenta. Si strinse ancor di pi a
lui, con una movenza sensuale. La sottile veste di seta non nascondeva nulla del suo corpo, che
sentiva aderire al suo come una coltre preziosa.
Alfonso d'Aragona, il secondo che ha avuto il mio corpo, me lo hai ammazzato tu, vero?
sussurr ancora, mordicchiandogli l'orecchio.  quanto si dice, almeno.
E tu lo credi? trov la forza di replicare Cesare.
La donna affond la testa sul suo petto. Spero che sia stato tu, mormor.
Cesare sent le parole salire dal basso, come se la voce scaturisse da dentro di lui. Lo speri?
Era il padre di tuo figlio, non hai orrore del suo assassino?
Lucrezia torn a sollevare lo sguardo, affondando i suoi occhi azzurrissimi nei suoi. Se doveva
esser fatto, mai avrei voluto che fosse stata la mano di un altro. Se non quella del mio fratello, e
primo e vero sposo, disse poi, la voce ridotta a un bisbiglio soffocato.
E adesso si parla di Alfonso d'Este, per me. Cosa c' di vero? riprese poi, in tono
improvvisamente tornato normale. Voglio saperlo, qui, subito! Un terzo marito, per la prostituta
dei Borgia! seguit scoppiando a ridere.
Un riso infantile, luminoso come la chiostra di denti perfetti che risaltavano illuminati di luce
propria nella penombra della carrozza. Aveva rovesciato la testa verso l'alto, il lungo collo di cigno
liberato dalla gorgiera slacciata.
Cesare sussult. Quante volte aveva visto quel gesto, offerto a lui nel segreto di una stanza
solitaria. E mai, mai, aveva potuto resistere.
Avevano scoperto insieme le prime eccitazioni di una sessualit impetuosa, e precoce nella
sorella, con cui era cresciuto negli anni dell'esilio a Subiaco, e poi in quelli della sfrenatezza del
palazzo romano. E nella sua mente era lei la compagna ideale, l'unica con cui avrebbe potuto
avere dei discendenti degni di dar vita a quella stirpe regale che vedeva nei suoi sogni di gloria.
Sorella e sposa, per un sangue puro e incontaminato, come si diceva fosse quello degli immortali
faraoni egizi...
Le sue mani salirono a stringerla alla vita e alla nuca, e lei senza opporre resistenza mosse il
volto verso il suo, sfiorando con le labbra la sua bocca.
Poi un gelo improvviso lo colse, paralizzando ogni movimento. Un'immagine che aveva sempre
tentato di schiacciare nel fondo della memoria, sforzandosi di dimenticarla. Quegli stessi gesti,
quelle stesse mani tese a sfiorare un seno appena pronunciato, le labbra spinte a cercare altre
labbra li aveva gi visti, quando il vecchio bastardo saliva alla rocca di Subiaco per una delle sue
rare visite, e costringeva l'amante Vannozza e gli altri figli a chiudersi nelle proprie stanze per
lasciare campo libero alla sua lussuria.
Gesti che aveva sorpreso prima con stupore e poi con rabbia, e che ora gli sembrava di veder
replicati in uno specchio miserabile.
Cos'hai, fratello? chiese Lucrezia, irrigidendosi a sua volta. Perch mi respingi? C' un'altra
donna che ti possiede?
Cesare scacci l'immagine che lo aveva nauseato con un gesto vago. Nulla, sorella, devi
perdonarmi, sono le preoccupazioni della guerra, disse accarezzandole la gota ma ritraendo
subito la mano. Il mio amore per te non si spegne, nessuna mai prender il tuo posto in un cuore
che hai rapito e serri da allora tra le tue dita. Ma pure le esigenze della politica si fanno avanti. S,
ti  stato scelto come sposo novello Alfonso, il figlio di Ercole d'Este. Diverrai duchessa di Ferrara,
oltre ai domini che gi ti appartengono. Tuo figlio avr un padre, e la famiglia altra discendenza.
Altra discendenza? Mio figlio dovr spartire il nome con la tua, parto di quella francese?
Cesare chin il capo. Quella francese mi ha dato il titolo di duca, e quello di pari di Francia. Se
ne resta in Navarra, insieme con quello spilorcio del padre suo, e non tra i miei piedi. Non hai
nulla da temere da lei.


Capitolo 12.

Il giorno successivo,
davanti alle mura di Urbino.
Le colonne del duca avevano raggiunto il piccolo rilievo che dominava a distanza la citt di
Urbino.
In modo confuso e senza un ordine particolare di schieramento, i vari reparti si erano attendati
uno dopo l'altro, certi di non correre alcun pericolo di sorpresa da parte dei pochi armati di
Guidobaldo da Montefeltro. Le truppe dello Sforza, suo alleato, erano troppo lontane per costituire
un reale ostacolo.
L'impresa sembrava facile, ma Cesare Borgia era inquieto.
Che cosa avete, duca? Sembrate insoddisfatto, chiese Miguel de Corella, il suo luogotenente
apparso come dal nulla alle sue spalle.
Miguel, disse il duca, voltandosi di scatto e portando la mano all'elsa della spada che gli
pendeva al fianco. Chiunque altro sorgesse dietro di me come  tua abitudine sarebbe gi spento
da tempo. Oppure lo sarei io, dal suo pugnale.  solo l'amore che ti porto, e che credo tu porti a
me, che scampa entrambi dalla morte.
Il valenziano si inchin rispettosamente, sfiorando con la mano la tesa dell'ampio cappello.
Credo di aver dato al mio signore ampia prova del mio amore e della mia fedelt. La seconda
figlia del primo, il primo garante della seconda.
S, so bene di poter contare su di te in ogni bisogna, annu Cesare con un sorriso. Non sono
insoddisfatto, amico mio. Ma l'esperienza mi ha insegnato che spesso proprio nei giardini pi
lussureggianti e ricchi di frutta si cela l'insidia la pi inattesa.
Avete ragione, duca,  come dicono anche i preti, con quella favola del giardino dell'Eden dove
si nascondeva il serpente. Ma credo che in quel giardino non ve ne siano, rispose l'altro,
puntando la mano verso la cinta di mattoni della citt, accesa dagli ultimi raggi del sole. Ho
preso dal bagaglio l'occhio veneziano, perch possiate studiare meglio la preda.
Miguel sorreggeva con l'altra mano una cassetta di legno. Cesare Borgia sollev il coperchio e
ne trasse una sorta di tubo d'ottone, con due dischi di vetro alle estremit.
Avvicin il tubo all'occhio e lo volse in direzione della citt, restando immobile in quella
posizione per alcuni lunghi istanti prima di restituire lo strumento allo spagnolo. Non sembra
esserci una particolare attivit sulle mura. Come se in Urbino non ci fosse nessuno, o fossero tutti
immersi nel sonno. Guarda anche tu, Miguel.
Lo spagnolo accenn a un passo indietro. Non mi fido di quella diavoleria, duca. A guardarvi
dentro il mondo sembra sovvertito, e le mie viscere si contraggono quasi fossi a bordo di una
maledetta caravella. Chi l'ha costruito doveva essere un mago perverso!
Cesare Borgia accenn a un sorriso. Questo  un grande ritrovato, invece. Mio padre l'ebbe in
dono da un navigatore veneziano, che gliene narr la storia. Lo aveva ottenuto da un vetraio di
Murano, fabbricante di lenti per la vista. Casualmente questi aveva scoperto che accoppiando due
lenti si incrementava di molto la potenza di ingrandimento, rendendo possibile la chiara visione di
oggetti lontani.
Ma questa visione  pervertita in una maniera insopportabile!
No, Miguel, quella che ti sembra una perversione non  altro che un limite del congegno:
l'immagine che giunge allo sguardo  semplicemente rovesciata rispetto al vero. Ma basta un poco
di esercizio per padroneggiarne l'uso, replic il duca, tornando ad avvicinare il tubo all'occhio.
Davvero, c' qualcosa di strano, in questa totale assenza di reazione. Eppure a quest'ora le scolte
sulle torri dovrebbero aver ben avvistato la nostra truppa.
Potremmo dar loro la sveglia. Il traino ha trasportato i pezzi in vetta all'altura. Do ordine di
orientarli verso le mura, e tirare una salva?
S, annunciamo il nostro arrivo con la loro voce, rispose Cesare dopo una breve esitazione.
Cannoni e archibugi hanno sempre maggior effetto che non la squilla di trombe e il rullar di
tamburi. Dai ordine di inviare una scarica da due libbre contro la torre d'angolo. Non voglio
procurare danni all'abitato, che poi sar mio. Per ora, almeno.
Lo spagnolo si allontan in fretta, diretto verso la collinetta dove gli addetti stavano terminando
di mettere in batteria i pezzi, dopo averli staccati dal traino dei cavalli.
La prima salva raggiunse la sommit della torre, scuotendola come una scossa di terremoto e
spargendo in giro un nugolo di schegge di mattone. Ma al di l di danni alla merlatura e ai
camminamenti, non sembrava aver prodotto rovine profonde.
Cesare Borgia aveva seguito con attenzione l'effetto della salva.
Segnala alla batteria di alzare il tiro, Miguel, esclam rivolto allo spagnolo, senza staccare
l'occhio dal suo strumento. Una parte delle palle ha colpito la muraglia ed  rimbalzata via. Il
nuovo bastione disegnato da quel Laurana di cui si parla ha davvero effetto contro le artiglierie.
Forse dovremo mettere in batteria anche le bombarde, per scavalcare col tiro l'ostacolo. Avrei
voluto evitarlo.
Perch, duca? Che importanza possono avere qualche decina di ammazzati tra i popolani, se
questo pu aprirci le porte della citt?
Cesare Borgia si volse verso di lui, scuotendo la testa. Nulla, se fossimo saccheggiatori, e
spogliare Urbino delle sue ricchezze fosse il nostro scopo, per poi passare a una nuova preda.
Allora potrei tappezzare la mia strada di cadaveri, e lasciare a te il piacere di spogliarli secondo
l'uso dei tuoi antenati vandali.
Antenati che furono anche i vostri, duca. E il cui sangue scorre nelle vostre vene, come nelle
mie! ridacchi Miguel de Corella. O avete dimenticato da dove viene la vostra famiglia?
Cesare scroll le spalle. Il sangue  il seme del nostro essere, ma poi il seme  gettato nella
terra. E la pianta che ne scaturisce risente del seme, ma ancor pi degli umori della terra in cui
affonda le radici. E pi il fusto cresce e trionfa, e pi si dilunga dal seme che ne fu origine, di cui
alla fine mantiene un'ombra, come remoto nella maestosa quercia  il ricordo della ghianda da cui
nacque. Le mie radici affondano tra i tuoi stessi monti, ma le mie fronde germogliano al sole di
Roma.
Lo spagnolo aveva seguito le parole del duca con un'espressione dubbiosa, come se stentasse a
seguire il ragionamento.
Io sono nato in questa terra, riprese Cesare, anticipando le sue obiezioni. E quindi pur se il
mio seme venne di Catalogna,  qui che la mia pianta  radicata, e qui dar frutto e ombra ai
posteri. Qui sar il mio regno, mio e di queste genti, e per ci non voglio che questo popolo impari
ad odiarmi, prima ancora di avermi conosciuto.
Capisco, rispose asciutto lo spagnolo. Ma quel regno che immaginate per voi e per loro
avanza sulle lance francesi, aggiunse, indicando le tende che stavano sorgendo sul fianco sinistro
dello schieramento. In lontananza si scorgeva la radura scelta dal contingente inviato dal re di
Francia per accamparsi. Uomini e cavalli si stavano preparando per la notte, in un turbinio di
polvere. Credete che il re sia d'accordo con il vostro progetto?
Un sorriso sottile incresp le labbra di Cesare. La Francia mi aiuta solo per grazia del papa mio
padre, e in odio a Napoli e Spagna. So bene che sar la prima a togliermi il suo appoggio, se solo il
vento della mia fortuna piegasse contro le sue vele. Ma basta che mi aiutino per il tempo che mi
serve... seguit, tornando a guardare verso l'accampamento dei francesi. Ora  troppo presto,
ma verr il tempo per liberarsi di loro.
Intanto gli artiglieri avevano tirato gi dai carri quattro pesanti bombarde. Con sforzo le
trascinarono in posizione, incassando nel terreno le gole e sollevandone la bocca su piramidi di
travetti. Il mastro di tiro pass dall'una all'altra regolando l'alzo utilizzando il suo compasso, e
dette ordine che venissero introdotti nelle bocche i cartocci della polvere e le grosse palle di
pietra. Quindi si volse verso il duca in attesa di ordini.
Cesare Borgia mosse appena una mano, ma il segnale fu sufficiente. Il mastro di tiro fece
scattare il suo acciarino e innesc la miccia che stringeva in mano, avvicinandolo al focone della
prima bombarda.
Con un ruggito sordo l'arma vomit una fiammata, accompagnata da un violento soffio di fumo
bianco, mentre la spinta del contraccolpo faceva sobbalzare il pesante ordigno conficcandone
l'estremit ancor pi nel terreno.
Subito il mastro pass alle altre bombarde, ripetendo l'operazione. E di nuovo il tremendo
rumore spazz l'aria immobile della verde vallata.
Cesare Borgia rivolse di nuovo l'occhio veneziano verso la citt. Questa volta i colpi non si erano
limitati a danneggiare la muraglia esterna, ma erano caduti sull'abitato sfondando tetti e
abbattendo muri, per finire la loro corsa sulla via tra i passanti. La distanza era troppa perch si
potessero cogliere i suoni di quello che accadeva, ma non era difficile immaginare il rombo dei
crolli e le grida di dolore dei feriti che avevano seguito l'attacco.
Una nuova salva, duca? chiese il mastro di tiro, agitando la miccia.
Cesare sollev la mano. Aspettiamo, diamo il tempo al Montefeltro di valutare a pieno il nostro
messaggio. Che legga quello che ho scritto, e immagini quello che scriver.
Anche lo spagnolo aguzzava la vista verso la citt. Mi sembra di vedere qualcosa! esclam di
colpo. E senza il vostro marchingegno! aggiunse, indicando verso la sommit del palazzo ducale
che svettava tra i tetti degli edifici circostanti.
Hai ragione, conferm Cesare Borgia. Hanno issato qualcosa sulla fronte del palazzo, uno
stendardo bianco. Vogliono parlamentare.
Cercheranno di trattare?
L'altro si abbandon a un sorriso ironico. Montefeltro scoprir presto che c' un solo modo di trattare con un Borgia.


Capitolo 13.

Ingresso del Valentino in Urbino.
Cesare Borgia aveva fatto trarre dalla cassa nella sua tenda il pi sontuoso abito da cerimonia di cui disponesse nella spedizione, e lo aveva indossato con la massima  cura.
Si era fatto acconciare con maestria i lunghi capelli e la barba, in modo da celare quanto pi possibile i segni del mal francese, che erano tornati a manifestarsi.
Credete che sia prudente, padrone, entrare in citt? chiese Miguel de Corella, mentre lo aiutava a salire in sella del palafreno sostenendolo alla staffa. Ci  hanno reso le chiavi, ma i nostri non controllano ancora tutti i punti strategici. E le nostre spie  riferiscono che il vecchio signore ha ancora molti sostenitori...
Lo so, Miguel. Ma la forza ha bisogno della forza, per essere creduta. Se dessimo idea che ci
intimidisce la presenza di un pugno di bastardi dentro le mura, questi crescerebbero in misura del
nostro indugiare. Entrando subito, e non sotto la protezione degli scudi ma ammantati del meglio
delle nostre robe, spezzeremo la forza d'animo di chi ancora volesse opporsi alla nostra autorit.
Avanti, organizza la colonna, i vessilli, i trombetti e i tamburi davanti e un tercio di picchieri alle
spalle.
Il valenziano annu. Far come ordinate. Ma gli sbandieratori porteranno spada e corazza,
sotto le livree, replic poi con un ammicco.
Cesare si abbandon a un sorrisetto di compiacimento. Mi ricordi la vecchia fantesca che ci
accudiva a Subiaco. Una chioccia, hai paura che spicchi il volo?
Ho paura che il vostro coraggio ecceda nel correre la giusta misura. E credo che il compito di
uomini fedeli sia quello di porvi rimedio.
Cesare attese che intorno a lui si allineasse il corteo, poi con un cenno deciso dette ordine di
procedere verso la porta spalancata al termine della breve rampa di terra battuta.
Gli uomini si erano radunati a circa mezzo miglio dalle mura, su cui si scorgevano i punti neri
delle tante teste dei cittadini assiepati in attesa. Aveva voluto anche che fossero trascinati in vista
una mezza dozzina di cannoni, in modo da dare il tempo agli abitanti di misurare con esattezza la
forza delle sue armi.
Quindi a passo cadenzato dal rullo dei tamburi e dagli squilli delle trombe di guerra il folto
gruppo si avvi verso la citt conquistata. A mano a mano che lo spazio diminuiva, le casupole di
pastori che circondavano Urbino si facevano pi rade, ormai solo una piccola stalla sorgeva a lato
della strada prima dello spazio vuoto del pomerio intorno alla citt.
Sulla porta della casupola un uomo rivestito delle povere vesti dei contadini sembrava attendere
il corteo, con un'oca stretta tra le braccia. Quando l'avanguardia dei portainsegna e dei tamburi lo
ebbe superato, si fece avanti di corsa tendendo l'oca verso il condottiero, approfittando di un
breve intervallo apertosi tra le file del corteo.
Miguel de Corella, che seguiva tra i picchieri subito dietro il palafreno, scatt in avanti,
cercando di intercettare l'uomo che intanto si era liberato dell'oca ed era giunto a ridosso della
cavalcatura. Si aggrapp con una mano alla staffa, mentre con l'altra snudava da sotto il
camiciotto una lama tentando di colpire all'inguine il duca.
Cesare, che aveva colto il movimento con la coda dell'occhio, reag d'istinto con uno strappo
alle briglie, facendo inarcare il cavallo. Il colpo lo raggiunse cos solo al ginocchio, scivolando via
sul solido cuoio dello stivale.
E prima che l'assalitore potesse ripetere il colpo, il valenziano era riuscito a balzargli addosso,
schiacciandolo a terra sotto il proprio corpo appesantito dalla corazza, subito imitato da altri
picchieri.
Mentre l'uomo veniva immobilizzato, Cesare aveva ripreso il controllo della sua bestia, che
sbuffando e nitrendo era tornata sulle quattro zampe, di traverso sulla via.
Fatelo sparire! sibil rivolto agli uomini, che intanto avevano tramortito l'assalitore. E
riprendete subito l'ordine di marcia! Nessuno dalla citt deve poter notare quello che  accaduto.
Penseremo poi a far confessare a quel bastardo chi lo ha incaricato dell'infamia.
Cesare si fece strada nei sotterranei del convento requisito, guidato da Miguel de Corella che lo
aveva atteso all'inizio del lungo corridoio. Procedettero sotto le volte basse, che in certi punti
costringevano a chinare il capo per non urtare, fino a una porta socchiusa.
Al di l si apriva uno spazio circolare di una decina di passi, forse quel che restava del
basamento di un'antica torre. Qui era stato condotto il prigioniero, a torso nudo e legato a una
croce di assi, il volto tumefatto e coperto di sangue secco. Ai suoi fianchi due uomini madidi di
sudore, con in mano ancora le sferze di cui si erano serviti.
Alla fine lo abbiamo convinto a parlare, signore, disse uno dei due, chinandosi alla volta del
duca. Non  uno di qui,  un ravennate, assoldato per uccidervi.
Da chi? chiese Cesare, accostandosi al prigioniero.
L'uomo mugol qualcosa di indistinguibile, spruzzando sangue attraverso i denti spezzati.
Cesare rest per un attimo immobile, la fronte aggrottata. Dici il vero? chiese ancora, ma dal
prigioniero venne solo un gemito.
Maledetti idioti! si rivolse furente ai due torturatori. Avete corso il rischio di spacciarlo
prima ancora che potesse confessare! Poi si volse di scatto, avviandosi verso la porta e lasciando
gli uomini interdetti.
Cosa dobbiamo fare dell'uomo, duca? lo rincorse il valenziano. Dobbiamo finirlo?
Tenetelo da parte, rispose Cesare, continuando a camminare senza voltarsi. Ho idea di come
renderlo utile ancora per qualcosa.
Sarete obbedito. E ha confessato chi sia il mandante dell'aggressione? chiese ancora Miguel.
S. E non  chi mi aspettassi.  stato qualcuno che ho lasciato in mia vece a dominare nelle
Romagne. E che a quanto pare si  affezionato ai morbidi cuscini di seta su cui gli ho consentito di
sedere, al punto di mordere la mano che lo ha nutrito.
Di chi parlate?
Di un uomo in cui riponevo la massima fiducia, e che mai avrei pensato sarebbe giunto al
punto di tradirmi. Raniero de Lorca!
Raniero? sobbalz il valenziano.  stato con noi in tutte le imprese, davvero credete...
Non lo avrei creduto, ti dico. Anche se avevo colto in lui quell'esasperata brama di ricchezze
che lo divorava dal tempo del suo arrivo dalla Spagna, gli ho lasciato spogliare le citt che gli
affidavo, in cambio della sua efficienza nelle armi, che mi giovava. Avrei dovuto sospettare
qualcosa, sapendo dei suoi abboccamenti segreti con gli altri miei condottieri, soprattutto
Vitellozzo e l'Orsini. Ma l'uomo non sa a quale belva ha creduto di giocare il suo tiro. Spargi la
voce che l'attentatore  stato ucciso prima di poter portare a termine il suo colpo, e che si pensa
sia un uomo del posto la cui moglie fu presa per addolcirmi una notte al campo. Lasciamo che
l'amico si goda ancora un poco i miei cuscini.


Capitolo 14.

Urbino, agosto 1502.
Benvenuto, maestro, esclam Cesare Borgia, spalancando la porta della stanza dove era stato
alloggiato Leonardo al momento del suo arrivo in Urbino e facendo ingresso con la solita irruenza
con cui affrontava i suoi sottoposti, senza alcuna formalit o cerimonia.
Ma ora, di fronte alla figura solenne dell'artista, si immobilizz, esitando. Gli parve che una
forza superiore si fosse risvegliata dentro di lui. Vinse l'impulso a retrocedere e mosse ancora un
passo in avanti. Sono lieto che abbiate accettato il mio invito a porvi al mio servizio, finalmente.
Leonardo accenn a un leggero inchino con il capo. Son grato della cortesia con cui la vostra
eccellenza trasforma in invito la mia supplica. Ve ne render merito con il meglio della mia arte.
Ho fiducia nel vostro genio, maestro, replic il condottiero. N ho mai prestato orecchio alle
voci che gravano di ombre il vostro lavoro, che mai abbiate condotto a termine opera in cui foste
impegnato. Ma in molti questo ripetono, e se ci pu esser perdonato nelle arti del colore, in
quelle della spada incertezza e albagia sono mortali. Che prove potete dare che questa
inconcludenza di cui vi si accusa sia solo calunnia, e non fatto? disse ancora Cesare in tono
severo, sforzandosi di riaffermare la sua superiorit.
Leonardo chin lo sguardo a terra, e attese un lungo attimo prima di rispondere. Poi afferr la
lira che giaceva in terra accanto allo scranno. Ci sono opere che richiedono tempo e pazienza, e
renderle celeri significa deturparle, o non condurle a perfezione. E in arte  meglio il nulla
dell'imperfetto. Ma ve ne sono altre come la musica, ove il rispetto del tempo  invece essenziale.
Le dita dell'artista accarezzarono le corde, traendone un arpeggio, poi la voce forte e armoniosa
inton la canzone Movesi l'amante, una delle sue composizioni.
Cesare Borgia ascolt attento il fluire della musica e del canto, finch le ultime note non
mutarono in una tenue eco che si spegneva nella sala. Capisco, disse infine.
Ne sono lieto, duca.  una stessa mano, quella che indugia sulla tela e quella che corre sulle
corde. Ed  uno stesso artefice, quello che padroneggia entrambe le arti, disse l'artista,
deponendo la lira e fissando l'altro negli occhi senza alcuna soggezione. Lo stesso artefice che vi
rassicura in fatto di arte guerresca. Volete la prestezza, e l'avrete.
Bene, non dubitavo di voi, replic il duca, battendo le mani. Al richiamo entr un segretario
che aveva atteso fuori dell'uscio, con una voluminosa cartella di cuoio sotto il braccio. Cesare
Borgia ne trasse una pergamena, coperta da una scrittura minuta e segnata in basso da un vistoso
bollo di ceralacca. Ecco la vostra nomina come architetto militare, con i vostri compiti. Mi
aspetto molto da voi, lo stesso genio di cui avete gi dato prova.
Avrete quello che chiedete, rispose asciutto Leonardo. Scorse rapidamente il contratto e poi
torn a fissare Cesare negli occhi. Posso darvi tutto quello che vedo elencato, e forse molto di pi. Ho
macchine per ogni occorrenza della campagna, ancora impensate, per ogni guerresca impresa,
aggiunse, tornando a esaminare lo scritto.
Il condottiero aveva assistito in silenzio. Siete soddisfatto dei termini?
Fanno onore alla vostra liberalit. Liberalit che sar ripagata.
Non ne dubito. Eppure, maestro Leonardo, non posso negare di aver trovato singolare sin dal
nostro primo incontro in Milano questo vostro interesse per i fatti d'arme. Senza il quale non
affiderei a voi le sorti delle mie fortezze. Ho certezza della vostra maestria nel tracciare mappe e
progettare muraglie, ma aspetto con meraviglia il resto che dite, replic Cesare, senza riuscire a
celare fino in fondo un filo di scetticismo.
Leonardo scosse i lunghi capelli, come per scacciare un improvviso pensiero sgradito. Poi fiss
il duca. Egualmente io mai prima avrei creduto in voi una cura tanto attenta per le forme
sensibili e belle, come vedo qui. Venendo a palazzo ho visto i vostri uomini scaricare dai carri
dipinti e sculture. Certo prede di guerra, e forse prese pi per soddisfazione di conquista che non
per diletto, ma comunque scelte con cura e con l'occhio del conoscitore.
Chiss, mormor Cesare quasi parlando a se stesso, fissando per un attimo nel vuoto. Forse
in un'altra esistenza avrei voluto anch'io cercare la bellezza nella suprema armonia delle forme
perfette, come quelle cui voi date vita, seguit in tono di rimpianto. Invece di dirigere ogni
giorno verso l'oscurit.
Esiste una bellezza anche nell'atrocit... mormor Leonardo in tono ambiguo.
La bellezza dell'atrocit... s, credo che abbiate ragione.  cosa che anch'io ho notato, nel
meriggio della battaglia. Quando la giornata  vinta o persa, e il campo  cosparso dei corpi degli
abbattuti. Rovine umane, destinate a dissolversi come gli archi e le colonne dei grandi romani.
Spesso mi chiedo che rimarr di questa nostra et, maestro Leonardo. Cosa credete?
Che tutto il nostro fare, per magistrale che sia,  destinato a perire. E questo non per
mancanza di genio dell'artefice, ma per legge di Natura.
Legge di Natura? Che Morte  sovrana di tutto?
No, Morte  solo la sua servitrice, ma altra  la causa. La velocit stessa del suo agire,
rispose Leonardo. Parlando aveva distolto lo sguardo dal suo interlocutore, e pareva osservare un
punto indefinito della stanza.
Il duca continuava a fissarlo, incerto sul senso da dare a quelle parole.
Natura trasforma continuamente se stessa e le cose, con incredibile velocit, riprese l'artista,
tornando a rivolgersi a Cesare. Ma non v' espediente dell'uomo con cui noi si possa eguagliarla
nella sua corsa verso nuove forme. Per questo ogni nostra creazione  destinata inesorabilmente a
restare indietro nella grande macchina dell'essere, e a venire maciullata dai suoi ingranaggi,
ridotta in frantumi e poi in polvere.
Cesare Borgia abbass la testa, incassandola tra le spalle, come per resistere a un'improvvisa
corrente gelida che avesse spazzato la stanza. Poi la rialz di colpo, gli occhi accesi di una luce
decisa. Forse sparir anch'io nel buio dei secoli, maestro Leonardo. E il mio nome sar cancellato
come quello dei tanti vissuti senza sapere. Ma prima incider la storia della mia vita sul marmo,
con uno scalpello di fuoco. Aveva estratto il pugnale che portava al fianco, e con un colpo deciso
lo piant al centro del tavolo. La lama di acciaio temprato vibr con una lunga nota sonora, che
cess di colpo quando Leonardo a sua volta ne afferr l'impugnatura.
L'artista soppes per un attimo l'arma nel palmo della mano, poi con gesti decisi prese a scavare
nella superficie del tavolo, scagliando via a ogni colpo minute schegge di legno.
Sotto lo sguardo meravigliato del duca un volto di donna cominci a prendere corpo. Simile a un
angelo eppure diversa, di una bellezza celestiale ottenuta con pochi tratti ma resa ancor pi viva
dalle venature del legno, che pur nella loro disposizione casuale parevano realizzare un gioco di
chiaroscuri pensato ad arte.
Le sue mani straordinarie stavano realizzando una perfetta matrice per xilografia. Sarebbe
bastato gettarvi dell'inchiostro e pressarvi sopra della carta per ottenere un'opera compiuta. E
quel volto destava nel condottiero un ricordo lontano e confuso, come se in un lontano momento
della sua vita avesse incontrato una creatura simile.
Ma forse era solo un effetto della bellezza, di cui ognuno porta nel fondo dell'animo un'identica
memoria, come di ogni essenza universale.
Leonardo intanto stava infliggendo ancora alcuni rapidi colpi di pugnale, per poi passare a una
serie di sgorbiate leggere che quasi sfioravano soltanto il legno, tratteggiando la massa dei capelli
che accarezzavano la guancia della figura. Poi si ritrasse di un paio di passi, come per osservare
da lungi la sua opera. Ecco... Voi scolpirete col fuoco e nella carne. Io estrarr dalla materia
informe una momentanea visione. Ma entrambi correremo verso la morte e l'oblio, concluse,
serrando le labbra in una smorfia amara.
Ma almeno il vostro nome rester inciso nella mente di tutti quelli che vedranno le vostre
opere, certo destinate a sopravvivere nei secoli, replic il duca in tono amaro. Ma il mio? Che
sar di me, del mio orgoglio?
Il maestro si volse verso la finestra. Davanti ai suoi occhi il panorama di piani e dolci colline,
torrenti alternati a macchie di bosco e radi caseggiati rurali si andava confondendo nell'oscurit
della sera. Eppure la sua mente continuava a vedere nel ricordo ogni dettaglio del panorama, che
invece i suoi occhi non riuscivano pi a scorgere. Mi avete chiesto in cosa consista la potenza
dell'arte, disse di colpo, voltandosi verso Cesare. Domanda sulla cui risposta mi sono piegato
per anni, senza neppure sfiorare la meta. Eppure mi sembra ora di aver raggiunto una soluzione,
seguit, puntando il dito verso le tenebre al di l dell'apertura.
Il duca si avvicin a sua volta, fissando lo sguardo nella direzione indicata dal maestro. Esit
per un lungo attimo, poi si volse verso di lui con un'espressione perplessa. Non vedo se non
ombre confuse, incerte. Non capisco.
Nondimeno  questa la risposta. Pensate a quello che potevate scorgere solo un'ora or sono!
Certo... tutta la ricchezza di forme di una campagna ubertosa. Un terreno che conosco a
menadito, per avervi effettuato pi di una scorreria con le mie truppe. Ma quindi?
Ora guardate il mio volto! lo interruppe Leonardo, indicando di nuovo l'incisione e ponendovi
accanto la lucerna accesa. Lo vedete?
S, con chiarezza, replic Cesare, sempre perplesso.
Leonardo sollev il coperchio della lucerna e con un soffio estinse la fiammella. Di colpo la
stanza precipit nelle tenebre.
Il ritratto inciso sul tavolo era ora una macchia incerta, appena distinguibile. Il disegno 
ancora qui, seppure invisibile. Occorre un raggio di luce per renderlo percepibile. Ebbene l'arte
non  che la luce che l'artista impone all'oggetto che gi esiste in natura, nascosto sotto la coltre
dell'oscurit. Il maestro fece scattare l'acciarino, e dopo pochi colpi la lucerna torn ad emettere
il suo raggio giallastro, e il volto della fanciulla a esistere di nuovo.
Cesare Borgia tacque per qualche istante, riflettendo. Ricordo che il vostro concittadino
Buonarroti disse qualcosa di simile, a proposito di forme nascoste nel masso che la mano
dell'artista si limita a liberare del peso della materia superflua.
Michelangelo! Quel meccanico da strapazzo! scatt Leonardo, aspro. Sempre sporco di
marmo e calcina, gli abiti rattoppati da straccione!
Non credete di essere ingeneroso, maestro? Il Buonarroti gode di credito ampio per ogni
dove.
Leonardo serr i pugni, poi a poco a poco anche le labbra contratte si distesero. Avete ragione,
duca. Sono stato ingiusto, trascinato dall'onda del mio gusto e del mio carattere.  vero,
Michelangelo  artista di grandezza fuori misura. Ma  l'idea del bello che ci divide: io disdegno
quella sfacciata ostensione delle masse muscolari che tanto sembrano eccitare il Buonarroti, e la
cancellazione di ogni sfumato e ogni mistero dalla sua opera. Le sue figure emergono dall'informe
materia non con la dolcezza dell'atto creativo di un dio benevolo, ma con tutta l'angoscia di un
parto sofferto. Non nella luce che io ricerco, ma nell'ombra della miseria e del peccato egli sembra
trarre ispirazione.
Il bello, maestro. Ma quando si pu affermare di aver raggiunto questa sovrana condizione,
nell'infinita mutevolezza delle cose?
Io credo nelle parole di colui che fu maestro di noi tutti, fiorentini e popoli d'Italia, Leon
Battista Alberti. Che disse il bello essere quella condizione cui nulla si pu aggiungere e nulla
togliere, senza pregiudizio dell'opera.
Cesare Borgia assunse di nuovo la posizione che gli era solita quando rifletteva intensamente, la
testa china e incassata tra le spalle. Rest cos per alcuni lunghi attimi. E cos' il bello nei fatti
d'arme? Il semplice vincere o il perdere? O c' qualcosa di pi?
 quello che chiedo a voi. Per via di una commessa che ho ricevuto dalla mia citt, che ho
accettato. Celebrare con un colossale dipinto la battaglia di Anghiari, nel palazzo del comune.
Un affresco?
No, non sar cosa da calcina, n da gettare in fretta come piace a Michelangelo. Che tra l'altro
avr il compito di riempire dei suoi muscoli nudi la parete di rimpetto, rispose Leonardo, con un
sorriso ironico. Ma dovr entrare per questo in terreno del tutto estraneo alla mia opera dei
giorni passati. N posso avvalermi di scolte e avanguardie, come voi potete, duca, entrando in una
terra ostile. Per questo dovr fare come quel mercante davanti a una pista sconosciuta, che si
affider al viaggiatore che vi sia stato. Dovr fidarmi di voi.
Perch dite questo, maestro? Perch non avete mai visto una vera battaglia?
No. Ne ho solo scorto da lungi le conseguenze, lo strazio dei feriti e quello dei morenti raccolti
sulle carrette dei vinti. E la gloria dei vincitori, che ogni sofferenza sembrava aver cancellato.
Come se la vittoria fosse premio a tutto, e potente come acqua di Lete per cancellare dalla mente
il ricordo del passato.
Cesare Borgia fece un cenno di assenso.  vero. Sempre anzi il ricordo delle passate
tribolazioni si trasforma in un sottile piacere. Ma questo dopo. Voi volete conoscere invece del
momento.
S, duca, rispose Leonardo, protendendosi verso di lui, come se temesse che le sue parole
potessero disperdersi nel breve tratto d'aria che li separava. Quando le spade sono levate e non
ancora discese. Quando il colpo  misurato e non ancora inferto. Che cosa si muove nell'animo
dell'uomo che  di fronte alla morte, che con un solo cenno della sua mano scheletrica pu
scansarlo o rapirlo nella sua stretta?
Cesare si abbandon a un sorriso sottile. Un rombo si accende nelle orecchie, simile al fragore
di una cascata di montagna. Una cascata di infinite sensazioni, che turbano tutti i sensi della
nostra natura. L'odore dell'erba e degli escrementi delle bestie, il sudore dei corpi, le infinite
faville suscitate dal sole sulle lame levate, le macchie colorate dei fiori sul terreno, il vibrare delle
insegne percosse dal vento. E poi le masse dei corpi allineati al proprio fianco, e le figure confuse
di quelli che ci corrono incontro, lo stridio degli uccelli alti nel cielo, l'ombra delle nubi sul
terreno, le asperit del piano pronte a offrirci un riparo o a nascondere un'insidia. Ogni altro
rumore, grida di ufficiali, nitriti di cavalli, rombo di artiglierie viene soffocato, si trasforma in un
mormorio confuso, su cui le ondate successive degli uomini vanno a bagnarsi come in un torrente
di fuoco.
Leonardo si ritrasse dalla posizione che aveva assunto, riflettendo.
A cosa pensate, maestro? lo sollecit il duca.
A quale forma sensibile si pu affidare la rappresentazione di quello che mi avete descritto. A
come fermare sulla carta o sulla pietra stimoli che nella realt si manifestano
contemporaneamente. Credo che sia impossibile, disse Leonardo, scuotendo sconsolato la testa.
Eppure esiste la lezione dei grandi romani, cui potreste attingere. Pensate alle raffigurazioni
sulle loro colonne, con gli assedi rappresentati, gli assalti, i prigionieri trascinati, i trionfi. E in
Firenze si trova l'opera meravigliosa di Paolo Uccello, le tre tavole della battaglia di San Romano.
Non basta ripetere quella loro lezione?
No. Ho visto quelle opere, pregevoli ma fredde. Non v' nulla di quello che dite, della frenesia,
del furore dello scontro. Una processione di figure perfette nei marmi, un trionfo di colori nelle
tavole di Paolo, ma poca cosa otterrei se cercassi solo di ripeterle. Non  questo che cerco, e non 
questo cui voglio legare il mio nome.
Il maestro si era chiuso in un silenzio pesante. Anche Cesare Borgia si era allungato sullo
scranno come se fosse oppresso a sua volta da pensieri angosciosi.
Poi di colpo si riscosse. Disegnate la bestia, disse deciso.
La bestia? Che intendete?
Il duca si pass una mano sulla fronte. Qualcosa che sperimentai all'assedio della fortezza di
Ravaldino. Dopo giorni e giorni che le mie bocche da fuoco battevano la muraglia senza risultati,
finalmente nella notte un'ultima scarica apr una breccia. E all'alba, prima che i difensori avessero
il tempo di porvi in qualche modo riparo, detti l'ordine dell'assalto, e guidai la prima schiera verso
i varchi.
Leonardo si era fatto attento. La luce fievole della lucerna scavava delle ombre profonde sul
volto del duca, ma gli occhi brillavano quasi accesi di luce propria, come se fosse preda della
febbre.
Mi mossi di corsa verso il varco, inerpicandomi sul terrapieno che sosteneva la scarpa del
bastione. Avevo a fianco il portastendardo, e intorno un gruppo di alabardieri. Un manipolo di
difensori si era attestato sulla rovina, con in mano le micce accese dei loro archibugi, con cui si
apprestavano a far fuoco su di noi. La scarica arriv di colpo. Vidi con la coda dell'occhio il
portastendardo accasciarsi a terra, insieme con alcuni degli alabardieri. Continuai a salire. Gli
archibugieri avevano gettato le loro armi ormai inutili e messa mano alle spade. Uno di loro balz
in avanti, puntando contro di me. Parai il colpo, e risposi di punta. La mia spada fece saltare la
celata del suo elmo, e potei vederne il volto. Il duca si interruppe, gli occhi sempre accesi da
quella strana febbre. Mosse la mano come se stesse ripetendo il colpo, poi riprese: Non era il
volto di un uomo, ma quello di una belva. I tratti sconvolti, alterati da una smorfia, la bocca aperta
con i denti coperti di sangue. Doveva essere la conseguenza del mio colpo, ma in quell'attimo
credetti piuttosto di scorgere il muso di una fiera che avesse appena dilaniato la sua preda.
Arretrai d'istinto per proteggermi, e la fortuna venne in mio soccorso: trascinato dal suo stesso
slancio l'uomo si precipit verso la mia lama ancora protesa, trafiggendosi. Rest immobile per un
attimo, senza un grido, il tempo perch due degli alabardieri che mi fiancheggiavano si
avventassero su di lui, finendolo. Di nuovo il duca si arrest per qualche attimo. E mentre quelli
colpivano, io vidi i loro volti. E su entrambi era stampata quella stessa maschera ferina. E
voltandomi verso gli altri, vidi che non stavo guidando degli uomini, ma una torma di bestie feroci,
che sui volti non avevano pi nulla di umano, con le mani trasformate in artigli dalle lame che
stringevano.
Leonardo si abbandon a un lento cenno di assenso. Credo di capire quello che intendete...
Intendete? Come accadde a me quel giorno, riprese il duca. C'era uno scudo, gettato in terra
da qualcuno dei difensori. Mi chinai a raccoglierlo per proteggermi prima di riprendere
l'avanzata. Era una rotella di acciaio polito, tirato a lucido. Per un attimo il riflesso del sole vi
esplose dentro, abbagliandomi. E poi vidi il mio volto, come in uno specchio. La stessa espressione
bestiale di colui che avevo ucciso, di coloro che mi circondavano, di quelli cui stavamo dando la
caccia. Eravamo tutti delle fiere. Maestro Leonardo, sareste disposto a trarre su tela il mio
ritratto? aggiunse il duca di punto in bianco.
Leonardo afferr lentamente la lucerna e l'avvicin al volto del duca. Sotto il raggio di luce i
tratti di Cesare Borgia risultavano addolciti, quasi infantili. Quanto di pi lontano dall'immagine
descritta un attimo prima. Farlo non mi sarebbe difficile. Ma forse incorrerei nella vostra ira.
Che intendete? Vi so maestro supremo nella pittura, mai potrei adontarmi per una vostra
opera!
Conoscete la storia del grande Temuchin, il re dei tartari? Mi fu narrata tempo or sono da un
viaggiatore che aveva raggiunto la lontana Cina, sulle orme di Marco il veneziano.
Ditemi, replic il duca incuriosito.
Il sovrano aveva conquistato met del mondo. E venne in idea di far celebrare le sue fattezze
perch esse potessero essere conosciute in tutte le sue terre. Un ritratto a grandezza naturale che
sarebbe stato esposto fin verso i confini. Per questo fu convocato nella sua gran tenda il maggior
pittore di quelle genti.
E cosa avvenne?
Il maestro giunse dopo un lungo viaggio, da una regione lontana. Non aveva mai visto il gran
Cane di tutti i Cani, e grande fu il suo sbigottimento quando si trov davanti un vecchio deforme,
zoppo, gibboso e guercio.
Un miserabile sgorbio sul trono di tutta Asia? esclam Cesare sarcastico. E un simile
abbozzo di Natura ha terrorizzato il mondo?
A volte la Natura si diverte con queste bizzarrie. E stranamente l'uso delle genti anzich
distogliersene finisce per seguirle. Cos capita che strani aborti che parrebbero destinati a
estinguersi in poche ore sopravvivano e continuino a camminare nel mondo. Come se la Natura
volesse ricordarci a tratti quale sia la sua terribile potenza, e di quali orrende creature potrebbe
inondare la terra, se decidesse di punirci.
Anche noi uomini siamo capaci di mettere al mondo bizzarrie inusitate. Stati e regni creati
senza virt, e condotti senza gloria. Che sopravvivono senza fondamento, destinati soltanto a
essere divorati da regni guidati dalla forza, di cui sono solo alimento, osserv pensoso il duca.
Ma narrate ancora del ritratto del tartaro!
Leonardo continuava a osservare il volto del duca. Poi con un sospiro distolse lo sguardo, come
se volesse richiamare un lontano numero. Il pittore, superato lo sbalordimento, decise che
avrebbe reso omaggio al suo sovrano con il meglio della sua arte. E gett sulla tela il carbone e
poi i colori, per ore e giorni, provando e rifacendo, mentre Temuchin lo osservava immobile con il
solo occhio, contorto sul suo trono. E finalmente il pittore rivolse la tela verso di lui, aspettando la
lode e il giusto premio della sua arte.
L'opera era all'altezza delle attese?
Coloro che la videro, le guardie personali del sovrano e i cortigiani distesi sui tappeti,
proruppero in un'esclamazione di ammirata sorpresa. Con una maestria impagabile il primo dei
pittori del regno aveva saputo addolcire i tratti del sovrano, sfumando i difetti e attenuando la sua
deformit con un abile gioco di luci e ombre. Dalla tela si affacciava verso i presenti la maestosa
figura di un sovrano forte e aitante, nel pieno della maturit, dallo sguardo acceso e penetrante.
Ma le esclamazioni di apprezzamento si spensero ben presto. Il sovrano restava muto. Poi con un
cenno richiam a s il capo della sua guardia. "Fa' decapitare quest'uomo. Perch mi ha falsificato,
e nessuno dei miei sudditi sar chiamato a obbedire a un falso re." E fece trascinare via il pittore
urlante, tra lo sbigottimento dei presenti.
Cesare Borgia era trasalito a quella conclusione inattesa. Dannato barbaro! Nelle terre nostre
cristiane nessuno metterebbe a morte un dipintore solo per non avere soddisfatto la committenza.
Al massimo gli si strappa la borsa della commessa. Se cos fosse, anche voi, il maestro
dell'inconclusione, sareste da tempo estinto, disse ironico. E quindi il tartaro non ebbe il suo
ritratto.
Aspettate, la storia non  finita. Giustiziato l'artista, Temuchin dette ordine che fosse chiamato
il secondo pittore del regno, allievo del primo. Il quale giunse a corte, terrorizzato ma deciso a
fare del suo meglio. Edotto della tragica fine del suo maestro gett sulla tela una figura tutt'affatto
diversa dalla precedente. Il sovrano ora era immortalato in tutta la crudezza della sua condizione.
Ogni suo difetto e imperfezione erano fermati nella tela senza alcuna attenuazione, al punto che la
figura pareva uscire dalla sua cornice, ancor pi viva del modello che la osservava rattrappito sul
suo trono d'oro.
Stavolta il re rimase soddisfatto, immagino.
Di nuovo le esclamazioni di lode si accesero e si spensero, nel silenzio del sovrano. Poi a un
suo cenno il capo della guardia afferr anche il secondo pittore, per consegnarlo al boia. "Questo
incapace ha ritratto tutta la miseria della carne, senza nemmeno una traccia della luce della mia
autorit. Un misero pagliaccio seduto su un trono rubato, questo avrei comunicato ai miei sudditi.
Chiamate un terzo pittore."
N il vero, n l'immaginato. Difficile trovare qualcuno tanto abile da ritrarre insieme ci che ,
e ci che non , osserv ironico Cesare.
Avete ragione, duca. La notizia del duplice accaduto era circolata con la velocit del fulmine, e
per quanto i messi imperiali girassero in lungo e in largo per tutta l'Asia, nessuno voleva
rispondere al bando. Finch in un remoto villaggio un giovane decoratore di vasi si fece avanti,
proponendosi per il compito.
Un vasaio? osserv stupito Cesare.
Un decoratore. In quelle terre  sviluppata un'arte particolare, simile alla nostra ceramica ma
di uno splendore inarrivabile, arricchita da figurazioni che nulla hanno da invidiare alle nostre
pitture pi raffinate. Ebbene questo giovane raggiunse la corte imperiale e, per la terza volta, si
accinse a ritrarre il sovrano. Lavor per giorni e giorni, e finalmente annunci di essere pronto. E
di fronte al sovrano, alle guardie e ai cortigiani scopr la sua opera. Leonardo si arrest, fissando
il duca con una scintilla maliziosa nello sguardo.
Avanti, maestro, che cosa accadde? lo sollecit Cesare.
Forse nell'opera di quel lontano artista c' la risposta al vostro quesito, prese ancora tempo
Leonardo. Come si possa ritrarre insieme ci che  e ci che non .
Avanti! Che diavolo dipinse quell'uomo?
Questa volta i cortigiani rimasero muti, senza osare di esprimere un giudizio. Pass un
lunghissimo istante di perfetto silenzio, poi finalmente il sovrano batt le mani e il ciambellano
corse a consegnare al pittore una borsa di monete d'oro. L'artista si inchin profondamente e si
allontan con il suo premio. E solo allora la corte esplose in una salva di apprezzamenti
entusiasti.
Ma cosa aveva dipinto, per accontentare finalmente quel tiranno del suo re? scatt Cesare,
esasperato.
Il pittore aveva ritratto il suo sovrano mentre in ginocchio si apprestava a scagliare una freccia
con il suo arco circasso, prendendo la mira con un occhio socchiuso.
Ma certo! si illumin Cesare, dopo un attimo di riflessione. In ginocchio la deformit della
schiena e quella della gamba, seppure ritratte con esattezza, saranno parse conseguenza della
posa. E l'occhio socchiuso per la mira non era altro che quello guercio, cos mascherato!
 cos. E questo lontano racconto mi  tornato alla memoria riflettendo sulla vostra richiesta.
Certo, saprei come ritrarvi, per quello che siete e per quello che non siete.
E dunque accetterete?
No, duca. A che varrebbe una tavola o una tela con sopra la vostra effigie, che vi
accompagnasse poi nelle vostre imprese, chiusa nel vostro bagaglio, come l'ombra segue senza
merito il corpo che la proietta? No, siete degno di qualcosa di meglio.
Meglio di un vostro dipinto?
Vi ho detto che in Firenze s' di affrescare le pareti della sala grande, nel palazzo del Governo.
Due grandi battaglie combattute dai cittadini, e io realizzer una di quelle.  l che conto di
ritrarvi, nella ferocia dello scontro, primeggiare tra i combattenti. Un'opera che mai fu vista, per
la quale ho pensato a una tecnica innovativa, che manterr la brillantezza dei colori stesi nei
secoli. Sarete immortale.
Immortale nella convulsione della lotta, cos volete consegnarmi ai secoli a venire?
Credo che sia la forma che pi vi si addica.
S...  quello che voglio.


Capitolo 15.

Agosto 1502,
prova del carro di Leonardo.
Pi avanti, il dolce panorama delle colline si stringeva in una gola scoscesa, dominata lontano
dalle mura rossicce della citt. Il sole al tramonto arroventava i mattoni, trasformandoli in una
massa di rame fuso.
La citt di Dite, mormor tra s Cesare, ripensando al passo della Commedia che quella vista
gli evocava. Sedeva su una roccia, osservando con attenzione il gruppo di uomini che a poca
distanza erano intenti a stringere gli ultimi legacci di una pesante armatura da battaglia dietro le
spalle di un imponente guerriero, immobile in mezzo al campo. Gli uomini eseguivano il loro
compito velocemente, muovendo le dita agili con la maestria di chi abbia in grande dimestichezza
la vestizione di un combattente.
Gett uno sguardo sull'aspetto del suo compagno, cos diverso dai tratti grossolani della gente
di mestiere in azione l vicino: il suo corpo snello dagli arti slanciati avrebbe potuto essere quello
di un ballerino, o di un musicista. O di un poeta.
O di un angelo, proprio come quelli che dipingeva in giro per l'Italia, pens ancora Cesare.
Nonostante avesse raggiunto ormai la maturit, il volto sembrava scolpito in un caldo avorio
antico, appena raffreddato dagli occhi di un azzurro intenso.
L'uomo ricacci dalla fronte la massa di capelli dorati che una folata di vento gli aveva
scomposto, lanciando un'occhiata maliziosa verso Cesare. Ebbene, duca, sembra che ci siamo. Il
nostro amico  pronto per la prova, aggiunse poi, indicando il guerriero.
Siete sicuro di quello che volete fare? Sembrate aver pi dimestichezza in questo genere di
cose di noi gente d'arme. Sembra che non abbiate mai avuto timore dell'odio della Chiesa per
certe pratiche...
Spero di non urtare la sensibilit di un uomo che  stato principe della Chiesa, rispose
Leonardo da Vinci, senza preoccuparsi troppo di nascondere il tono ironico. Ma spero vi sar
subito chiara la necessit di un tale assistente. Seguitemi. Dette quelle parole aveva preso a
risalire a passi svelti il fianco della collinetta.
Anche Cesare si alz, lieto di potersi allontanare. Non aveva nessuna voglia di restare troppo
vicino all'uomo armato, che spandeva intorno uno sgradevole lezzo, da sotto la sua veste di ferro.
Ve lo offro volentieri, quel bastardo che ha tentato di assassinarmi. Non credo cha abbia troppo a
lamentarsi di quello che lo attende, a fronte di quello che gli avrebbe destinato la mia ira.
Quando si furono allontanati di un centinaio di passi, Leonardo fece segno di arrestarsi. Questo
 un buon punto di osservazione. Al riparo, ma anche vicini a sufficienza per vedere nel dettaglio
ci che accadr. Siete pronto?
Cesare fece un cenno affermativo. L'altro dette un'ultima occhiata al guerriero corazzato che
era rimasto ad attendere in basso e parve soddisfatto da quello che vedeva. Si erse in tutta la sua
altezza, portando le mani alla bocca, e lanci un ordine secco a qualcuno invisibile oltre il crinale
della collina. Poi torn a concentrarsi sull'armato pi in basso.
Il guerriero sembrava attendere qualcosa, come loro. La pesante armatura, fatta di piastre
d'acciaio rivettate, gli spallacci ben assestati sugli omeri, maniglie e gambiere lo trasformavano in
una macchina da guerra imponente e invincibile. Eppure quella massa di acciaio non sembrava
gravarlo pi di tanto. Lo si sarebbe detto un fantoccio, se non per il leggero borbottio, appena
percepibile a tratti da sotto la celata. Aspettava eretto, le membra rilassate. La testa appena
ripiegata su di un lato, per quanto era permesso dalla gorgiera di ferro che chiudeva l'elmo sulla
gola. La celata abbassata sul volto nascondeva del tutto le sue fattezze, ma certo doveva essere
anche lui intento a fissare lo stesso punto che stavano guardando affascinati gli altri due, la cresta
della collina.
Lass con un frastuono metallico era apparsa una visione da incubo. Contro la luce abbagliante
del sole un enorme ragno dalle zampe che si dimenavano in un vortice di polvere scendeva a
precipizio verso di loro. Il corpo sussultante, grande quanto una grossa botte, veniva gi
scivolando sul costone erboso, al centro di un turbine di lame rotanti.
Briareo... Briareo dalle cento braccia... pens con un brivido Cesare. Nelle sue campagne aveva
affrontato talvolta squadre di picchieri irte di lame, o cavalleria pesante armata di lunghe lance.
Ma alla vista della macchina non aveva saputo vincere l'istinto di arretrare di qualche passo.
Leonardo aveva seguito la sua reazione con la coda dell'occhio, le labbra arricciate in un sorriso
soddisfatto. In lontananza le mura della citt continuavano a bruciare della vampa del metallo
fuso. S, proprio cos doveva essere la citt infernale, torn a pensare Cesare. Di fuoco, popolata
da mostri.
Come una furia, il carro continuava a precipitare in avanti sollevando una nuvola di polvere
arida, attraverso cui lampeggiavano a tratti le lingue delle lunghe falci che mulinavano in preda
ad un moto vorticoso. Anche gli uccelli erano scomparsi, atterriti dal rombo delle ruote e dal
frastuono degli zoccoli. Il terreno sotto i loro piedi aveva preso a tremare al passaggio del pesante
carro falcato.
Correva avanti non tirato ma spinto da un cavallo, che sembrava a sua volta trascinato dal peso
dell'artificio, dentro le lunghe stanghe che l'imprigionavano. Contro ogni logica e uso dei carri,
pens Cesare. Ancora una volta si trovava a constatare come il genio di Leonardo seguisse vie del
tutto diverse dall'ordinario, nelle stese di colore e nelle mortali invenzioni.
Il cavallo sbuffava e nitriva, scontento di quella posizione alla quale non doveva essere abituato,
e rispondeva malvolentieri allo sprone e agli strappi del morso inferti dal suo cavaliere, tutto
preso nel compito di mantenere lo strano macchinario in linea sulla sua traiettoria.
Il veicolo sobbalzava e scartava di lato ad ogni avvallamento del terreno. Pi di una volta lungo
la corsa una delle lame rotanti aveva colpito il terreno con un clangore metallico, scagliando in
alto pietre e terriccio, minacciando di ribaltarsi e di trascinare con s il cavallo imbizzarrito. Ma
ogni volta l'auriga era riuscito a riportare in linea la macchina, continuando a puntare sul suo
bersaglio, l'uomo armato in fondo alla china.
Il corazzato restava immobile, senza nemmeno accennare ad un moto di fuga, come se con la
sua pesante protezione sperasse di poter resistere all'urto. Cesare si volse a osservare il profilo
dell'artista. Per nulla turbato, fissava quello spettacolo drammatico con un'espressione distaccata,
come se la sua mente fosse presa soltanto dall'opera di registrare minutamente, attimo per
attimo, ogni particolare dell'avvenimento.
Del resto, cosa mai quell'uomo compiva secondo la logica dei comuni mortali? Forse c'era
davvero qualcosa di folle nella sua mente, nascosta dietro i freddi occhi azzurri che assistevano a
una scena cos violenta con lo stesso piacere con cui in una taverna lui avrebbe seguito le mosse
languide di una danzatrice nuda.
Si distolse da quelle considerazioni tornando a concentrarsi sull'uomo armato che attendeva in
fondo alla valle. Quello sembrava continuare a osservare l'avvicinarsi della macchina, senza
ancora predisporre nessuna azione di difesa, senza alcun timore visibile per la massa turbinante
che precipitava verso di lui.
La macchina arriv a ridosso dell'uomo corazzato inclinata sulla destra, a causa di un ultimo
avvallamento sul terreno, senza che quello tentasse un solo gesto per cercare di sottrarsi all'urto.
L'attendeva spavaldo, come Orazio sul ponte romano, ebbe ancora il tempo di pensare il giovane.
Una delle lame del mulinello montato sulla ruota lo colp all'altezza della spalla, troncando netto il
braccio con uno schianto di lamiere e di ossa, mentre il secondo fascio di lame, che ruotava in
senso inverso, si abbatt con tutta la forza del peso della macchina all'altezza della vita,
spezzandone il corpo in due.
Le piastre della corazza avevano offerto solo una debole resistenza alle falci, saltando via sotto
l'urto dell'acciaio. Il busto con il suo moncone di braccio era restato infisso nel rostro della ruota e
trascinato via dalla macchina nella sua corsa, mentre le viscere si spargevano intorno, colorando
con un fiotto rossastro la polvere intorno. Una terza lama aveva colpito ancora il corpo all'altezza
del collo, strappando via la testa prima ancora che la massa informe di ossa e muscoli fuggisse
avanti, e tutta la macchina era poi scivolata accanto al troncone inferiore dell'uomo, con le gambe
restate erette come se una mano fantasma le sorreggesse, dietro l'inutile riparo delle gambiere di
ferro.
Gli zoccoli del cavallo schiumante arrivarono un istante dopo a calpestare i resti raggrumati di
sangue, mentre l'auriga cercava di arrestarne la corsa con uno strappo violento delle redini. La
macchina sobbalz violentemente, quando una delle ruote pass sulla testa del guerriero
inutilmente protetta dal suo involucro d'acciaio.
Cesare continuava a osservare la scena. Passata la prima sorpresa, adesso tutta la sua
attenzione era concentrata sugli effetti dell'invenzione leonardesca. Invece il suo compagno era
scattato con agilit insospettabile, correndo a perdifiato lungo la discesa. Sembrava che volesse
raggiungere la macchina che ancora procedeva in avanti sullo slancio, con il suo macabro trofeo
artigliato alla ruota, nonostante gli sforzi dell'auriga. Dopo un attimo anche Cesare gli tenne
dietro, gettandosi lungo la discesa accidentata.
Neppure Ettore trascinato sotto le mura di Troia era stato ridotto a una tale massa di viscere
dilaniate, pens, mentre a sua volta si affrettava a raggiungere il carro. Se, come aveva sempre
creduto, tutto nella storia torna a ripetersi, il ritorno di un'identica vicenda poteva per
presentarsi in una veste decisamente pi infernale. Il palo eretto alle sue spalle, che ora si vedeva
distintamente, e che era servito a costringere il prigioniero nella sua mortale posizione, aveva
resistito a malapena all'urto e ora giaceva inclinato, con parti del suo corpo ancora legate nella
posizione originaria.
La macchina intanto si era arrestata un centinaio di passi pi avanti. Leonardo si chin
avidamente sui resti umani sparsi a terra. Osservava ogni particolare con attenzione bramosa,
trattenendosi indietro le onde di capelli con entrambe le mani, per evitare che sfiorassero la
lordura sul terreno.
Cesare era colpito dalla singolarit di quel gesto, cos femmineo in una natura tanto
apparentemente aliena da ogni delicatezza. Poi la voce sonora del suo compagno lo strapp alle
sue considerazioni.
Ebbene, duca, cosa pensate di questo mio ritrovato? Non credete che possa valere a
scompigliare qualunque forza schierata a battaglia? Aveva afferrato il troncone di braccio e ne
stava esaminando con attenzione il punto della ferita. L'osso biancheggiava tra i filamenti di
muscolo lacerati. Con le dita lunghe e sottili estrasse dalla massa sanguinolenta una scheggia di
metallo dello spallaccio, e pass ad osservarne il bordo strappato, mentre mormorava tra s
qualcosa, come se sussurrasse a un allievo immaginario una descrizione attenta dei danni inferti
dal colpo.
S, la lama  in grado di tagliare anche lo spessore di un'armatura da campagna, replic
Cesare. Aveva raccolto da terra una delle piastre della corazza, anch'essa deformata dall'urto. Di
nuovo pass il polpastrello sul bordo lacerato, assentendo tra s. S, funziona. Eppure...
aggiunse poi, tendendo al suo compagno un frammento di metallo intriso di sangue.
C' qualcosa che non va? chiese Leonardo.
Direi che il vostro marchingegno si sia dimostrato efficientissimo come macchina da
esecuzioni, certo pi spettacolare di una mazzolatura, e perfino dello squartamento. E come
artifizio da guerra  forse utilizzabile, orrendo com' da ben figurare sull'altare del dio della
guerra. Ma perch volete metterlo nelle mie mani? disse Cesare, lo sguardo che ancora errava
sui frammenti del cadavere sparsi in terra. Non sentite piuttosto l'obbligo di far dono di questo
terribile talento alla vostra patria, quella Firenze che domani potrebbe essere al centro delle mie
stesse ambizioni?
Un'ombra vel per un attimo la fronte di Leonardo. Le sue labbra si serrarono in una smorfia
amara. La mia patria... Una citt di mercanti invidiosi, che mi ha spinto a cercare di che vivere
fuori delle sue mura arroganti, dopo aver osannato un esercito di imbrattatele, affidato loro ogni
commissione, ignorato con sprezzo ogni mia proposta, irriso ad ogni meraviglia che proponevo.
Che mi ha infangato rigettandomi in volto la forza della mia bellezza, costringendomi a cercare
fortuna nella lontana Milano! E comunque, duca,  ben altro quello che ho in mente per voi, che
questo misero meccanismo. Piuttosto, avete notato il punto d'attacco delle lame, sul corpo?
S, maestro Leonardo, ma non capisco...
Troppo in basso. La testa  stata colpita soltanto perch all'ultimo la ruota di destra si 
casualmente sollevata. Altrimenti la decapitazione non sarebbe avvenuta. L'avrete notato, spero.
S... no. Ma cosa cambia? L'effetto  stato comunque lo strazio del bersaglio. Chiunque fosse
stato al posto di quel povero bastardo, fosse stato anche il gigante Golia, sarebbe stato fatto a
pezzi egualmente.
No! Non  lo stesso! Lo spirito dell'uomo, la sua virt,  nella testa.  quello il bersaglio che
tendiamo a proteggere nello scontro. Quello che minaccia il nostro volto davvero ci terrorizza. Il
viso  lo specchio dell'anima, dicono i sapienti. Ma  anche il vaso in cui quello spirito si
nasconde, aggiunse poi, tendendo al suo compagno il frammento di metallo intriso di sangue.
Ricordate la battaglia di Filippi?
Cesare richiam rapidamente alla mente i propri ricordi storici. Lo sorprendeva come
quell'uomo, il grande Leonardo da Vinci, del tutto privo di studi regolari, sanza lettere, come
amava ritrarsi, fosse poi in grado grazie alla sua memoria prodigiosa di utilizzare anche meglio dei
dotti l'enorme bagaglio di conoscenze di cui si era dotato in anni di studi disordinati. Filippi? Che
cosa volete dire?
La battaglia, contro i traditori di Cesare.
Lo so, rispose piccato il duca. Ma non capisco cosa...
Prima dell'assalto, Ottaviano ordin ai suoi legionari di mirare al volto dei loro avversari.
Perch sapeva che quei nobili patrizi, tutti dei damerini, avrebbero temuto pi una ferita al viso di
qualsiasi altra cosa. Lo racconta Tacito.
Ma io non ho di fronte armate di patrizi romani. Pi spesso condotte di scaltriti mercenari.
Gli uomini sono sempre gli stessi. Ogni volta che mi guardo intorno in cerca di un modello per i
miei dipinti, non faccio altro che trovare facce gi viste, consumate dai secoli.
 per questo che dipingete soprattutto angeli? Sembra che ve ne portiate uno sempre con voi,
dentro la testa.
L'altro distolse lo sguardo per un attimo, rabbuiandosi di colpo. Sembrava commosso. Forse 
proprio come voi dite. Ma non  di angeli che stiamo trattando. Avete segnato la posizione di ogni
ferita sul corpo? chiese poi, stringendosi nelle spalle e scuotendo i folti capelli.
Di nuovo Cesare not la strana femminilit di quella mossa. Poi lo sguardo gli cadde sulla testa
caduta a pochi passi da loro, ancora avvolta dall'elmo. Ma nell'urto la celata si era sollevata, e
dalla feritoia traspariva lo sguardo vitreo del morto, ancora con gli occhi spalancati sull'orrore.
Arriv quasi a sfiorare l'elmo con la mano, ma all'ultimo si ferm, trattenuto da un impulso
superstizioso. Non era bene fissare negli occhi un morto da poco, anche un traditore giustiziato. I
morti vogliono compagnia. Maestro Leonardo, c'era bisogno di questo scempio? Potevate
saggiare le falci su una corazza vuota, la prova avrebbe avuto lo stesso valore.
L'altro lo fiss per un attimo negli occhi, prima di rispondere. Vi ingannate, duca. Una corazza
vuota, o magari piena di paglia o di segatura, non avrebbe avuto la stessa consistenza. N la
stessa rigidit. Non avrei potuto ben valutare il comportamento delle ossa e la resistenza delle
masse muscolari. Colpita dalle falci avrebbe reagito in misura diversa, falsando tutta l'esattezza
delle mie osservazioni.
Ma per la gloria di Dio! replic Cesare sorridendo. Avreste potuto metterci dentro un
animale, se volevate godervi lo schianto delle ossa! Uno dei verri di cui son ricche queste terre.
L'artista si strinse nelle spalle, mentre una smorfia di disgusto gli alterava i tratti. Poi il viso si
distese in un sorriso. L'arte della guerra  davvero pi adatta ai cinghiali che agli uomini,  vero!
 soltanto una bestialit immonda. Ma dal giorno in cui ho deciso di pormi al vostro servizio, come
vostro architetto militare, volevo presentarvi qualcosa. Ho armi da fuoco a ripetizione, e carri che
resistono alle bombarde, e ponti che si gettano da soli, quello che avete visto non  nemmeno
l'ombra di quello che ho sepolto nella mente! Ma credo che questo genere di artifizi colpisca di pi
la vostra immaginazione.
Altre macchine da guerra?
S... questo mio ritrovato  tremendo alla vista, ma dubito che sarebbe realmente efficace su
un campo di battaglia. Sto lavorando a qualcosa di ben pi straordinario di questo strumento di
macelleria. Un organo da fuoco che spazzer con le sue trenta bocche ogni formazione in campo.
Nemmeno i fanti schierati nell'ordine svizzero potranno nulla contro di esso.
Ma allora... perch darvi tanto da fare con questa stravaganza e spendere cos il mio tempo?
replic Cesare contrariato.
Urbino  pieno di spie che scrutano attentamente ogni mia mossa. Anche di questo che avete
visto son certo che si fa gi relazione, presso i vostri nemici. Non crederete che la mia presenza
non abbia scatenato pi di una gelosia. Ho pensato che fosse utile qualcosa che li disorientasse.
Uno schermo.
Uno... schermo?
Gi, uno schermo. Proprio come un poeta che forse conoscete, Dante Alighieri. Finse di amare
una donna e se ne fece schermo alla sua passione per un'altra, Beatrice.
E quella macchina infernale sarebbe la vostra donna dello schermo? esclam il duca,
divertito. Continuava a fissare l'artista, sempre pi intrigato dall'aspetto angelico del suo volto. Di
colpo ricord una voce che correva per Firenze, di chi aveva visto in piazza della Signoria il
giovane Leonardo intento a disegnare senza alcuna remora i corpi straziati degli attentatori,
appesi alle finestre di palazzo Vecchio dopo il fallimento della loro congiura contro i Medici.
Impassibile, di marmo come appariva adesso.
Senza passioni? Ma allora come riusciva a imprimere nelle sue figure quell'impronta di
un'incredibile spiritualit, come se davvero avesse la capacit di infondere un soffio divino alla
materia e chiamare alla vita un insieme confuso di grumi di colore, come Dio aveva animato dei
semplici grumi di terra?
Forse la spiegazione risiedeva in qualcosa che lo riportava al tempo in cui lo aveva conosciuto
per la prima volta a Milano. Il paradiso! esclam, schioccando le dita. E gli addobbi per le feste
meravigliose di cui si raccontava ancora!
Voi ricordate qualcosa che non mi fa troppo onore, replic Leonardo stringendosi nelle spalle.
Costruii quella ruota celeste di legno dorato e tele colorate e lanterne per il diletto del Moro e
della sua corte, visto che mi era impedito di offrire cose pi alte. Perch tornate a quelle miserie,
frutto soltanto della necessit di riempire il mio tempo, reso deserto dall'incomprensione dei miei
padroni? seguit in tono amaro.
Maestro, perch vi fate torto? Credo invece che radice della vostra grandezza sia proprio
questa sorta di sbrigliata fantasia, quasi un'allegra assenza di limiti, che vi spinge a cercare nella
stravaganza il regno perduto della fanciullezza. Essa deve aver lasciato un vuoto nella vostra vita,
un vuoto che non si colma. Un'ombra era apparsa di colpo sul suo volto, una piega amara sulle
labbra. Con uno scatto nervoso torn subito al suo atteggiamento, quasi volesse nascondere
qualcosa che era sul punto di manifestarsi.
Cosa che capita a molti, rispose pacato l'artista, cui non era sfuggito il rapido mutamento
d'umore del condottiero. Quando si  privati dell'affetto della madre, e il padre non  guida
attenta, ma solo il custode distaccato dei nostri primi anni. E altri fratelli, seppur minori, ci sono
preferiti nelle cure e nelle robe. E nell'amore.
Cesare chin il capo. Conosco questa condizione, mormor distogliendo per un attimo lo
sguardo.
Lo so bene, replic Leonardo, fissandolo negli occhi.
Attento, maestro.  pericoloso immergersi in acque scure.
Conosco anche questo. E poche cose sono oscure come l'animo di chi si avvia alla conquista di
un regno.
Borgia annu. Ricordo ancora quel passo di Plutarco, che ci lesse il nostro precettore. Un uomo
da nulla, che nemmeno intendeva il peso di quello che come una scimmia si limitava a ripetere.
Cosa vi rifer?
Un tempo un potente re chiese a un poeta: "Cosa posso donarti di tutto quello che possiedo?" E
l'uomo rispose: "Tutto, mio signore, tranne il vostro segreto".


Capitolo 16.

Cesare Borgia vuot la coppa e la lasci cadere in terra, prima di abbandonarsi sulla branda da
campo. Si volt sul fianco, tirandosi sulle spalle il mantello per proteggersi dall'umidit della notte
che la tenda mitigava a stento.
Sentiva la testa confusa da un lontano ronzio, ma non era il rapido svanire dei sensi che tante
altre volte aveva accompagnato il sonno, pure alla vigilia della battaglia. Anche se il dominio del
corpo sembrava essergli sottratto, la mente era attraversata da un turbine di immagini e frotte di
parole, a volte legate in frasi di senso compiuto, a volte brani di discorsi perduti.
E nella confusione una idea tornava con il ritmo di un'onda marina, quello che aveva letto di
Alessandro, e della sua favolosa ascendenza. Immagini incerte del mago Nectanebo si
affacciavano alla coscienza, un volto che aveva gi visto disperso in quelli di mille uomini, tra le
schiere che aveva guidato in quella sua insaziabile corsa attraverso l'Italia.
Un volto che era una sintesi di tutti quelli, e insieme simile a nessuno di loro. E chi era il suo
padre-mago? Il vero padre, quello il cui sangue il Destino aveva scelto di trasmettergli,
mascherandolo poi con quello di un estraneo. Come il Nazareno era stato modellato nelle carni dal
soffio di Dio, il suo vero padre, perch lui non avrebbe avuto diritto a scoprire in un essere affine
l'autentica matrice del proprio essere, invece dell'immondo Borgia, principe di una Chiesa oscura
e pervertita?
Nel turbine dell'ebbrezza alcolica era il volto di Alessandro ad apparirgli come principio della
sua stirpe, un uomo forte e dal volto di un angelo, i lunghi capelli biondi spioventi sulle spalle in
dolci anelli simili a quelli di una giovinetta. Un Alessandro che per era identico a qualcuno che
conosceva, che sembrava reincarnato ora nel maestro fiorentino.
Era Leonardo il segreto nascosto nel suo sangue? Era lui il mago cui doveva i natali?
La mente eccitata dal vino prese a rincorrere questa idea come una turba di bracchi scatenati
sull'usta di una volpe, che niente riesce pi a distogliere dalla corsa. E nulla riusciva adesso a
trattenere lui, nemmeno quel barlume di lucidit che ancora albergava nella sua mente, e che gli
gridava l'irragionevolezza del pensiero.
Il mago egizio si era infilato nel letto di Olimpia grazie al suo fascino e alle sue arti magiche, ma
la seduzione era stata possibile grazie al viaggio che l'aveva portato in Macedonia, alla corte di
Filippo. Come sarebbe stato possibile invece il suo concepimento, se il maestro non era mai stato
a Roma?
Ma nessuna considerazione riusciva a strapparlo a quel sogno, su cui la mente intossicata
continuava a ricamare. Doveva essere cos, assolutamente, tutto il suo animo era proteso verso
quel trionfo della bellezza che Leonardo incarnava con la divina indifferenza degli di dell'Olimpo.
E quell'immagine di donna, che l'artista aveva inciso sul piano del tavolo, e che gli aveva
suscitato l'improvvisa emozione di un lontano ricordo, non era forse la stessa che i suoi occhi di
bambino avevano fissato nel lontano tempo dell'infanzia? La madre sua, conservata per qualche
misterioso motivo nell'animo di entrambi?
Di colpo si sollev sul giaciglio di fortuna, boccheggiando in cerca d'aria. Il cuore aveva preso a
battergli in petto, un tamburino impazzito dal terrore di fronte ai cavalli nemici. Eppure anche
nella convulsione si sentiva lucido, la mente sgombra dalla pesantezza dell'acquavite, di nuovo
padrona di s. C'era una possibilit che il suo desiderio non fosse che l'ombra di una verit che
brillava nel sole! Leonardo non era mai venuto a Roma, ma sua madre Vannozza era scesa da
Mantova verso l'Urbe, e doveva averlo fatto proprio nel tempo del suo concepimento. E lungo la
strada aveva fatto sosta per qualche tempo in Firenze!
Ecco, era cos che poteva essere accaduto, e mai sua madre lo avrebbe confessato a colui che il
mondo credeva essere suo padre! Doveva essere cos, ne era certo e tra le tempie infiammate il
disegno del Destino che aveva portato il passo di quell'uomo e di quella donna a incontrarsi in una
via della citt dell'Arno gli appariva ora chiaro e dettagliato come uno dei capolavori del suo vero
padre.
Doveva essere stato in una mattina del maggio odoroso, quando anche le strette e maleolenti
vie di Firenze sembravano aprirsi ai canti d'amore che provenivano da dietro le imposte
socchiuse, doveva essere stato allora che gli occhi si erano incrociati, che lo sguardo azzurro era
salito dal basso della via verso lo sguardo acceso di una donna al trionfo della giovinezza e della
carne, una vampata di sensualit invincibile, come sempre  invincibile quello che  preordinato
nel grande arazzo della vita.
Si chiedeva quale canzone avesse cantato sua madre, il giorno in cui il giovane Leonardo era
passato sotto la finestra di una locanda. Oppure era stato un incontro fugace ad una stazione di
posta, sulla strada percorsa da mercanti e pellegrini sulla via di Roma, oppure al colmo di un
ponte, oppure a un trivio nel bosco, sotto lo sguardo cieco di un'erma romana?
Oppure era lungo la sponda dell'Arno, addolcito dalle nevi disciolte del monte Falterona, che
aveva avuto origine quel grumo di materia fatta per met di sangue e per met di passione, che
poi sua madre avrebbe portato nel grembo fino a Roma, e nel letto di un cardinale?
Non l'avrebbe mai saputo, ma era da quell'incontro che gli derivava quella spasmodica brama di
bellezza che lo divorava, che aveva permesso a Dio di insufflare la sua anima nel regno delle belle
forme, come l'istinto della caccia nasce nel lupo dalla sua torma e l'ansia della carica viene allo
stallone dai suoi antenati guerrieri.
Ma dov'era ora suo padre, il vero padre? Perch non era l, accanto a lui a risollevarlo dal fango
in cui era precipitato e a trascinarlo in alto? Sentiva la sua presenza intorno a s, appena oltre il
varco aperto nella tenda, ma non riusciva a vederlo. Nessuno accorreva a riempire il vuoto che lo
divorava dentro.
Per tutta la notte si agit sulla branda, con la mente divisa tra speranze e delusione, certezze e
ripensamento. Poi, a mano a mano che le prime luci dell'alba cominciavano a trasparire attraverso
il tessuto del padiglione, gli parve che anche dentro di lui prendesse ad affacciarsi una nuova luce.
A poco a poco, come gli oggetti prendevano vita e tornavano ad allinearsi nei luoghi dove la luce
morente della notte prima li aveva lasciati, cos tornavano i pensieri del giorno, freddi e impoveriti
della gloria luminosa di cui la notte li aveva infiammati.
Ora che intorno a s sentiva risvegliarsi come una marea lontana l'eco dei rumori del campo, i
primi ordini gridati, il nitrito dei cavalli, il cigolio delle ruote di un pezzo d'artiglieria spostato a
braccia e le esortazioni degli uomini al traino, ora che i suoni della realt irrompevano nel silenzio
stupefatto della sua notte, quel sogno cui si era abbandonato gli appariva sempre pi lontano e
incerto.
No, Leonardo da Vinci non era mai stato suo padre. E la passione che aveva immaginato lo
avesse spinto a ricercare l'estasi nel corpo di sua madre non era mai esistita. Eppure c'era
qualcosa che lo legava all'artista, qualcosa che, tornato nella stretta delle incombenze del giorno,
non riusciva pi a identificare con chiarezza. Era come se quel volto che continuava ad avere
davanti agli occhi, il corpo maturo ma ancora armonioso come quello di un giovinetto e le braccia
forti in grado di piegare una barra di ferro avessero risvegliato in lui un desiderio inatteso. Una
brama di condividere con lui non soltanto lo scambio di parole, ma qualcosa di pi profondo, che
egli stesso si rifiutava di portare alla chiarezza della coscienza.
Forse quell'eccitazione che aveva allontanato da s, attribuendola alle proprie origini, era
invece molto pi vicina, riscaldava lui stesso.
Con un gesto secco della mano scacci via quel pensiero che si andava accendendo nella sua
mente, prima che potesse prendere una forma definita.


Capitolo 17.

Tre anni prima, aprile 1499,
viaggio a Parigi per trattare il matrimonio.
Era giunto a Parigi, spinto dalla necessit e dai suggerimenti della Curia. In quel tempo suo padre,
per un attimo non troppo distratto dalle sue avventure erotiche e dalle gozzoviglie, aveva pensato
di utilizzarlo come pedina nei suoi sforzi per tenersi in equilibrio tra Spagna e Francia,
assicurandosi attraverso un matrimonio di imparentarsi con una delle maggiori famiglie regnanti
d'Europa.
Aveva ricevuto ordine di recarsi dunque in Francia, e contrattare con Luigi XII uno sposalizio
prestigioso, in cambio della possibilit per il re di convolare a nuove nozze con la sua attuale
fiamma.
Anche il fedele Miguel de Corella lo aveva incoraggiato. Avete bisogno di una moglie, padrone.
Che sia nobile e vi avvicini a quella corona che sognate e meritate.
Cesare aveva avuto un moto di rabbia a quelle parole. Il ricordo della sua venuta a Napoli,
l'ultimo atto della sua azione come cardinale di Santa Romana Chiesa, ancora gli bruciava. Aveva
consacrato al trono Ferdinando d'Aragona, poi aveva abbandonato la porpora e chiesto la mano
della figlia Carlotta.
Non voglio uno spretato tra i baroni del mio regno, era il messaggio dietro l'elaborata
formula di rifiuto, bene elaborata dagli scriptores di corte, che gli era stata recapitata con tutta la
cortese ipocrisia della diplomazia.
Sebbene quella umiliazione gravasse ancora su di lui, pure sapeva che Miguel aveva ragione. E
ora si presentava una nuova e forse pi fortunata occasione.
Il re di Francia aveva bisogno di una dispensa papale per annullare il proprio matrimonio, e non
avrebbe disdegnato con l'occasione di trovare anche un accordo con Alessandro VI, in vista di un
riacutizzarsi del conflitto con la Spagna e delle mire nutrite sul ricco regno di Napoli.
E quindi Cesare aveva raggiunto Parigi, vestito dei suoi migliori abiti e con le vistose insegne di
comandante delle truppe pontificie. Con seguito di paggi e servitori degno di un sovrano, e fregi
d'oro e d'argento persino sulla sua cavalcatura. Uno sfarzo ottenuto grazie alle estorsioni inferte a
tutti gli orafi e i cambiavalute romani, che aveva impressionato certo i cortigiani del re, ma
gravandolo al contempo del ridicolo di un aspro giudizio di grossolanit.
Si ride di me! aveva masticato tra s a lungo. Trattato per met come un ospite di riguardo e
per met come un prigioniero.
La dispensa e la nomina a cardinale per il primo ministro del re, George d'Amboise, erano il suo
viatico per il successo della missione e lo avevano fatto ricevere a corte formalmente con tutti gli
onori; la speranza di poter ottenere per moglie una giovane della famiglia Valois-Orlans, in modo
di inserirsi in qualche modo nella linea di discendenza reale, si era rafforzata.
Ma consegnati i documenti e sciolto il matrimonio reale, aveva notato subito un certo
raffreddamento del re nei suoi confronti. Gli inviti a corte si erano fatti pi rari e solo in occasione
delle cerimonie pubbliche, e non nella forma di quell'incontro confidenziale che sarebbe stato
necessario per procedere nella trattativa che gli premeva.
I rapporti venivano tenuti proprio dal nuovo cardinale, d'Amboise. Ed era sua la missiva che
Cesare ora rigirava tra le mani, dopo averla letta avidamente. Una convocazione al palazzo reale,
per comunicare una decisione del re, in una materia che sappiamo di vostro particolare interesse .
La convocazione era per la mattina seguente. Cesare era agitato: il cardinale sapeva dei suoi
progetti di nozze e, dietro sua richiesta, se ne era fatto interprete presso Luigi XII. Quell'incontro
era certo per comunicargli la risposta del re, e sarebbe stato un passaggio decisivo per la sua
sorte.
Trascorse il resto della giornata chiuso nel suo alloggio nella foresteria del convento di Cluny,
percorrendo a grandi passi senza sosta la cella da un capo all'altro. Solo a tarda notte si gett sul
giaciglio, cedendo finalmente alla stanchezza. Ma anche nel sonno l'inquietudine non lo
abbandon, trasformandosi in una processione di sogni angosciosi, in cui scene di violenza si
susseguivano a immagini di luoghi sconosciuti e minacciosi, labirinti inestricabili, foreste cupe e
popolate da animali mostruosi.
Brani della sua vita passata si fondevano con momenti immaginari mai vissuti, uomini e donne
che aveva incontrato, con cui si era battuto o aveva fatto l'amore, si mescolavano con volti di
sconosciuti. Ma che lo affrontavano come se fossero certi della propria forza, quasi fossero esseri
destinati a incrociare prima o poi la sua strada nel mondo della veglia.
Si dest di soprassalto, quando le prime luci dell'alba facevano ingresso dalla finestra della
stanza. Barcollando, si diresse verso il catino pieno di acqua fredda che giaceva in un angolo e vi
immerse il viso, finch la sensazione di affogare non lo costrinse a risollevare il capo di scatto.
Ansimava, ma quella sferzata lo aveva riportato definitivamente nella realt, serrando insieme con
la luce che andava aumentando la porta eburnea da cui erano fuoriusciti i fantasmi che lo avevano
turbato.
Adesso si sentiva di nuovo padrone di s. Si vest accuratamente con i suoi panni migliori e
acconci con attenzione i peli della barba, in modo da nascondere il pi possibile i segni del mal
francese che da qualche giorno erano tornati a manifestarsi.
Poi scese in strada e, a passo veloce, si diresse verso il palazzo reale. Intanto ripeteva nella
mente la missiva ricevuta, infastidito da quel Cher monsieur con cui si apriva. Appellandolo in tal
modo il cardinale voleva forse sottolineare la sua estrazione popolare, priva di qualsiasi
ascendenza nobile? Era un voler prendere le distanze prima ancora di esaminare la questione?
In preda a quei dubbi raggiunse il luogo dell'udienza, guidato da un valletto che lo aveva
affiancato sulla porta. Ma nel lungo percorso tra sale, corridoi e scale la sua inquietudine and
aumentando. Perch non lo si riceveva nella grande sala delle udienze, come di norma nelle
cerimonie ufficiali? Il valletto lo stava conducendo in una zona secondaria del palazzo, dove si
aprivano porte di magazzini e di stanze riservate al personale di servizio. Era anche quello un
segnale negativo, di disprezzo?
Quando finalmente venne introdotto al cospetto del cardinale, il suo umore per un attimo si
rasseren. Nonostante la modestia della sala in cui lo aspettava, d'Amboise gli si fece incontro con
aria cordiale.
Benvenuto, monsieur Borgia! lo salut caldamente, accennando anche ad avvicinare la
guancia alla sua per il bacio di rito. Un gesto che per non era stato portato fino a compimento,
come se all'ultimo il cardinale si fosse avveduto dei segni di malattia. Ma se era stato cos, l'uomo
non se ne dette a vedere. Sono lieto di incontrarvi e di potervi dare buone notizie riguardo alla
vostra... aspirazione, riprese in fretta. Sua Maest re Luigi ha intenzione di gratificare al meglio
i desideri di Sua Santit vostro padre, accondiscendendo di buona grazia ad un matrimonio
prestigioso, e degno di un uomo di valore quale voi siete.
Ringraziate Sua Maest. Tanto mio padre che io non abbiamo mai dubitato della sua nobilt e
liberalit d'animo, mormor Cesare, chinando il capo. Si sentiva rassicurato da quelle parole. Ma
al contempo quel riferimento a suo padre lo esacerbava. Dunque era solo per compiacere il
vecchio bastardo che Luigi si piegava ad accoglierlo tra la nobilt di Francia!
Il re desidera che sposiate la giovane Carlotta d'Albret, sorella del re di Navarra e duchessa di
Valentinois. In ragione di queste nozze guadagnerete il titolo di duca anche voi, con i relativi
diritti.
Cesare impallid. Non era quello che si era aspettato, o che aveva almeno sperato. La sorella del
re di Navarra. Un regno miserabile, sperduto tra le aspre montagne dei Pirenei, abitato da una
popolazione barbara e feroce, impegnata in una perenne lotta tra fazioni. A quello era valso
giungere accompagnato da un corteo di trenta giovani nobili romani, essere il capo degli eserciti
della Chiesa? Quello era il destino che gli si apparecchiava?
Il cardinale doveva aver intuito qualcosa della sua delusione. A seguito sempre delle nozze,
Sua Maest vi assegner benignamente il titolo aggiuntivo di pari di Francia, disse con aria
suadente.
Ringraziate Sua Maest della generosit con cui ha soddisfatto la mia aspettativa, mormor
Cesare. La sua offerta mi riempie di gratitudine.
E dunque la cosa  fatta. La fanciulla sar avvertita in tempo utile per la cerimonia, dopo che
Sua Maest avr comunicato il suo intendimento al fratello re di Navarra. Vi prometto una
cerimonia all'altezza del vostro rango.
Cesare si limit ad annuire, sforzandosi di assumere un'espressione grata. Ma sentiva il volto
divenuto di ghiaccio, i muscoli incapaci di rispondere alla sua volont.
Aveva ancora la mascella contratta per l'ira quando il valletto lo ebbe riaccompagnato alla porta.
Improvvisamente venne sopraffatto dai rumori della citt. L'acciottolio dei carri che
trasportavano merci da un mercato all'altro, il mormorio delle voci, sovrastato a tratti dalle grida
di richiamo di uomini e donne che si cercavano tra la folla, il nitrito dei cavalli e il raglio degli
asini, la squilla lontana della guardia alle porte, il garrire al vento di drappi e bandiere issati sui
pennoni, e quello meno sfavillante dei teli messi ad asciugare al vento, e il canto delle donne e il
passo cadenzato di militari in marcia. E poi gli odori, che come una nube avvolgevano tutto. Da
quello dolce del pane appena sfornato agli infiniti afrori dei corpi che lo sfioravano negli angoli
delle vie, a quello delle erbe appena raccolte nei campi, a quello sgradevole delle feci umane e
animali che correvano nei rigagnoli delle vie.
Una miriade di sensazioni cui non aveva badato durante l'andata, preda com'era dell'ansia per
l'incontro che lo aspettava. Ma che ora, sotto il peso della delusione, irrompevano nella sua
coscienza come un'onda che si avventi da una diga crollata.
Quasi senza avvedersene super il ponte che legava l'le de France al resto della citt e prese a
vagare tra le strade affollate, seguendo senza riflettere il via vai della folla. Capiva poco della
lingua che sentiva risuonare intorno, e rispondeva con uno sguardo assente quando qualcuno gli
rivolgeva la parola. I pi erano questuanti, afflitti da terribili menomazioni. Arti mancanti o
devastati da ferite atroci, piaghe purulente, tremori invincibili, bocche sdentate sbavanti.
Si aggrappavano alle sue vesti con disperazione, certo attirati dalla sontuosit
dell'abbigliamento. Ma non doveva nemmeno spendere troppa energia per liberarsene. Li
guardava con la sua espressione assorta e, subito, quelli si allontanavano masticando
un'imprecazione tra i denti, come se avessero letto nel suo volto qualcosa di terribile.
Continuava a vagare senza meta, spostandosi verso la parte settentrionale della citt. Intorno la
qualit degli edifici si faceva sempre pi modesta. Vecchie case in legno avevano preso ad
alternarsi alle costruzioni in muratura, tra le stalle e i magazzini. Poi come per uno strano caso, a
un angolo di strada, tornava a comparire un palazzo che non avrebbe fatto una cattiva figura a
Firenze, o addirittura a Roma, restato l in mezzo alle casupole come un nobile avanzo di naufragi.
L'insegna di una taverna lo attir con i suoi colori. Chiese del vino e si sedette al riparo di un
piccolo pergolato, sorseggiando il liquore aspro che un oste sciancato gli aveva recato in una
caraffa di terracotta.
Il sole intanto aveva superato il mezzogiorno da tempo e aveva cominciato a declinare. Gi
sfiorava i tetti delle costruzioni dall'altro lato della via. Pens di riprendere la strada per il suo
alloggio, ma la volont sembrava essere paralizzata. Continuava inerte a osservare la piccola folla
che gli scorreva davanti lungo la strada, diretta verso una meta misteriosa.
Perch solo ora notava come il flusso ininterrotto fosse rivolto in una sola direzione, la periferia
estrema della citt, di cui si scorgeva in un varco tra i tetti un tratto delle mura di cinta, su cui
sventolava un'insegna alta sul pennone.
E non era la sola singolarit: ora che la sua attenzione era stata destata, si avvedeva di come la
quasi totalit di coloro che gli scorrevano davanti era costituita proprio da quegli esseri deformi,
afflitti da piaghe e da menomazioni in cui si era imbattuto durante il suo vagabondare.
Adesso, vedendoli procedere in quel flusso ininterrotto, aveva la sensazione che l'intera citt di
Parigi fosse popolata da mostri, per quanto numerosi erano quegli esseri.
Lo prese un desiderio improvviso di scoprire dove potessero recarsi tanti disgraziati e, gettato
un pugno di monete sul tavolo, si alz e con passo incerto si inser nella processione, tra un
vecchio che procedeva aggrappato a una gruccia e un altro che privo delle gambe si trascinava su
un carrettino a ruote.
Nessuno sembrava badare a lui. La fastidiosa petulanza con cui esseri di quella risma lo
avevano affrontato durante il giorno adesso che la luce declinava sembrava del tutto scomparsa,
quasi che fosse suonata l'ora del riposo anche per loro.
La marcia procedeva verso un quartiere degradato, tra cumuli di immondizie, vecchi carri
abbandonati, lungo una strada sempre pi stretta, che costringeva i camminanti a serrarsi l'un
l'altro.
Poi, dopo una stretta curva, il vicolo sfoci in una piazza, chiusa sui suoi lati da palazzetti che
un tempo erano stati fastosi, ma che ora afflitti da un lungo degrado spuntavano dal terreno come
i denti spezzati di un vecchio. E tra una costruzione e l'altra si aprivano degli stretti vicoli che si
spegnevano nell'ombra.
La massa cenciosa giunta nella piazza aveva preso a dividersi nei vicoli, cominciando a
disperdersi. Senza un motivo particolare segu uno dei rivoli e dopo pochi passi si trov all'interno
di una sorta di labirinto. Continui angoli e incroci si susseguivano a pochi passi l'uno dall'altro,
strette viuzze confluivano in vicoli ancor pi ridotti, a volte aveva l'impressione addirittura che
alcuni passaggi fossero stati ricavati abbattendo le mura delle case e aprendo un varco nuovo.
Sopra la sua testa il cielo spariva di continuo, cancellato dalle facciate degli edifici che
sembravano spingersi l'uno verso l'altro fino a congiungersi.
Davanti a lui si apr uno slargo, chiuso in fondo da un edificio pi solenne degli altri, che
sembrava essere la meta dei miserabili in processione. Tutte le aperture delle finestre erano state
sbarrate con tavole delle origini pi diverse, fermate da chiodi e da tratti di corda. Soltanto il
portale sulla facciata era aperto, e uno dopo l'altro uomini e donne lo varcavano, sparendovi
dentro.
Il posto aveva l'aria di una taverna, o di un luogo del genere. Quasi senza accorgersene, si trov
spinto dentro.


Capitolo 18.

La prima sensazione appena entrato fu quella di trovarsi in una sorta di incredibile cattedrale, il
tempio del culto antico di un dio dimenticato da secoli. Tutti i solai del fatiscente edificio erano
crollati e la vista poteva spaziare fino al tetto senza ostacoli, a parte qualche spezzone di vecchia
trave che ancora spuntava dalle pareti. E anche il tetto non sembrava in migliori condizioni, le
capriate erano incurvate e in pi punti avevano ceduto, aprendo degli squarci nella copertura
attraverso i quali le tegole non pi sostenute erano precipitate a terra, e i cui frammenti si
scorgevano sparsi un po' dappertutto.
Al centro dello spazio vuoto era stata eretta un'alta pedana, ricavata dai resti delle travi dei
solai, su cui torreggiava un grosso scranno ricoperto di cuscini ricamati. Dei fal bruciavano tutto
intorno, spargendo nuvole di fumo che offuscavano lo spazio prima di incanalarsi verso gli squarci
nel tetto.
Cesare Borgia cercava di rendersi conto di cosa fosse quel luogo. Un uomo era apparso sulla
pedana, come uscito dalla nebbia, e si era seduto sullo scranno. Una figura femminile era apparsa
al suo fianco, per poi accoccolarsi ai suoi piedi.
Chi sono? chiese ad un gobbo accanto a lui, che sembrava in condizioni migliori dei suoi
miserabili compagni.
L'altro gli lanci un'occhiata indifferente. Sei vestito da corte, si limit a osservare. Hai
lavorato intorno al palazzo?
Quei due, l in alto, insistette Cesare.
Lo sguardo dello sconosciuto si fece pi attento. Torn a osservarlo da capo a piedi, stavolta con
aria sospettosa. Tutti lo sanno, rispose poi, drizzandosi sul busto.
Ora il volto dell'uomo era all'altezza del suo, la gobba incredibilmente scomparsa. Con la coda
dell'occhio Cesare colse un movimento strisciante nella folla che si era disposta tutt'intorno alla
pedana. Sembrava un prato selvaggio in cui un'improvvisa primavera avesse preso a destare a
nuova vita le piante spente dal lungo inverno. Corpi spezzati riprendevano vita, piaghe
scomparivano come per incanto, arti mancanti uscivano da sotto vesti cenciose. Una massa un
attimo prima ridotta al limite estremo della malattia risorgeva come risanata dall'abisso.
Cesare Borgia non credeva ai suoi occhi. Conosceva bene i trucchi cui ricorrevano i questuanti
per suscitare la compassione dei cittadini ed estorcere cos un soldo. Ma quello che aveva davanti
agli occhi era qualcosa di straordinario, non diverso da quanto le Scritture annunciavano per il
giorno del Giudizio: la carne tornava a ricoprire corpi che la vita aveva abbandonato, e tutti
insieme facevano corona all'Angelo dell'Ultimo Giorno.
I miracoli si preparano a offrire l'obolo del misero, lo richiam la voce dell'uomo,
strappandolo al suo stupore. Tu hai da dare?
Da dare? ripet macchinalmente Cesare.
Sei straniero, vero? Si sente dal tuo parlare, lo incalz l'altro. Ma questo non ti esenta. Se
sei qui sei un miracolo, e devi rispetto al re!
Da qualche istante la folla dei risanati aveva preso a sfilare davanti alla pedana, depositando
qualcosa in un paiolo di rame posto tra le gambe dell'uomo seduto. Il rumore lasciava pensare a
delle monete. Dunque l'obolo era un prezzo che ognuno di quei miserabili doveva offrire al loro re.
Un re?
Cesare abbandon il suo interlocutore e si fece avanti, aprendosi la strada tra la massa dei
cenciosi. Voleva esaminare meglio l'uomo, di cui riusciva solo a scorgere il profilo aquilino alla
luce di uno dei fal.
Ma aveva mosso appena qualche passo, quando la donna accoccolata ai piedi del re si volt di
scatto verso di lui, fissandolo con i suoi grandi occhi scuri. Due pozze nerissime, che sembravano
scendere nel profondo dell'animo, cercando il suo cuore.
La donna schiuse leggermente le labbra, e articol qualche parola silenziosa diretta a lui,
mentre davanti ai suoi piedi continuava la processione dei risanati, ognuno dei quali versava nel
paiolo il suo obolo.
La met di quanto hai raccolto, questa  la legge, disse ancora l'uomo, che l'aveva seguito,
dopo aver tratto da sotto la veste lurida una manciata di monete. Continuava a scrutarlo
insospettito, come se fosse in attesa delle sue mosse.
Cesare cerc la borsa che teneva legata alla cintola, ma le dita non trovarono nulla. Doveva
averla persa, o pi probabilmente gli era stata rubata durante il percorso in mezzo alla folla dei
mendicanti. Per un attimo fu tentato di afferrare alla gola il finto gobbo, ma era solo uno dei tanti
possibili responsabili.
Non ho pi niente da offrire al tuo re, mastic tra i denti.
L'altro aveva seguito la sua mossa, con un sogghigno. Non fa nulla. Quello che hai perso  stato
trovato, e sar colui che ti ha alleggerito a versare il dovuto. Nulla si perde nel regno del re di
Tunisi.
Il re di Tunisi? Quello? chiese Cesare perplesso, tornando a osservare l'uomo assiso sull'alto
scranno. Not allora un particolare che al primo esame gli era sfuggito. L'uomo sedeva in una
strana posa, come raggomitolato su se stesso. Ma non si trattava di indolenza: il suo busto era
curvato da un lato, e anche una delle braccia pareva vistosamente pi corta dell'altra.
Stranamente sembrava essere l'unico che la discesa delle tenebre non avesse liberato dai malanni.
Quel derelitto? seguit schifato.
Quel derelitto ha ai suoi ordini cento e pi miracoli, e comanda dodici baroni dei ladri. Dopo
Luigi  l'uomo pi potente della citt, replic l'altro a bassa voce. Sta' attento a quello che dici,
straniero, e soprattutto sta' attento alla strega!
La figura di quel bizzarro sovrano aveva attratto per un attimo tutta l'attenzione di Cesare. Con
lo sguardo corse di nuovo verso la donna, scoprendo che continuava a fissarlo con i suoi occhi
scuri. Perch la dici strega? chiese ancora allo sconosciuto, senza distogliere gli occhi da lei.
Conosce il tempo di ieri e quello di domani. Tutti la rispettano per il suo sapere, e tutti la
temono.
Perch temerla? Non sembra diversa da tante indovine di piazza!
La temono perch sa leggere la morte. La sa chiamare.
Chiama la morte? Che vuoi dire? chiese ancora Cesare, allungando la mano con l'intenzione
di afferrare l'uomo per il farsetto e attirarlo a s. Ma proprio in quel momento aveva fatto ingresso
un nuovo gruppo di miracoli, che veniva avanti facendosi strada a forza tra quanti erano gi
all'interno.
Cesare si sent spingere con forza di lato, poi fu travolto da una nuova fiumana di corpi, una
barriera dietro la quale era scomparso il suo interlocutore. Allung il collo per cercare di
ritrovarlo, ma in quella si sent afferrare la mano.
Tu sarai re, disse una voce femminile. Melodiosa ma ferma, segnata da un accento esotico.
Si volse di scatto. La strega era apparsa accanto a lui. Aveva voltato la sua mano all'ins, con
una stretta insolitamente forte, e ne scrutava attenta le linee del palmo.
Tu sarai re, ripet lei. Per il tempo che ti sar concesso.
Cesare d'istinto prov a liberare la mano, ma la stretta della donna resistette ferrea. Non
riusciva a spiegarsi come potesse trovarsi accanto a lui, muovendosi nello spazio di un lampo
attraverso la confusione dei corpi che in massa continuavano a fluire intorno al trono.
Gli sembrava impossibile, a meno che la donna non possedesse anche il dono del volo oltre a
quello della profezia. O non fosse un'altra persona, ma respinse l'idea osservando come sulla
pedana fosse rimasta soltanto la sagoma del re di Tunisi accasciata sullo scranno, senza pi
nessuno ai suoi piedi.
Sar re, mormor Cesare a mezza voce. Non era una domanda, non era l'accettazione della
profezia. Si sentiva sospeso, la vista e l'udito offuscati da una sorta di nebbia in cui spiccava solo
la sensazione netta delle unghie della donna contro la sua mano. Con uno sforzo cerc di mettere
a fuoco il suo volto, parzialmente nascosto dal velo di seta scarlatta in cui aveva raccolta la massa
dei capelli scuri. Facendosi coraggio allung la mano libera verso di lei, e fece scivolare via il velo.
Una cascata di ricci nera si sciolse sulle sue spalle, trascinando con s una treccia rossa,
nascosta tra la massa scura come un serpente di fiamma. Il viso era segnato da una bellezza
arcana, dai tratti decisi e insieme dolci, come solo aveva visto in qualche antica statua di dea
romana. L'incarnato pallidissimo ricordava quello delle figlie delle foreste del Settentrione, che
qualche mercenario germanico a volte recava con s, ma a differenza degli occhi chiari di quelle i
suoi nerissimi rilucevano come perle dei mari orientali.
Cesare continuava a fissarla ammaliato. Nemmeno sentiva pi la stretta delle sue dita. Solo
dopo un lungo attimo si rese conto che la donna lo aveva lasciato libero, come se fosse ormai
soddisfatta dell'esame cui l'aveva sottoposto.
Andiamo, sent la voce melodiosa risuonargli ancora nell'orecchio. Ti ho aspettato anche
troppo a lungo.
Sar re, ripet lui atono, mentre la seguiva verso l'uscita risalendo la massa dei cenciosi.
Come ti chiami?
Zlata.


Capitolo 19.

Un anno dopo, estate 1500,
nel palazzo romano alla salita dei Borgia.
Io non credo che il mio destino fosse questo. All'atto della mia nascita, il padre chiese al celebre
Bartolomeo Caracci di stendere la carta giudiziale del mio futuro. E, approfittando del fatto che
l'oroscopo svelava la luce oscura del mio Saturno opposto a Marte, infelice configurazione per un
guerriero, il vecchio bastardo mi releg alla carriera ecclesiastica, consegnando la spada che era
mia di diritto come primogenito al mio fratello minore Juan. Ma a dire il vero ho sempre pensato
che il reale motivo fosse il fatto di preferirlo per il suo aspetto, biascic Cesare, ingollando un
altro sorso di liquido. Cos bello e affascinante, un damerino fatto e rifatto.
Eppure alla sua morte ti videro sprofondato nella pi mera mestizia, osserv blanda la donna,
stiracchiandosi tra le lenzuola.
Cesare balz in piedi e si avvicin al giaciglio. Barcoll per qualche attimo, poi ripreso
l'equilibrio allung uno schiaffo sonoro alla giovane, schiacciandole il volto contro il cuscino. Ero
davvero affranto! Questa era la verit, e questa deve essere per tutti, a cominciare dalle mie
sgualdrine!
Zlata era rimasta immobile, la testa sempre affondata nel cuscino. Si era limitata a portare una
mano alla guancia colpita, e a mordersi a sangue il labbro con una smorfia rabbiosa. Poi
lentamente si alz, restando completamente nuda davanti a lui.
Si avvicin a Cesare, che era crollato di nuovo sul suo scranno, e port una mano alla massa dei
capelli, estraendo una lama lunga e sottile, dalla elaborata impugnatura d'avorio. Poi con uno
scatto felino balz in avanti, gettandosi sull'uomo e bloccandolo con le gambe. Non sono una
delle tue sgualdrine, sibil, puntandogli l'arma alla gola.
Lo so, mormor il duca, senza cercare di sottrarsi alla minaccia, ma quasi protendendosi
verso la lama. Lo so, ripet in tono improvvisamente fermo. Sembrava aver allontanato dalla sua
mente ogni vapore dell'acquavite ingurgitata. Sei la sola che pu avvicinare una lama alla mia
gola. Sei la sola da cui vorrei essere ucciso.
Zlata esit un istante, giocherellando con il pugnale contro il collo dell'uomo, poi con uno scatto
torn a nasconderlo nel folto della chioma. Si chin su di lui, sfiorando con la lingua il punto in cui
la lama aveva lacerato la pelle. Forse un giorno ti uccider, ma non oggi, replic la donna,
passandosi la lingua sul labbro dove brillava una goccia di sangue. Quindi di scatto afferr la testa
di Cesare e la trasse a s. Inspir profondamente, come se volesse inebriarsi anche lei dell'intenso
aroma alcolico che emanava dalle labbra dell'uomo, poi si abbandon sulla sua bocca in un bacio
fremente. Non so cosa ti disse il mago, sussurr poi, salendo al suo orecchio. Ma l dove sono
nata conoscono un'altra via per conoscere il futuro.
Sui monti dell'Andalusia? Che possono sapere quei barbari? replic il duca, ansimando per
riprendere fiato.
I miei avi hanno percorso un lungo cammino per giungere tra quei monti, sin dalle lontane
Indie. E molto hanno appreso lungo la strada. La lingua della Natura, quella degli animali
selvaggi, e la regola dei segni.
La regola dei segni? Cosa vuoi dire? chiese Cesare, cercando di liberarsi dall'abbraccio. Ma la
donna lo strinse ancor pi con le sue forti gambe, afferrandogli una mano e rovesciandola a palmo
in su. Lo stesso gesto di quando lo aveva incontrato per la prima volta a Parigi.
I segni che Dio incide sulla mano dell'uomo, perch si conoscano le opere sue. Zlata avvicin
la mano al volto del duca, costringendolo a osservare la rete di solchi che la marchiavano.
Cesare Borgia rest immobile per un lungo istante, come se fosse affascinato da quello che
vedeva, poi con uno strappo violento costrinse la donna a lasciargli libero il braccio. Sembra la
lastra di rame di un'acquaforte sgorbiata, come se un incisore impazzito vi si fosse accanito con il
suo bulino. Nessun'opera degna di tal nome ne verrebbe, se fossi tanto folle da inchiostrarla e
premerla sotto un torchio, esclam aspro.
Eppure quello che hai visto  proprio n pi n meno che una stampa, e narra la storia della
tua vita. Di ci che  stato e di ci che sar, perch all'occhio di Dio che ve l'ha impressa non v'
differenza alcuna.
Che dici, donna! Non v' differenza tra passato e futuro? Se fosse vero che ci che ci attende
non  che una ripetizione di ci che  stato, allora la Fortuna che governa i casi del mondo non
sarebbe che vuota parola. E non quella imperatrice di tutto che dicono i vecchi sapienti!
Nulla  sconosciuto del domani, per chi conosce la regola dei segni, insistette Zlata.
E allora dimmi cosa mi aspetta! esclam il duca, tornando a sollevare la mano verso la donna.
Mi dicesti che sar re, ma quando? Quando, quando si far vera la tua profezia?  dal nostro
primo giorno che attendo!
Tuo padre voleva fare di te un prete... disse la donna, con un sottile sorriso sulle labbra. Un
cardinale, una pietra d'angolo della Chiesa.
Ma non sapeva che avrei provveduto io a correggere l'alveo del fiume che mi era stato
approntato, sibil Cesare.
... ma non sapeva che sulla tua mano  scolpita la fiamma di un incendio. Qui, dove nel Campo
di Marte scorre come un fiotto di sangue la linea rossa della tua fortuna, seguit Zlata, puntando
l'indice sul palmo della sua mano. E come in una valle fertile, vi scendono dai monti circostanti i
torrenti delle tue battaglie. E poi...
E poi? esclam il duca con un sussulto, serrando di scatto il pugno e cercando di sottrarsi alla
stretta della donna, come se fosse improvvisamente intimorito dalle parole di lei.
Ma Zlata resistette alla sua mossa con una forza insospettata, poi delicatamente torn ad aprire
il pugno, un dito dopo l'altro, mormorando ogni volta una serie di parole incomprensibili, ma che
sembravano avere un singolare potere ipnotico sul duca. E poi  qui che scorre il segno del tuo
destino, qui in questo solco  racchiuso il bene e il male che ti aspetta, le vittorie e le sconfitte, la
volutt e il dolore.
Il mio destino? Le mie vittorie e le sconfitte? Quali saranno? volle sapere il duca, ansioso.
Salirai molto in alto...
In alto? Quanto?
Fin sul colmo del mondo. Ma poi ricadrai in basso, rispose la donna con voce atona, come se
ripetesse soltanto parole che qualcuno gli stava dettando all'orecchio.
Dannazione... avr il trono che cerco?
Zlata distolse gli occhi dalla mano del duca, e fiss nel vuoto. S... lo avrai. Ma sar di sangue,
e non d'oro e di perle.
Che importa! esclam Cesare serrando di nuovo la mano, con aria di trionfo. Pareva che
davvero sentisse stretto nel pugno quel trono che la zingara gli aveva annunciato. Il trono d'Italia
sar mio! E non lo perder, strega del malaugurio! Ci penser il ferro della mia spada a
difenderlo. Io mi far inchiodare a quelle tavole, e sar mio il sangue che hai visto nei tuoi sogni!
 pi facile sfondare le porte dell'inferno, che quelle del destino, replic la donna. Ma
fintanto che la tua luce briller, il suo fulgore abbaglier tutta la terra. Ma guardati dal tuo
tramonto!
E quando avverr? chiese il duca, tornato improvvisamente attento.
Zlata afferr di nuovo la sua mano. Avrai ancora mille giorni di luce.
Mille giorni... replic Cesare assorto. Poi con uno scatto del capo: Basteranno! E come
morir, anche questo tu sai? Non quando, che voglio nascosto nelle tenebre del domani. Ma come,
questo devi dirmi! Aveva posto l'ultima domanda senza riuscire a nascondere un fremito nella
voce.
La donna fiss gli occhi nei suoi. Perch vuoi saperlo? Non  ancora il tempo per te di
conoscere, ancora lunga  la tua via di gloria. Questo voglio dirti soltanto: avviene all'uomo non
ci che egli merita, ma ci che gli somiglia. E a te somiglia soltanto la ferocia della lotta. Il tuo pi
grande avversario  la morte,  alla morte che dovrai strappare la tua corona.
Che sia cos, allora, se cos deve essere, replic il duca con aria sollevata. Mille giorni di
gloria e poi la fine con la mia spada in pugno. S, questo  il destino che voglio. Se la Natura
scrisse questo nel palmo della mia mano, questo sar e sar il giusto compimento!


Capitolo 20.

In quegli stessi giorni, nel palazzo.
Duca, esord cerimoniosamente messer Mocenigo. L'uomo si tolse la berretta e si inchin con
deferenza ostentata, resa ancor pi evidente dal ricco abito di broccato che aveva indosso,
arricchito da una pesante catena d'oro al collo.
La Serenissima non bada a spese, quanto ai propri ambasciatori, osserv Cesare, appoggiato
blandamente alla parete accanto alla finestra che dava sul cortile del palazzo, sulle propaggini del
monte Esquilino. N a decoro per il loro alloggio. Il palazzo di Venezia  il pi bello di Roma.
Vi sono grato per il vostro buon giudizio. Ne riferir senz'altro al Dogato. Avete chiesto un
colloquio, e mi sono premurato di servirvi.
Cesare si avvicin alla finestra e si sporse come se fosse attratto da qualcosa nel cortile.
Osserv per qualche istante con aria attenta, poi si ritrasse soddisfatto.  vero. Le mie armate
hanno risalito la costa oltre Ravenna, e sono in vista di Ferrara.  giunto il momento di stringere
le nostre destre, o incrociare le spade. E di decidere se l'una o l'altra delle strade prederanno i
nostri destini.
L'ambasciatore esit un istante. Le parole del Valentino non risuonavano inattese: era appunto il
rapido evolversi della situazione nella Romagna che aveva deciso il suo invio a Roma, per sondare
le intenzioni del duca e riferire. Ma la schiettezza dell'uomo, insieme con un fondo di brutalit che
avvertiva nella sua voce, lo avevano sorpreso. Apprezzo il vostro affrontare la questione, senza
por tempo in mezzo, disse dopo essersi schiarito sommessamente la voce. Voi sapete che nel
vessillo della Serenissima campeggia il leone del Nostro Santo, e il suo Vangelo aperto all'incipit .
Vangelo che viene chiuso nello stendardo di battaglia. Ebbene, vi assicuro che il Libro non viene
serrato a cuor leggero, n la spada sguainata senza ponderazione. Come pure la destra non viene
tesa senza discernimento. La pace e la guerra sono nel nostro animo entrambe di grande
momento, e non corriamo all'una o all'altra come fanciulli dissennati.
Conosco bene la vostra consumata abilit. Capaci di restare in equilibrio tra Cristo e
Maometto, e tra Francia e Asburgo senza danneggiare i traffici con nessuno di loro, comment
Cesare, con un sorriso.
Storia e Natura ci impongono di destreggiarci tra pericolosi titani, replic pacato Mocenigo.
Forse non  ancora un titano quello che ha raggiunto i vostri confini. Ma cresce ogni giorno, e
credo meriti la vostra attenzione.
Le vostre fortune non sono ignote al mio governo, che anzi le segue con attenzione e, posso
dire, con certa simpatia. Noi non vediamo con sfavore la nascita di un potere che possa alleggerire
la pressione sui nostri domini di terra. Con Milano nelle mani francesi, e Spagna che dilaga nel
Meridione, avere un antemurale verso i domini della Chiesa potrebbe essere valutato
positivamente.
Mi chiedete di mettere la mia spada al servizio di San Marco?
Come nostro... fiduciario, avreste campo libero nel Centro. Potreste dilatare il vostro dominio
bene a fondo in Toscana, e perfino Firenze non sarebbe al di l delle vostre ambizioni.
Specialmente ora che il forte pugno del Medici che la reggeva  scomparso, e la citt gi stordita
da Savonarola ora periclita nelle mani di una congrega di bottegai che si nominano
altezzosamente repubblica.
Cesare torn ad avvicinarsi alla finestra e a gettare uno sguardo fuori. Dal basso saliva ora un
clamore contenuto, un calpestio di piedi e di oggetti trascinati, come se nel cortile fosse in corso
lo spostarsi di uomini e cose. Anche l'ambasciatore aveva avvertito i rumori, ma restava
contegnoso nella sua posizione, senza mostrare apparentemente interesse.
Certo, dovrete interrompere la vostra dipendenza dal re di Francia, riprese Mocenigo,
vedendo che l'altro seguitava a essere distratto da quello che avveniva nel cortile.
Ritengo quindi che abbiate fiducia nelle mie capacit, per offrirmi tanto, riprese Cesare,
voltandosi di scatto verso l'ambasciatore.
La vostra fama di condottiero corre per tutta la penisola...
Ma forse non avete ancora avuto modo di valutarla a pieno. Che ne direste se ve ne offrissi una
prova? disse ancora Cesare, raggiungendo un armadio nell'angolo. Apr lo sportello e ne estrasse
un lungo arco e una faretra. Conoscete immagino quel passo dell'Odissea, ove Omero ci rende
edotti della grande abilit con l'arco del grande Ulisse, seguit, tornando verso la finestra.
Puntandolo contro il pavimento lo curv a forza e lo incocc. Ho sempre ammirato quella
prodezza. E sempre ho avuto in idea di sfidare l'eroe greco, seppure a distanza di secoli.
Avvicinatevi.
Mocenigo si fece accanto alla finestra. In basso, un gruppo di uomini in armi stavano legando
due prigionieri coperti da pochi stracci a dei cavalletti di legno.
Sono manigoldi che mi hanno contrastato nella presa di Rimini. Di notte, travestiti da uomini
della mia condotta, hanno incendiato e fatto esplodere il deposito delle polveri, rendendo
inutilizzabile l'artiglieria per oltre un mese, spieg Cesare, estraendo una freccia dalla faretra.
Ma i miei li hanno catturati mentre fuggivano, seguit, incoccando e tendendo con forza il
nerbo.
La freccia part vibrando, piantandosi con uno schiocco sulla trave del cavalletto, a pochi pollici
dal collo di uno dei due prigionieri, seguita da un'esclamazione di disappunto del duca.
Il greco non  facile da emulare, osserv, gettando un'occhiata verso Mocenigo, mentre
incoccava un'altra freccia.
Nuovamente il dardo sibil attraverso l'aria, questa volta sfiorando il fianco del secondo
prigioniero. Dal basso salivano ora i pianti e i gemiti dei due uomini, che avevano compreso quale
destino li attendesse e imploravano grazia. Mocenigo non riusciva a nascondere anch'egli
un'espressione turbata. Fissava Cesare a occhi sgranati, mentre il duca tornava a tendere il nervo.
Capisco la vostra ira, ma forse...
Trovate crudele il mio comportamento? chiese il duca, continuando a tendere con energia
l'arco.
Credo che abbiate le vostre ragioni, ma vi ricordo la clemenza di Cesare, il grande di cui
portate il nome...
Avete ragione, replic il duca, dopo un attimo di riflessione. Cercher di essere clemente,
questa volta. E lasci andare la cocca.
Di nuovo il dardo sibil attraverso l'aria, terminando con un tonfo sordo contro il petto di uno
dei due uomini, e passandolo da parte a parte fino a configgersi nella trave. Un urlo si lev dal
ferito, che subito si trasform in un gemito doloroso. Uno spruzzo di sangue erutt dalle sue
labbra, poi gli occhi si rovesciarono in alto e il corpo si abbandon tra le corde, restando
immobile.
L'ambasciatore aveva seguito la scena con una smorfia di ribrezzo.
Che ne dite, Mocenigo? esclam trionfante Cesare. Non sono stato di parola? Un colpo
preciso al cuore, un'agonia brevissima! E se adesso mi riesce... Parlando aveva estratto un'altra
freccia. La incocc e tese l'arco di nuovo e, ancora, il dardo scatt verso il basso.
L'ambasciatore aveva distolto gli occhi, ma subito la sua attenzione fu richiamata da un urlo
soffocato, seguito da un gorgoglio. Aguzz lo sguardo per scorgere dove la freccia avesse colpito,
ma vide che l'uomo restava in piedi, invece di accasciarsi come il suo compagno. Forse il dardo lo
aveva mancato, oppure soltanto ferito in modo superficiale.
Ma l'uomo non si lamentava, continuava soltanto in quel suo strano gorgogliare, come se
cercasse di gridare ma qualcosa gli impedisse la favella. Solo allora not l'impennaggio del dardo,
che spuntava al centro del collo, seminascosto dal cencio che gli ricopriva il corpo.
Mocenigo rialz lo sguardo su Cesare, mentre ogni rumore nel cortile cessava di colpo. Vi
avevo invitato alla clemenza... balbett.
 questa la clemenza del nuovo Cesare. Che si sappia a Venezia. Che si sappia dovunque.


Capitolo 21.

Alla rispettosa attenzione dell'eccellente Consiglio dei Dieci.
Nobili Senatori, io Andrea Mocenigo incaricato dalle eccellentissime signorie vostre di
rappresentare la dignit della nostra Repubblica presso i domini della Santa Sede, comunico le
mie impressioni riguardo alla persona e alle intenzioni del duca Valentino, capo delle milizie papali
e signore di feudi nella Marca e nelle Romagne.
Si dice che nelle selve africane vivano fiere e mostri orribili, frutto del congiungimento di specie
tra loro difformi. Perch  riportato negli antichi e sapienti testi di mirabilia naturali come il
congiungimento di un seme impuro con una matrice difforme ne generi di imprevedibili e terribili.
Ebbene, il duca appare, sotto il suo aspetto di gentiluomo, appunto l'esito di uno di questi
congiungimenti: fondendosi in lui la ferocia del paterno ramo spagnolo, nato nel sangue e nella
violenza, e affermatosi nel mondo grazie alla corruzione dei costumi e alla durezza dei tempi, e
della suburra romana, quanto al ramo materno, una prostituta di seducente bellezza. Un padre
che mai, stretto dal dovere dei suoi ministeri, sempre pi alti fino al raggiungimento del supremo
soglio, avrebbe dovuto piegarsi ai bassi istinti della carne, e una madre che in ragione della sua
meschina origine mai avrebbe dovuto quel santo soglio sfiorare e corrompere.
Contempera quindi il duca nel suo essere i talenti e le miserie di entrambi, la violenza e la
lussuria del primo, l'astuzia e l'ambizione smodata della seconda, nutriti dal lusso e dalla potenza.
La Natura che ha consentito la sua nascita senza spegnerlo in fasce, come spesso avviene dei
difformi, gli ha per negato la grazia del corpo: forte e aitante nella lotta come fiera, ma ributtante
alla vista per certo male che lo deturpa, e che egli cela sotto la folta capellatura e la maschera con
cui si protegge dalla vista. Ma ci nonostante ha la capacit di infondere audacia e slancio a chi si
pone sotto il suo comando, che una forza diabolica predispone alle imprese pi spavalde. Nelle sue
vene ribolle un sangue barbaro, distillato tra le terre della Catalogna. Ma  stato temperato dal
sole e dalla dolcezza d'Italia, assunta nel latte materno. E come un vino forte guadagna dalla
mescolanza con un liquore gentile, cos la sua aspra natura ne appare mitigata.
Ma non cadiate in inganno: dietro quei tratti seducenti si nasconde il temperamento di una
belva. E il suo spirito non accetta di essere tagliato con acqua.
Se dobbiamo credere alla biblica profezia, che l'Anticristo nascer dal ventre di una prostituta e
scender in guerra contro l'universo, allora direi che, se i tempi del suo avvento rovinoso sono
questi, il duca Valentino potrebbe essere colui che condurr le diaboliche schiere alla battaglia
finale.
La Serenissima Repubblica si guardi da quest'uomo e dalle sue profferte. E non stringa con lui e
la sua genia alcun patto, che quegli di certo tradirebbe alla bisogna. Lasciate che come un cane
selvaggio si spezzi i denti sulle ossa che trover per via, durante la sua corsa per le terre
dell'Italia.
Quando il favore di Francia, di cui gode al momento, verr meno, sar facile averne ragione.


Capitolo 22.

Un anno dopo, estate 1501
Il titolo di duca vi rafforza nell'ascesa, e vi offre la protezione e le lance del re di Francia,
osserv Miguel de Corella. Ma anche vi stringe la corda al collo e spegne il sogno di un regno
vostro. Sarete sempre il Valentino, onorato ma suddito.
Cesare aveva ascoltato le parole del suo fedelissimo con la fronte aggrottata. Avrebbe voluto
replicare, ma sapeva che l'uomo aveva detto la verit. La mia strada  lunga, e ardua a
percorrersi, sibil a denti stretti. Non posso sperare di affrontarla da solo, senza l'ausilio di un
potere. E per quanto mi guardi intorno, non c' che la Francia che pu valere al mio bisogno.
Forse, ma i re sono usurai. Per uno scudo che offrono, ne chiedono cento in ritorno. E mai
Francia acconsentir che sorga un regno nella penisola, che la stringa in un cerchio di ferro tra
Spagna e Asburgo. Perch credete che Luigi ora si volga benevolo verso il papa vostro padre, se
non per la speranza di sottrarlo all'abbraccio di Napoli e Venezia, contro cui rivolge le sue mire?
Lo so, rispose cupo Cesare, serrando i pugni con il gesto che gli era consueto nei momenti di
furore. Ma ho bisogno delle lance francesi, e del loro denaro per pagarle. Avrei bisogno dell'oro
di cui pare ricco il re di Spagna.
Forse c' un modo, mormor il valenziano.
E come?
Conosco un uomo che potrebbe aiutarvi.
E chi? Tutti i banchieri di Roma sono stati ormai spolpati da mio padre, e i fiorentini tengono
serrate le loro casse come fossero le cosce delle loro spose. Genova mi  nemica, dopo che l'ho
privata di Piombino, Venezia mi guarda con sospetto, a Napoli Aragona si appresta a subire il mio
assalto: chi dovrebbe prestarmi?
Nessuno di tutti questi. Colui che conosco viene da oriente.
Il turco?  in buoni rapporti con il re di Francia, ogni mia richiesta verrebbe immediatamente
a conoscenza di Parigi. Perderei la fiducia di Luigi, se solo sospettasse un mio agire alle sue
spalle.
Colui viene da oriente, ho detto. Ma da ben oltre le terre del turco.
Oltre le terre del turco? Dalle Indie?
Pi lontano ancora, dal Catai. E porta con s un segreto appreso tra quelle genti. Tramutare il
piombo in oro.
Cesare Borgia rimase un attimo immobile, poi scoppi in una risata possente. Un fabbricante
d'oro! Un altro! Se ognuno di quelli che ho conosciuto avesse saputo trasformare un solo ducato,
oggi avrei di che arruolare un'armata!
Questi di cui vi parlo non  della genia dei cialtroni e degli incantatori che assillano il vostro
palazzo. Aspettate di vederlo all'opera.
Cesare torn a scoppiare in una risata, ma stavolta pi breve e meno sarcastica. Piantala, sar
qualcuno di quegli ubriaconi di cui ti circondi in taverna. E pensi che ci caschi anch'io?
L'uomo scosse lentamente la testa. Ho visto di cosa  capace. Di cose come questa, afferm,
estraendo da sotto la veste un piccolo oggetto e lanciandolo verso il duca.
La mano di Cesare scatt per afferrarlo. Poi disserr il pugno e, sul suo volto, si dipinse
un'espressione stupita. Senza dire una parola si avvicin rapido alla finestra, e torn a osservare
l'oggetto alla luce del sole. Un ducato d'oro. Dove l'hai preso? Solo le casse di quei maledetti
veneziani ne sono piene.
Osservatelo con attenzione. L'altra faccia, vi sembra l'effigie di San Marco?
Cesare volt la moneta sul palmo della mano, poi dopo un attimo torn a sollevare lo sguardo
verso il valenziano. Adesso sul suo volto il tono stupito era stato sostituito da un lampo di
bramosia. Ma ... impossibile... uno scherzo...
Miguel gli si fece vicino, togliendogli la moneta di mano. Caesar Borgiae, Italicae Tellus Rex,
lesse scandendo lentamente le parole incise sul bordo. E al centro il vostro ritratto. Non che vi
somigli molto, per, aggiunse, osservandolo con aria critica.
Cesare Borgia sembrava interdetto, la mano ancora distesa. Poi con uno scatto strapp a sua
volta la moneta dalla mano del valenziano, per tornare a scrutarla con attenzione. Com'
possibile?
Ve l'ho detto. Quest'uomo conosce il segreto dell'oro. Afferma di potervene fornire quante
some vi possano servire.
Cesare continuava a rigirare la moneta tra le mani. La sua espressione stava tornando
diffidente. E se  capace di tanto, perch non si fa lui stesso re, invece di offrire a me questi
portenti?
Perch  un uomo singolare, temperato dalla filosofia che impera in quelle terre. Crede che la
vera potenza non sia nel seguire il proprio desiderio e consumarsi nello sforzo di realizzarlo. Ma al
contrario nello spegnere a poco a poco nel corso di questa esistenza ogni bramosia, per giungere
sgravati di ogni peso al momento della fine.
E quindi vuole liberarsi del peso dell'oro? disse il duca, senza nascondere il suo scetticismo.
Vuole liberarsi del peso del male. E crede che l'unico modo per farlo sia di trasferire la sua
potenza su qualcun altro, molto pi indietro sulla via della liberazione. Tanto pi indietro, che
aggiungervi una soma non aumenterebbe di molto il numero di cicli di vita da superare per
giungere alla meta.
Quindi mi giudica un'anima perduta, priva di ogni possibilit di riscatto?
Pi o meno  questo che pensa. E per questo vi offre la sua scienza.
Cesare si abbandon a un ghigno. Certo quel miserabile non manca di ardire. Ma se davvero 
in grado di rifornirmi d'oro sono disposto a dimenticare la sua offesa. Ma prima voglio certezza,
disse, facendo saltellare la moneta nel palmo della mano. Richiam l'uomo che era di guardia alla
porta. Ordina a mastro Benno di venire subito qui. E di recare con s i suoi strumenti di
cambiavalute.
La guardia si allontan in fretta. Dopo non molto tempo riapparve, in compagnia di un uomo di
mezza et, affetto da una leggera zoppia, che recava con s una scatola di legno appesa alla spalla
con una cinghia.
Mi cercavate, duca? Dovete effettuare una permuta di denaro?
Voglio che saggiate per me la bont di questo ducato, rispose Cesare, allungando la moneta
all'uomo.
Questi la prese e la osserv con attenzione, prima di scuotere la testa. Eh, signore, vedo che
volete celiare con me. Questo non  un ducato, bens evidentemente una medaglia, una medaglia
coniata per celebrare la vostra grandezza.
S...  come dite. Ma saggiate il metallo di cui  composta, non vorrei che l'incisore avesse
gabbato me, spacciandomi per oro del vile metallo.
Mastro Benno apr la cassetta e ne trasse una lastra di pietra scura e una boccettina di vetro.
Dispose la pietra sul tavolo e quindi vi pass pi volte sopra il bordo della moneta, lasciando sulla
sua superficie una strisciata simile alla bava di una lumaca. Poi fece cadere sul segno alcune
gocce del liquido contenuto nella boccetta, e attese qualche istante. Il punto bagnato cominci a
mutare lentamente colore, assumendo quello di un verde chiarissimo.
La superficie  d'oro, duca. Siatene tranquillo, non si cerca di truffarvi. Resta solo un dubbio,
che possa trattarsi di una lamina superficiale, che nasconda un'anima vile. Ma per accertarlo
dovrei danneggiare la medaglia, disse il mastro, guardando Cesare con aria dubbiosa.
Fate quel che si deve, che non restino dubbi.
A quelle parole, il cambiavalute estrasse dalla cassetta una lama dentata e cominci
pazientemente a segare la medaglia nel mezzo, finch le due parti non si separarono. Ripet la
prova sul bordo nel punto del taglio, finch soddisfatto non restitu le due parti al duca. Ahim,
signore. Come temevo si tratta di metallo vile, incamiciato. Certo con arte sopraffina, che mai ho
visto, ma pur sempre una frode.
Cesare fulmin con lo sguardo Miguel, che aveva seguito tutta la scena impassibile, quindi
conged con un gesto il cambiavalute. Mastro Benno, che non esca una parola di quanto avete
visto, con nessuno. Se volete vivere a lungo.
Pare che abbia fatto bene a non fidarmi, osserv Cesare, quando il cambiavalute si fu
allontanato.
Avevate ragione, rispose il valenziano con aria contrita. Ma so dove trovarlo, lo far pentire
del suo ardire.
No, aspetta... forse ho un'idea migliore. Mi piacerebbe conoscere quest'uomo del miracolo.
Volete esser voi stesso a stringergli il cappio al collo? Speravo di esser io a farlo!
No, ti dico. Forse quel miserabile imbroglione potr tornarci utile.
Utile? A cosa state pensando, signore? Sfruttare l'inganno?
Tu leggi troppo a fondo nel mio animo, Miguel, e questo  pericoloso. Per me e per te, replic
Cesare, in un tono che di colpo aveva perso ogni traccia di affabilit. Nessuno deve conoscere la
mia mente.
Nessuno la conosce, assicur Miguel, sollevando le mani. La vostra mente  un abisso
oscuro, delle cui profondit nessuno possiede le mappe. Ma quello che ribolle alla superficie non
pu essere nascosto,  sotto gli occhi di tutti. Anche dei miei.
Non scendere sotto il pelo delle acque, dunque. E adesso fai venir qui l'uomo.
Essendo caduto nel suo inganno, immaginavo che vi sarebbe piaciuto vederlo di persona. E ho
procurato di convocarlo io stesso.  nella stanza accanto, che aspetta. Miguel si mosse verso
l'uscita, e dopo qualche istante ricomparve, seguito da un nuovo personaggio, dall'aspetto davvero
insolito.
Cesare aveva incontrato pi volte, sia nella Curia che nel corso delle operazioni militari, uomini
provenienti dagli angoli pi remoti della terra. Mercanti arabi e persiani, schiavi nubiani,
mercenari angli e normanni, ma l'uomo che ora si trovava davanti era diverso da chiunque avesse
visto prima.
Vestito di una lunga tunica di color smeraldo, un verde tanto brillante da parere quasi acceso da
un fuoco interno, stretta in vita da una fascia di seta gialla. La testa coperta da una sorta di strano
cappuccio rigido, con delle ali sugli orecchi che si arricciavano verso l'alto conferendogli l'aspetto
di un curioso volatile. Ma la cosa pi sorprendente era il suo aspetto: un volto dal colorito di un
avorio pallido, occhi allungati verso le tempie sormontati dalle sopracciglia ad arco sottile, capelli
nerissimi che spuntavano a ciuffi da sotto il copricapo, e barba e baffi radi e attorcigliati in lunghe
treccine. Pi che un volto umano sembrava quello di una maiolica di Faenza.
L'uomo stringeva tra le mani una cassetta, simile per dimensioni a quella del cambiavalute. Ma
a differenza di quella di mastro Benno, un rozzo contenitore da lavoro, la sua era impreziosita da
delicati intagli e coperta da una lacca rosso scuro lucida come un rubino.
L'uomo mosse alcuni passi all'interno della sala, poi si arrest, chinandosi in una rispettosa
riverenza.
Ecco il maestro di cui vi ho parlato, disse il valenziano. Il suo nome  Turan.
Capisce la nostra lingua?
Turan conosce quasi tutte le lingue parlate da qui alla sua lontana terra, per averle tutte
praticate durante il suo lungo viaggio di studio.
Capisco, reag Cesare. E quindi potete intendere la mia volont. Mi  stata rivelata questa
vostra creazione, seguit, mostrando per un attimo all'uomo il ducato con la sua effigie,
ricomposto sul palmo della mano.  davvero frutto di una magica permutazione?
L'uomo torn a inchinarsi, questa volta appena un segno di cortesia. S, uomo che regna nel
castello.  un'arte che ho appreso, e che posso mettere a vostra disposizione.
Mostratemelo. Ho creduto alle parole di un mio ufficiale, ma meglio creder a quello che
vedranno i miei occhi.
Per la terza volta l'uomo torn a inchinarsi in segno di assenso, poi apr la cassetta laccata e ne
estrasse un disco grigiastro. Ecco una moneta nella sua condizione primitiva. Alcuni grani di
piombo.
Allung il disco verso il duca. Cesare lo afferr e lo esamin con attenzione, soppesandolo sul
palmo della mano. Era piombo, indiscutibilmente. Port l'oggetto alle labbra, e lo sgradevole
sapore del metallo gli impregn tutto il cavo della bocca. Con una smorfia di disgusto rese il disco
all'orientale.
Turan estrasse ancora dalla cassetta un vaso di vetro e un tubo stretto e sottile, chiuso in alto
da quello che sembrava un sigillo di ceralacca. Depose il disco di piombo nel vaso, poi con estrema
attenzione rimosse il tappo di ceralacca dall'altro contenitore e vers nel vaso il liquido incolore
che vi era contenuto. Questo  l'elemento di proiezione.
Dopo un istante il liquido cominci a ribollire, emettendo un denso vapore dall'odore acre. Il
vaso parve riempirsi di una sostanza lattiginosa, che a poco a poco mut la sua apparenza,
tornando ad essere incolore. E sul fondo brillava qualcosa dall'inconfondibile colore.
D'istinto Cesare si protese verso il vaso, incurante dei vapori irritanti che ancora aleggiavano
intorno alla sua bocca. Adesso il liquido era tornato trasparente, a parte un sottile strato pi scuro
che andava depositandosi sul fondo.
Il disco appariva adesso perfettamente visibile. L'alchimista estrasse dalla cassetta un paio di
lunghe pinze e le tuff nel vaso, afferrandolo tra i becchi. Poi con un panno bianco ne asciug le
stille di liquido di proiezione che ancora lo bagnavano.
Ecco il risultato dell'opera, disse Turan, offrendo il disco al duca.
Cesare lo esamin attento. Un odore indefinibile aleggiava intorno al pezzo di metallo. Sottile,
elastico, dolce al tatto. Nonostante la ragione sapesse di non dover credere al miracolo, avrebbe
potuto giurare che si trattava realmente di oro purissimo.
Potete sottoporlo a tutte le prove che vorrete.  oro, aggiunse Turan, come intuendo i suoi
ultimi dubbi.
E quanto di questo... oro potrete fornire? chiese il duca.
L'alchimista si strinse nelle spalle. Dipende dalla quantit del liquido di proiezione di cui potr
disporre.
Ve ne far avere quanto ne vorrete. Dar ordine che tutte le botteghe di speziale, che tutti i
tintori dell'Urbe si mettano al lavoro. Baster che indichiate loro come preparare ci che vi serve,
e ne avrete in quantit. Un sorriso sfuggente comparve per un attimo sul volto di porcellana
dell'uomo, talmente rapido da essere appena percepibile. Ma subito torn alla precedente
impassibilit. Il liquido  il frutto di lunghe ricerche. Fu difficile impadronirsi del segreto, e
sarebbe difficile comunicarlo ad altri, privi delle cognizioni che io ho accumulato in decenni di
studio. Ma sotto la mia guida, una singola bottega potr operare in modo di potervi fornire
un'oncia al giorno di metallo aureo.
Turan continuava a fissarlo impassibile, sotto la sua maschera eburnea. Anche Miguel de
Corella sembrava in attesa di un suo ordine.
Lavorerete per me, disse Cesare. Alloggerete in una sala della torre di questa fortezza, che
verr messa a vostra disposizione per realizzarvi il laboratorio. I miei uomini avranno ordine di
procurarvi tutto quello di cui avrete bisogno, e baderanno alla vostra sicurezza.
La mia sicurezza, duca? chiese l'uomo, cercando lo sguardo del valenziano.
Sar necessario che nessuno sappia della vostra opera, e che nessuno possa interferire con
essa, replic secco Cesare.
L'uomo chin il capo, in segno di assenso. Ma subito torn a rialzarlo. Non mi avete chiesto del
mio compenso.
Giusto, disse il duca, dopo un attimo. Un uomo in grado di fabbricare l'oro, cosa potrebbe
mai desiderare dagli altri? Non vi aspettate del denaro, naturalmente.
Al chiudersi del mio ciclo nei grandi cerchi dell'esistenza non ne avr pi bisogno. Ma nel
tempo che mi resta da spendere in questo eone per vivere occorre il sostegno di una mano
liberale, come dicono sia la vostra. Ci vuole del tempo per fornirvi quello che chiedete, e le
sostanze per ottenerlo sono rare e costose.
Lo avrete, rispose Cesare, lanciando un'occhiata alla volta del valenziano.
Provvedi che quell'uomo non appaia pi in pubblico, ordin Cesare, dopo che Turan fu uscito.
Era intento a esaminare ancora il disco d'oro, e i resti del liquido misterioso restato sul fondo del
vaso. Che diavolo di un cialtrone! esclam ancora, facendo saltellare il disco sul palmo della
mano. Eppure vorrei averne una mezza dozzina nelle mie schiere, di sfacciati come lui! Prima ci
ha ingannato con dell'oro falso, e poi ha riprovato con dell'oro vero. E tutto per strappare una
ricca mercede, ottenuta la quale sarebbe subito divenuto un uccel di bosco.
Come ci riesce? chiese Miguel, allungando il collo incuriosito.
Il disco  effettivamente d'oro. Quel cialtrone lo ha ricoperto di una sottilissima patina di
piombo, poi vi ha versato sopra quel liquido, un acido potentissimo. Forse quel vetriolo verde di
cui parla Alberto Magno. Lo sentii nominare allo Studium pisano, come vedi quei giorni non
furono del tutto sprecati.
Se  cos, perch non volete che gli tiri il collo?
A suo tempo. Ma adesso invece voglio che tu sparga la voce tra i tuoi uomini di quello che 
accaduto. Voglio che si sussurri che davvero esiste qualcuno in grado di fornirmi oro a volont. E
perch nessuno possa smentirlo, fa' in modo che anche mastro Benno non se ne vada pi in giro
sulle sue gambe. Non mi fido delle sue assicurazioni.
Sar fatto, rispose il valenziano, senza nascondere la sua aria perplessa.
Capirai presto, mio buon Miguel. C' un'impresa che ci attende, e questa vicenda cade a
proposito. Re Luigi ha dato finalmente ordine al generale d'Aubigny di muovere contro il regno di
Napoli e quel maledetto Ferdinando d'Aragona. Ho gi offerto la mia spada e le lance della Chiesa.
Stiamo per muovere.


Capitolo 23.

24 luglio 1501,
nei pressi di Capua.
I rappresentanti della citt che venivano a trattare la resa erano stati fatti passare ad arte
attraverso il campo degli assedianti, in modo da essere intimoriti dalla potenza del nemico che
avevano davanti.
Un lungo percorso, prima di raggiungere il padiglione del comandante dell'esercito. Lungo il
quale avevano avuto modo di scorgere la marea di uomini pronti a dare l'ultimo assalto: migliaia
di lance francesi e spagnole, e poi altrettante migliaia di irregolari arruolati nella condotta lungo
la discesa verso il napoletano, e poi migliaia di mori scacciati da Granada e arruolati sotto i vessilli
del re di Castiglia, e poi bande organizzate di ladri e grassatori con il loro seguito di biscazzieri e
puttane.
I delegati avevano seguito il percorso con gli occhi bassi e le teste infossate tra le spalle, come
se temessero a ogni momento un colpo sulla nuca d'una delle tante picche e spade che guizzavano
nelle mani degli assedianti.
Solo il loro capo, Fabrizio Colonna, procedeva eretto e senza apparente timore, forte del suo
nome e della sua fama di condottiero.
Vi aspettavo, esord l'uomo assiso su uno scranno al centro del padiglione. Vi rendo
omaggio, nobile Colonna. Cesare Borgia accenn ad alzarsi appena dalla sua posizione e indic
un secondo sedile posto davanti a s.
Fabrizio Colonna si sedette a sua volta, mentre gli altri si allineavano in piedi alle sue spalle.
Sono qui per trattare la resa delle citt.
Questa decisione vi fa onore. N getta ombra sulla vostra gloria. Non v' senso a combattere
quando l'esito della giornata  gi deciso, mormor il duca, da sotto la maschera di velluto che
gli nascondeva il volto.
Cos ha voluto la sorte delle armi, replic Colonna. Grande  la sproporzione tra la vostra
truppa chiamata ad attaccare e quella ai miei ordini destinata a difendere.
Vedo che siete ben informato dello stato delle cose.
Eppure, Valentino, se fossi responsabile solo di me e dei miei uomini, non avrei esitato ad
affrontarvi in campo aperto, pur con tutta la vostra supremazia di truppa, disse inaspettato
Colonna.
Cesare parve accogliere con cortese indifferenza quella osservazione del suo nemico. Solo un
impercettibile scatto della mano, quasi un moto verso l'impugnatura della spada che gli cingeva il
fianco. Ma subito trattenuto, e coperto da un sorriso di circostanza. Sembrate molto sicuro di voi
e dei vostri.
Re Federico, per sua grazia, mi ha messo per a capo e a difesa di una citt intera. Abitata non
da guerrieri, ma da pacifici cittadini, e donne, e vecchi, e infanti. Sono certo che approver la mia
resa, che salva tante vite del suo regno.
Federico  uomo di nobili sentimenti, mormor Cesare. Benedetto da Dio con il dono di una
famiglia esemplare. Impreziosita dalla bellissima figlia Carlotta, vera gemma della sua corona.
Avete notizie della fanciulla?
Sposa felice in terra di Francia, or  un anno.
Cesare Borgia distolse lo sguardo. Un silenzio pesante scese di colpo nel padiglione.
Il tempo passava senza che nessuno riprendesse la parola. Gli inviati della citt si scambiavano
occhiate imbarazzate, incerti sul da farsi. Fabrizio Colonna continuava invece ad osservare
imperturbabile il duca Valentino. Finalmente Cesare risollev il capo, incontrando lo sguardo
fermo del condottiero. Poteva intuire quello che passava nella mente dell'altro: la sua profferta
d'amore alla principessa era ben nota in tutte le corti, come il rifiuto umiliante che ella vi aveva
opposto.
Proposi le nozze con sua figlia a re Federico, disse lentamente. Ma la mia richiesta non trov
accoglienza.
La donna, come le fortezze, a volte mostra una capacit di resistere del tutto inattesa. Non
dovete adombrarvi d'un rifiuto di donna, la loro natura  volubile come alito di vento.
La donna certo. Ma i padri dovrebbero essere pi accorti e misurati nel secondare il rifiuto, in
special modo se sovrani, replic pacato Cesare.
Spero che questa amara circostanza non incida sulla nostra trattativa, disse Colonna.
Naturalmente. Siamo uomini e gente d'arme. Noi non misuriamo il dare e l'avere con il metro
del sentimento, ma con la bilancia di ferro, lo rassicur Cesare. E poi, come potrei io essere
ingeneroso verso il buon re Federico, che le mie stesse mani hanno incoronato quando ero
cardinale?
Cosa proponete dunque?
Nulla pi che ripagarmi delle spese della condotta, e di che offrire un premio ragionevole ai
miei uomini.
Che si computa in quale somma?
Direi che quarantamila ducati d'oro porrebbero fine a ogni disputa.
Un mormorio indignato anim gli uomini allineati alle spalle, con pi di una debole protesta.
Quarantamila ducati d'oro? ripet Fabrizio Colonna. Tanto varrebbe bruciarla, se dovete
lasciare la citt talmente impoverita dal vostro passaggio. Scipione fu pi clemente con
Cartagine!
Credetemi, Colonna,  il minimo che possa accettare, per trattenere le mie milizie. Salverete le
case, le donne, le robe. La citt  popolosa, ricca di tesori. In breve ricostituir la sua grandezza.
Quattro anni or sono vi fui in visita pastorale, e me ne resi ben conto.
Da pastore sembrate mutato in lupo, reag Fabrizio Colonna, voltandosi verso gli altri
delegati, intenti a confabulare animatamente tra di loro. Dopo qualche istante uno di loro si stacc
dal gruppo e si accost al suo orecchio, mormorando qualcosa.
Quello che chiedete equivale a pi di quattrocento libbre d'oro. Come possono i cittadini
metterne insieme tanto in breve tempo? C' bisogno di liquidare possessi, attendere l'arrivo di
merci...
Avete tempo fino a domani a mezzod. I miei uomini scalpitano, deve essere distribuito il soldo
se volete evitare che mettano a sacco la citt, replic inflessibile Cesare.
I delegati tornarono a consultarsi, pi d'uno con le mani nei capelli. Voci concitate uscivano dal
gruppo, come se non vi fosse accordo e fosse in corso una disputa. Solo Fabrizio Colonna aveva
mantenuto la calma. Squadrava Cesare con uno sguardo severo, fissandolo negli occhi con
intensit, come se cercasse di penetrare oltre la barriera delle pupille per leggergli direttamente
nell'animo.
In quel mentre uno dei delegati era tornato ad accostarsi. Pagheremo il richiesto, dichiar
con voce tremante. Ma vogliamo garanzia che non vi saranno rivalse sul popolo e la citt.
Avete la mia parola. Appena versato il riscatto, i miei uomini riprenderanno la marcia verso
Napoli. Rester solo un presidio, per assicurare il rispetto della volont di re Luigi.
Come avverr il pagamento? chiese Fabrizio Colonna.
Domani a mezzogiorno un drappello dei miei uomini si appresser alla porta Tifatina, che
dovr essere aperta, come pure le altre, in segno di fiducia. Anche la guardia alle mura dovr
essere rimossa. Io stesso guider gli armati, e nella piazza dei Giudici raccoglier la vostra
offerta.
Fabrizio Colonna aveva ascoltato senza apparenti reazioni. Gli occhi dei delegati si volsero verso
di lui, in attesa del suo giudizio. Lentamente il condottiero tese la destra verso Cesare. Dicono
che siate un uomo pericoloso. Ma che abbiate senso dell'onore. Spero che abbiate ben chiaro il
peso di un giuramento verso il nemico vinto. Esso non  garantito dalla forza di chi lo riceve, ma
solo da quella di chi lo pronuncia. Spero che la vostra coscienza sia forte.
Cesare tese a sua volta la mano, limitandosi a un cenno di assenso.
Le ore successive trascorsero nella citt immersa in un'attivit frenetica. Tutte le vie, tutte le
piazze, le chiese, le case erano attraversate da uomini incaricati dal governatore di raccogliere la
cifra richiesta. Le corporazioni avevano ognuna una meta da raggiungere, in ragione dei membri
che ne facevano parte, e anche ogni parrocchia era stata chiamata a contribuire. Faticosamente il
piatto della grande stadera sistemata nel palazzo di Citt saliva verso l'equilibrio, a mano a mano
che nuove once d'oro venivano aggiunte.
Un continuo via vai durante tutta la notte, e poi alle prime luci dell'alba, e quindi mentre il sole
saliva alto verso il mezzo cielo. I suoi raggi stavano ormai arroventando i tetti e il selciato delle
vie, ma il peso non era stato ancora raggiunto.
Il piatto era quasi livellato con il contrappeso, ma mancava ancora un grado. In quella fece il
suo ingresso l'arcivescovo della citt, vestito dei suoi paramenti da cerimonia. Si avvicin alla
bilancia e poi con un gesto plateale si sfil dall'indice il grosso anello vescovile e lo depose sul
piatto. Oscillando questo sal ancora, tra le grida di giubilo e di liberazione dei presenti, mentre in
lontananza la squilla delle buccine e il rullare dei tamburi annunciavano l'ingresso del Valentino.
I rappresentanti della citt raccolsero le monete d'oro e gli oggetti preziosi in un ampio telo di
lino, poi afferratone ognuna delle quattro cocche i maggiorenti scesero lentamente le scale verso
l'uscita sulla piazza.
Intanto dall'altra parte dello slargo, dalla bocca della via che conduceva alla porta Tifatina,
giungeva sempre pi forte il suono marziale degli armati in avvicinamento.
Una nube di polvere, trasportata da una folata di vento arido, usc dalla strada, seguita da un
branco di cani randagi che si dispersero spaventati da chi premeva dietro di loro. E poi comparve
un uomo a cavallo, seguito da una compagnia di picchieri allineati in riga di quattro.
Cesare Borgia avanz fino al centro della piazza, prima di dare un tratto di redini, il volto
nascosto dietro la maschera di velluto nero. Con uno strappo alle redini fece inarcare il cavallo,
come se cercasse di esser visto anche negli angoli pi lontani, poi le zampe anteriori della bestia
ricaddero pesantemente al suolo.
Quasi fosse stato un segnale convenuto, a quello schiocco i tamburini che aprivano la colonna al
suo seguito presero a rullare con un ritmo frenetico, mentre allo stesso tempo dal palazzo
uscivano i maggiorenti con il loro prezioso carico.
Avanzarono in silenzio fino a pochi passi dal Valentino, sotto gli sguardi attoniti della
cittadinanza che assisteva, assiepata lungo il perimetro della piazza. Quindi distesero la tela
davanti al condottiero. Non pi trattenuta nella conca di lino, la massa dorata si allarg in terra
infiammata dalla vampa del sole a mezzogiorno.
Cesare chin appena la testa verso il bagliore, poi fece un cenno. Dalla colonna uscirono di
corsa un gruppo di uomini guidati da Miguel, che si affrettarono a raccogliere il tesoro e a tornare
nei ranghi da cui erano usciti.
Avete avuto quello che chiedevate, disse Fabrizio Colonna. Ora mi aspetto che teniate fede
all'accordo, e liberiate la citt dal gravame dell'assedio.
Cesare annu cerimoniosamente, portandosi la mano alla celata dell'elmo, ma senza accennare
a sollevare la maschera di velluto nero che gli nascondeva il volto.
Prima della vostra partenza, gradirei poter vedere in volto colui che pu vantare la gloria della
mia sconfitta, disse ancora Colonna, in tono severo.
Vorrei, ma purtroppo il male che mi travaglia trae forza dalla luce solare. Proteggermi dalla
sua vampa  il solo modo per lenirne i danni, rispose lentamente Cesare Borgia.
Colonna stava per replicare, quando la sua attenzione fu attratta da un'improvvisa agitazione
tra la folla, fino a quel momento silenziosa. Un uomo trafelato si era fatto strada attraverso la
gente ammassata e stava correndo verso di lui. Quando l'ebbe raggiunto gli si accost
all'orecchio, riferendo concitato qualcosa.
Il condottiero ascolt attento, mentre una smorfia di disappunto andava stampandosi sempre
pi marcata sul suo volto. Poi di scatto torn a rivolgersi al Borgia, alto sopra di lui.
Vostri uomini stanno entrando dalle altre porte della citt! Non era questo il patto!
Questa citt  talmente bella e ricca di richiami, che mi parve delitto privare i miei uomini del
piacere di osservarla pi da vicino, almeno per un giorno, rispose Cesare.
Non era questo il patto! grid ancora Fabrizio Colonna.
Imperturbabile Cesare Borgia sollev in alto lo scettro che fino a quel momento aveva tenuto
accostato al fianco, una bacchetta di metallo dorato. A quel gesto le prime righe della colonna di
archibugieri balzarono in avanti, circondandolo con un muro di lame. Poi gli altri si allargarono a
semicerchio, puntando verso i lati della piazza.
La folla prese a sbandarsi tra grida di terrore e pianti di donne, in un moto convulso in cui
ognuno cercava scampo rifugiandosi nelle poche porte aperte o correndo verso le vie che dalla
piazza conducevano verso i diversi quartieri di Capua.
Ma anche da quelle proveniva un vociare confuso di gente in movimento, su tutto un grido che
si ripeteva sempre pi forte: I mori!
Che avete fatto, maledetto! grid Colonna mentre arretrava verso il palazzo di Citt, incalzato
dai picchieri. Avete scatenato quei cani contro dei cristiani!
Assicuratevi che Colonna e i maggiorenti restino chiusi nel palazzo, disse Cesare, chinandosi
di sella verso Miguel, che lo aveva affiancato. Che a loro non sia torto un capello. Per il resto
conosci i miei ordini: che la truppa abbia tre giorni di sacco, e che questo pareggi il soldo della
condotta.
Ne saranno soddisfatti? Non prendono paga da mesi, e credo che si aspettino...
Conosco bene la citt, lo interruppe Cesare. Le case dei ricchi mercanti sono colme di
ricchezze, e il tesoro dell'Arcivescovato rivaleggia con quello di Roma. Saranno soddisfatti. Ma
bada che le cose pi preziose delle chiese non spariscano, quelle le voglio avviate a Roma quanto
prima. E che siano tre giorni e non oltre. Non voglio che il cattolico re Luigi abbia a ricevere
rimostranze, specie adesso che  alleato di mio padre.
Sar cos. Ma quanto alle donne, sar difficile tenerli a freno, soprattutto i mori...
Lasciateli fare, rispose il Valentino con un'alzata di spalle. Anche alle peggiori bestie si
lascia un momento di libert, prima che scendano nell'arena. Facciamo cos con i tori, in Spagna,
prima della corrida, perch muoiano pi contenti. E ne avranno di occasioni per morire i nostri
mori, prima che il disegno sia compiuto.
Intanto dalle altre porte della citt una fiumana di uomini armati stava dilagando per le vie.
Come un'onda di piena si accavallavano gli uni sugli altri, ansiosi di arrivare per tempo al bottino
che era stato annunciato dagli ufficiali. E gi le prime risse si stavano accendendo per la sete di
una casa, il possesso di una collana o di un anello, il furto di una coppa o un crocefisso di metallo
prezioso.
I difensori della citt, alcune migliaia di uomini disorientati dalla trattativa e privi di un
comando efficace, tentavano qua e l di organizzare una resistenza, ma venivano via via
sopraffatti dall'orda infuriata che li circondava da tutte le parti.
Alcuni palazzi di proprietari pi ricchi, quelli in grado di avere una piccola milizia privata,
resistevano con i difensori asserragliati dietro le mura. Dalle finestre piovevano colpi di
archibugio, ma gi si levava il fumo dei primi incendi accesi per costringerli uno dopo l'altro alla
resa.
Cesare Borgia aveva seguito l'inizio del sacco dalla sua posizione in piazza dei Mercanti. Ma
poi, assicuratosi che il riscatto pagato fosse ormai al sicuro nel suo accampamento, si era inoltrato
con la scorta in uno dei vicoli, procedendo cautamente verso i quartieri dove erano in corso i
combattimenti.
La strada che aveva imboccato mostrava netti i segni della razzia che era in corso. In alcuni
degli edifici le finestre erano ridotte a vuote occhiaie, da cui uscivano volute di fumo nero, sulle
porte di altri si intravedevano uomini carichi di bottino, o erano in corso scontri sanguinosi tra
abitanti e assalitori. Dappertutto cadaveri di uomini e donne giacevano in terra dove erano stati
aggrediti, o stretti tra di loro dove avevano tentato una qualche resistenza.
Rumori e grida di uno scontro pi violento giungevano dalla parte della cattedrale. Un gruppo
numeroso di cittadini aveva cercato scampo, sperando nella protezione della croce. Con loro
anche diversi membri delle milizie del comune, che con le armi cercavano di tenere a distanza gli
assalitori.
Intorno alla costruzione centinaia di nordafricani si assiepavano incalzandosi l'un l'altro,
premendo picche e arieti di fortuna contro il portale della chiesa, e sui lati erigendo piramidi
umane per poter raggiungere il livello delle finestre sulla muraglia.
Non v'era traccia delle altre milizie mercenarie, che intanto stavano depredando il resto della
citt. Forse per rispetto della religione, o pi probabilmente per il superstizioso terrore di
incorrere in un sacrilegio che poi avrebbe attirato la mala sorte, nessuno delle milizie francesi o
spagnole si era aggregato all'impresa.
Ma poich il portale, costruito in solida quercia, pareva resistere, qualcuno dei saraceni aveva
tratto da una delle stalle cittadine alcune coppie di buoi e le aveva spinte con urla e colpi di frusta
fino alla piazza.
L con i cordami rapinati da una bottega avevano costruito un traino improvvisato. Attorte le
corde agli angoli del portale, decine di uomini si accanivano sulle bestie, percuotendole a sangue
perch queste lo strappassero via.
Gli animali sbuffando e contorcendosi sotto i colpi tiravano senza coordinamento e in direzioni
diverse, tanto che il portale scricchiolava ma resisteva al suo posto. Dentro, i rifugiati ascoltavano
con terrore le grida in una lingua incomprensibile e i muggiti delle bestie, un coro demoniaco che
lasciava intendere come l'inferno stesso si fosse spalancato sul sagrato della cattedrale.
Un picchiere trafelato e coperto di polvere si avvicin al condottiero, che continuava ad avanzare
per la via devastata. Era un sergente di una piccola compagnia toscana, che si era unita alla
spedizione sul confine del regno di Napoli.
L'uomo accenn a un inchino, poi prese fiato. Sembrava imbarazzato, incerto su come
esprimersi. Duca, dovete intervenire! disse finalmente d'un fiato. Alla cattedrale, i mori si
apprestano a una strage. Non potete permettere che sangue cristiano sia fatto scorrere per il
trionfo di quei cani!
Cesare Borgia volse lo sguardo nella direzione che l'altro gli indicava. La cattedrale era celata
alla vista dalle costruzioni della via. Solo il campanile si scorgeva contro lo sfondo del cielo e le
nuvole di fumo degli incendi sempre pi numerosi, ma il clamore e le grida che giungevano da
quella parte sembravano confermare l'allarme. Cosa vuoi che faccia? Non posso impedire ai miei
uomini di ottenere la giusta ricompensa alla loro fedelt e ai loro sforzi.
I vostri uomini? replic indignato il sergente. Non sono uomini vostri n nostri, ma bestie
scappate dall'inferno! Il re di Spagna non li ha voluti come sudditi e nemmeno come servi, e li ha
spediti a bruciare il mondo cristiano. Dovete fermarli!
Credo che sia tardi, replic il duca, stringendosi nelle spalle. Ma se  vero quello che dici, a
cose fatte cadr qualche testa e giustizia sar fatta. Non ho certo ordinato alcuna violenza verso le
popolazioni.
Ma state lasciando che avvenga! reag esasperato l'uomo, di fronte alla palese indifferenza
del Borgia.
Ti ho detto che  troppo tardi per fermarli, ripet freddamente Cesare, dando di sprone e
superando l'uomo esterrefatto. Questi prov a trattenere il cavallo aggrappandosi ai finimenti, ma
un calcio di Cesare lo fece desistere.
Firenze sar avvertita di questa vostra infamia! sent risuonargli dietro.
Cesare si volse con aria blanda verso l'uomo che tendeva il pugno verso di lui. Firenze e
Toscana tutta avr presto occasione di dirmi cosa si pensa di me.
Miguel, che lo aveva seguito fin l, spicc qualche passo di corsa per tornare a fianco del
destriero. Duca, forse  imprudente sfidare la forza di Firenze, sussurr, volgendo anche lui lo
sguardo all'uomo restato indietro a braccio levato.  citt cristiana, di maledetti mercanti ma
sempre servi del piviale. Una strage di cristiani desterebbe scandalo e ignominia, se associata al
vostro nome. E poi l'alleanza con essa non  nelle mire del padre vostro?
In quelle del vecchio bastardo, ma non nelle mie. Fissata la capitale del regno mio in Bologna,
da l discender verso l'Arno, a mostrare a quei gaglioffi cosa significa avere di nuovo un Cesare
in Italia! Non li temo di certo, specialmente ora che il Medici  scomparso e hanno proclamato la
repubblica. Lorenzo era l'unico con un'oncia di cervello tra tutti loro, ora sono guidati da una
schiera di bottegai incanagliti. Pensa che mi hanno inviato uno scribacchino come ambasciatore,
quel Niccol, un altro cacasenno.
S, duca, ma...
E poi chi riporter a Firenze l'accaduto? Vedi forse qualcuno qui intorno, che possa farlo?
Qualcuno che non sia gi morto, in qualche scontro con i napoletani? disse ancora Cesare, in
tono allusivo.
Capisco... sar fatto, assent Miguel, accennando col capo nella direzione in cui si era
allontanato il sergente. Comandate altro?
S. Ordina alla nostra compagnia di raggiungere il retro della cattedrale, e di schierarsi l, in
attesa di nuovi ordini.
Sotto il tiro disperato dei buoi frustati a sangue, il portale emise uno scricchiolio lugubre, poi con
uno schianto cedette definitivamente con le due grandi ante che scivolarono lungo la scalinata fino
ad arrestarsi nel mezzo della piazza.
All'interno i rifugiati avevano avuto il tempo di bloccare in qualche modo l'accesso con le
panche e gli altri arredi della chiesa, e rintuzzavano con coraggio eroico i primi che da fuori
cercavano di penetrare dentro sormontando gli ostacoli.
Ma il cedimento del portale aveva spinto su per la scalinata una massa scomposta di uomini,
incitati dalla speranza di poter mettere le mani sul tesoro della cattedrale, di cui si favoleggiava
da tempo tra le tende degli assedianti.
Con la forza della disperazione, gli assediati avevano trascinato verso l'entrata anche la pesante
lastra di marmo che sormontava l'altare, ma anche quella non aveva offerto a lungo un riparo
dalla furia degli assalitori. Prima scheggiata dalle salve degli archibugi e poi attaccata a colpi di
mazza, si era spaccata in due parti e ora i frammenti stavano scivolando a terra aprendo un varco
all'assalto.
I superstiti delle forze del comune si erano allineati per un'ultima difesa dietro la barricata
improvvisata con le panche. Molti di loro avevano raccolto l le loro famiglie, e dietro di loro donne
e bambini terrorizzati piangevano torcendosi le braccia per la disperazione. Gli uomini
mostravano una certa dimestichezza con le armi: senza che nessuno li guidasse per la scomparsa
della linea di comando, potevano confidare solo sull'esperienza individuale che ognuno di loro
aveva accumulato in anni di milizia.
Avevano organizzato due linee, la prima con gli archibugi gi innestati nelle forcelle di sostegno
e la seconda pronta con le micce accese. Dietro ancora di loro erano state ammucchiate le poche
munizioni che erano state recuperate dalle caserme prima dell'invasione, e a qualcuna delle donne
meno preda del panico era stato affidato il compito di provvedere alla ricarica delle armi.
In quella la barricata cedette con uno schianto, e nel varco del portale apparvero una dozzina di
mori armati delle loro tipiche lame ricurve.
Una salva di fucileria li abbatt al suolo, ma subito i vuoti furono riempiti da altri assalitori, che
ripresero a farsi avanti come forsennati. Gli archibugi della seconda fila crepitarono a loro volta,
riempiendo la navata di un'acre nuvola di fumo biancastro, mentre gli uomini inginocchiati
cercavano disperatamente di ricaricare le armi aiutati dalle donne che passavano loro i cartocci
con la polvere. Il resto degli uomini validi, fino ai ragazzi appena in grado di reggere un'arma, si
ammassavano sui lati, con in pugno ogni oggetto di fortuna che avessero potuto trovare.
Candelabri, crocefissi e aste di gonfaloni, perfino gli ex voto di legno o metallo erano stati
strappati dalla muraglia per servire alla difesa.
Al di l della nube si vedevano le ombre confuse degli assalitori. Poi, come se un velo si
lacerasse di colpo, dalla nube spuntarono decine di corpi che si accalcavano gli uni sugli altri
come la spuma di una marea nel tentativo di farsi avanti. Una nuova scarica di fucileria li accolse,
ad opera di quanti avevano fatto in tempo a ricaricare l'arma.
I colpi avevano aperto nuovamente dei vuoti, ma quella volta l'assalto era incontenibile.
Rendendosi conto che non vi sarebbe stato il tempo per una seconda scarica, gli archibugieri
avevano impugnato le loro armi per la canna e le mulinavano come clave contro gli assalitori,
cercando di rintuzzare i colpi delle scimitarre.
Anche i ragazzi e le donne combattevano con tutte le loro forze, ma venivano sopraffatti uno
dopo l'altro, tra il pianto dei bambini e i gemiti di feriti e moribondi. Come una marea
inarrestabile, l'orda degli assalitori dilagava per tutta la navata, inseguendo i sopravvissuti fin
negli angoli o nei ripari improvvisati dei confessionali.
E poi di colpo un silenzio irreale cadde sotto l'alta volta. Con le armi ancora grondanti sangue, i
saraceni avevano preso ad aggirarsi intorno come attoniti, in cerca di un nemico che non esisteva
pi. Improvvisamente la furia cieca che aveva imperversato fino a pochi attimi prima sembrava
spenta, come se i cani dell'inferno fossero precipitati di nuovo nelle loro spelonche. Gli uomini
apparivano stanchi, incerti sul da farsi, come delusi di una vittoria che sembrava non aver pi
significato.
Ma in quella un grido richiam l'attenzione. Decine e decine di teste si risollevarono di colpo,
improvvisamente tese come per una nuova battaglia. Uno degli uomini aveva scoperto la porta
laterale, seminascosta da un tendaggio, che introduceva alla sacrestia e agli altri ambienti interni.
Subito anche quelli che avevano cominciato a strappare collane e diademi dai cadaveri e dalle
statue interruppero la loro azione per gettarsi dietro ai primi che erano spariti al di l, in cerca del
favoloso tesoro che si diceva fosse custodito nella cattedrale.
Solo un paio di sacerdoti terrorizzati restavano a sbarrare loro il cammino, subito abbattuti
senza piet. L'orda percorse un breve corridoio fino a una nuova porta sbarrata. Anche questa
attaccata con furia subito cedette.
Gli assalitori si gettarono oltre la soglia, per arrestarsi subito sbalorditi di fronte alla selva di
picche che si ergeva davanti a sbarrare l'avanzata. Un muro d'acciaio, in grado di resistere anche
a una carica di cavalleria pesante, e del tutto invalicabile da uomini armati alla leggera come
quelli che lo fronteggiavano.
D loro nella tua lingua che non v' nulla da rapinare qui, e che siano contenti di ci che
troveranno nelle abitazioni. Il tesoro  un possesso della Santa Chiesa e non pu essere toccato,
disse Cesare Borgia, in piedi in mezzo alla compagnia di picchieri. Accanto a lui un uomo dal volto
scuro e dall'inconfondibile abbigliamento dei mercenari saraceni giunti dalla Spagna chin il capo
in segno d'assenso, per subito pronunciare ad alta voce alcune frasi in arabo.
Dalla folla dei saraceni si levarono subito una salva di esclamazioni, incomprensibili ma dal
chiaro significato. Rabbia e delusione, insoddisfazione e rivolta, questo si intuiva come risposta.
D loro ancora che se non ubbidiranno i loro capi saranno passati per le armi, e i rimanenti
consegnati come schiavi al re di Napoli, perch ne tragga vendetta per le devastazioni che hanno
inferto a una citt cristiana innocente.
Il moro tradusse, e di nuovo dalla massa si sollevarono proteste e invettive. Ma questa volta il
loro tenore sembrava molto meno vivo. Il terrore di una fine terribile si stava facendo strada in
quelle menti ancora ottenebrate dal sangue, a fronte della possibilit di continuare invece il
saccheggio da un'altra parte. N ravvedevano la possibilit di aver ragione di quell'ordinato
reparto che si opponeva loro, un intero Tercio spagnolo con la sua terribile fama di invincibilit.
A poco a poco l'indecisione aveva preso a serpeggiare tra di loro, alimentandosi degli sguardi
incerti e dei mormorii che correvano dall'uno all'altro. Poi a poco a poco la prima fila cominci a
voltarsi verso l'uscita, mentre anche quelli dietro di loro prendevano a rinculare verso la navata
coperta di cadaveri.
Cesare Borgia aveva seguito le loro mosse con il suo solito atteggiamento imperturbabile. Ma,
quando fu certo che i suoi ordini sarebbero stati eseguiti, non riusc a trattenere un sospiro di
sollievo.
Tutto  stato fatto come richiesto, disse Miguel, comparso silenziosamente al suo fianco.
Che ne devo fare?
Fa' che la cassa giunga a Roma, al mio palazzo. E non perderla di vista un solo istante, tu e
soltanto tu. Nessuno sappia nulla della sua fine. Tieni per te qualche gemma.
Miguel chin il capo in segno di ringraziamento.
Ma non essere avido e non esagerare. Il resto mi servir per rafforzare le artiglierie. Quando
avr realizzato il mio disegno, avrai cento volte quello cui rinunci ora. Ma  essenziale che
nessuno sappia quello che  accaduto. Il tesoro della chiesa di Capua  scomparso nei torbidi che
hanno seguito la caduta della citt. Un tragico evento.
Molto tragico, duca. Il valenziano si immobilizz, poi si batt la mano sulla fronte come se
fosse stato colto da un'idea improvvisa. Poi, quando procederete ai nuovi arruolamenti e
all'acquisto dei nuovi cannoni, si penser che sia fatto con l'oro magico dell'orientale, come mi
avete fatto dire in giro! esclam con una luce maliziosa negli occhi.
Ti avevo detto che quell'uomo ci sarebbe servito, da morto pi che da vivo.


Capitolo 24.

Un anno dopo,
nella rocca di Imola, giugno 1502.
Avete chiesto di parlarmi. Ebbene, eccomi.
L'ambasciatore della Repubblica fiorentina si era arrestato sulla porta dopo essere stato
annunciato. Aveva avuto appena il tempo di cogliere un'ombra furtiva che spariva attraverso
un'uscita secondaria, ma subito la sua attenzione era tornata sull'uomo che aveva davanti, un
uomo il cui nome si stava spargendo per la penisola insieme con i successi delle sue armate,
sempre pi forte, sempre pi ammirato.
E sempre pi pericoloso. Invisibile sotto la maschera di velluto nera che gli nascondeva gran
parte del volto, lasciando spazio solo agli occhi accesi e scendendo poi in due bande ai lati della
bocca, per coprire le guance.
Allora, messer Niccol, che nuove mi portate? Dovete essere latore di qualcosa di importante,
per esser giunto qui dall'altra spalla dell'Appennino.
Machiavelli annu, schiarendosi la voce. Di fronte alla forte complessione del Borgia, il suo
aspetto minuto lo poneva in condizioni di inferiorit. Non riusciva a liberarsi da questa fastidiosa
sensazione, nonostante sulle sue spalle non ampie gravasse tutta l'autorit di una delle pi forti
citt della penisola, come su quelle di Cesare riposavano gli spallacci d'acciaio di una corazza da
battaglia. Vedo che la Vostra Signoria indossa gli strumenti della guerra, rispose il fiorentino,
evitando di entrare subito in argomento. C' una nuova impresa che attende?
Chiedete dei miei piani? Se la mia veste li conoscesse, la brucerei!
Un sorriso lampeggi per un attimo sul volto di Machiavelli. Capisco. Eppure essi non
sembrano a un occhio attento troppo segreti. Anzi, oserei dire che lampeggino al sole come uno
specchio di Venezia.
E quali credete dunque che siano?
Farvi signore d'Italia tutta.
Cesare Borgia non reag. La maschera rendeva impossibile decifrare il suo stato d'animo. Ma
all'occhio attento del fiorentino non era sfuggito il leggero fremito che per un attimo aveva scosso
la mano destra, appoggiata negligentemente sul pomo della spada.
E credo che lo meritereste.
Cesare Borgia di nuovo non parve reagire. Strana condiscendenza, la vostra, disse infine
lentamente, per provenire dal delegato di una repubblica cos gelosa della propria
indipendenza.
Tutto muta sulla terra, duca. Regni sorgono e tracollano, fastosi monumenti si scagliano
orgogliosi contro il cielo e, nel volgere di brevi anni, si voltano in ruderi, uomini grandi nascono e
in un pugno d'ore son polvere di cui  perso anche il ricordo. Ma seppure tutto ci che  umano
sia destinato alla distruzione, pure v' una direzione nel procedere delle cose. Come un fiume
tumultuoso, la Fortuna che tutto regge avanza invincibile, ma sempre costretta negli argini che
Necessit le impone. Argini che l'uomo avveduto sa riconoscere e rispettare, e al cui riparo pu
imporre la sua volont.
E quali argini vedete imporre da Necessit nel tempo nostro? replic cauto Cesare.
L'antico ordine si  frantumato in regni, e in tutta Europa libere citt e contee, repubbliche e
signorie a una a una scivolano sotto la corona di un re. Questa  la Necessit del tempo nostro.
Che tutte le piccole potenze d'Italia si assoggettino ad un'unica spada, ora che la grande ombra
protettrice dell'Impero non giunge pi a lambire i nostri confini.
Anche in Italia... una sola signoria?
E un unico signore, concluse pacato Machiavelli.
Se queste vostre opinioni si risapessero fuori di queste mura, certo verrebbero accolte a mia
lode. Ma per voi in patria significherebbero il capestro, replic Cesare, in tono che avrebbe
voluto essere ironico. Ma che svelava invece l'attenzione con cui stava seguendo il discorso
dell'altro.
Confido nella saggezza di Vostra Signoria, perch esse non escano di qui. Ma solo per un poco,
perch presto saranno stese su carta, a esortazione a liberare l'Italia nostra dai barbari che la
travagliano.
Barbari? In Roma sono in molti a considerare anche me un barbaro, per la mia origine, scatt
Cesare, tornato di colpo sospettoso.
Italia  fatta da molti popoli, ma una lingua ci lega tutti, l'angelico dialetto che qui risuona. E
finch questo  la vostra lingua, voi non siete pi barbaro o straniero di un qualsiasi discendente
di Cesare stesso. Non  questo che dovete temere.
E cosa allora?
Le vostre armate.
I miei uomini? Sono quelli su cui ho costruito le mie fortune. Che cosa dovrei temere?
Spagnoli, francesi, turcomanni, gente del papa e popoli raccolti durante l'avanzata. Tenuti
insieme chi dagli ordini dei loro re, chi dall'odio per il vicino, chi dal soldo che offrite. Guidati per
branchi da condottieri che oggi vi incensano e domani vi tradiranno per un quattrino, avidi di
regalie e di possessi come sono. Non  questo l'esercito di cui avete bisogno, se volete realizzare il
vostro grande disegno.
E di quale allora?
Gente vostra, milizie italiche legate dall'amore per la propria terra, addestrate all'arte del
combattimento secondo le pi eccellenti regole della guerra, tratte dall'insegnamento dei grandi
condottieri dell'antichit. Voi sarete alla testa delle schiere, ma dietro di voi le ombre di Cesare e
di Annibale, di Alessandro e Scipione e Pirro e Dionigi siracusano inciterebbero alla battaglia!
Voi mi immaginate alla testa di un'armata di morti! replic il duca in tono sarcastico. Non
credo che abbiate alcuna esperienza del campo, e quel che sapete lo avete certo tratto dai libri.
Ma la carta  ingannatrice, la guerra si impara nel sangue: e quel che ho imparato mi dice che non
v' regola n esempio di altri che possa valere quando si viene allo scontro. A poco serve la
lezione di Cesare o Scipione, quando si tratta di scaramucciare con chi ti fa segno a tiri di
cannone.
Certo avete ragione nel ritenere l'esperienza madre del conoscere. Ma sapere cosa  gi
accaduto ne  di sicuro il padre. E alla luce di questo vi ripeto che dovete fondare la vostra forza
su milizie vostre, se volete trionfare. Porvi nelle mani di uomini che rispondono a voi per il denaro,
ma ad altri per la coscienza, vi espone a un continuo pericolo. Perch l'uomo  difettivo, e la
misura del denaro per cui si vende  sempre relativa: basta aumentarla di un'oncia, e la sua
fedelt passa dall'oggi al domani al miglior pagatore. Avete avuto l'esperienza di Forl, concluse
dopo una breve pausa il fiorentino, in tono allusivo.
Cesare serr i pugni. Come sapeva quell'uomo del fatto? Dopo la resa della citt, aveva fatto
circolare la notizia tra i suoi uomini che ci sarebbe stata una pausa per aspettare l'arrivo di altre
truppe e nuovi cannoni, prima di proseguire nell'impresa.
Ma in realt l'arresto era dovuto al rifiuto da parte del contingente francese di proseguire nel
combattimento. Un rifiuto motivato da una serie di scuse avanzate dagli ufficiali, ma che lui
sapeva bene essere stato imposto da re Luigi in persona. La Francia non voleva rivali nell'acquisto
del ricco regno di Napoli, nelle mire da tempo di re Luigi, n mai avrebbe consentito il sorgere a
meridione dei suoi confini di un regno autonomo e forte.
Siete un pari di Francia, incalz il fiorentino con una sottile perfidia. Ma questo non vi
servir a nulla, finch le truppe che vi sostengono obbediranno al giglio e non al toro.
Questa terra non fornisce armati a sufficienza, replic Cesare, scuotendo il capo amaramente.
Sembra che l'Italia abbia perso la memoria della grandezza dei suoi avi. Un popolo di guerrieri,
che sottomise il mondo, ridotto a una turba servile, pronta a vendersi al primo offerente per un
piatto di zuppa! Che farei senza la truppa offerta da Francia e Spagna?
Non  vero, duca! Pensate a uomini come lo Sforza, Castruccio, Fortebraccio, Ettore
Fieramosca e tanti altri che hanno costruito i loro possessi col ferro e col fuoco! E al pi grande di
tutti, Sigismondo Malatesta, che solo il destino avverso ha privato della corona d'Italia! Uomini
come loro nascono ancora su questa terra, degni dei padri romani: chiamateli a voi!
Cesare aveva ascoltato a capo chino, le labbra serrate in una smorfia dubbiosa. Non  pi quel
tempo, si limit a mormorare.
 questo il tempo, duca! Quando le tenebre sono pi scure, e il cammino meno visibile!
Quando gli ebrei furono schiavi sorse tra loro Mos, e nel tempo della disfatta delle greche citt
nacque Teseo a liberarle dal giogo del Minotauro! Siate voi quel Mos e quel Teseo!
Cesare non rispose. Si avvicin al tavolo e afferr la caraffa del vino, riempiendone una coppa.
Poi lentamente la port alle labbra, vuotandola a piccoli sorsi come se cercasse di prendere tempo
per riflettere su quanto aveva udito. E se fosse, messer Niccol, disse finalmente, asciugandosi
con il dorso della mano. E se fosse, perch gli altri signori e gli altri Stati non tentano la via che
voi indicate? Non fu il Moro a chiamare re Carlo in Italia? Perch la Serenissima non chiama alla
rivolta le altre terre del Meridione, per creare quel regno che voi dite mi attende?
Perch occorre una guida salda, che impugni il gonfalone, un uomo...
Perch non Firenze, citt ricca e popolosa? lo interruppe Cesare, tornando a riempire la
coppa.
Firenze  gi dalla vostra parte, duca, replic Machiavelli.
Dalla mia parte? Sembra il contrario, a giudicare dall'ostinazione con cui avete finora
avversato ogni mia impresa!
Dalla vostra nella sostanza, non nella forma esterna, visibile a tutti gli occhi. Ma in quella
profonda che sostiene l'azione. A cominciare dal condividere certi saperi di grande importanza.
Cesare allontan la coppa da s. Di quali saperi parlate?
A Magione, i vostri condottieri si sono riuniti. Hanno deciso di rivoltarsi contro di voi, e
sconfitto consegnarvi in catene ai vostri nemici.
Cesare torn a chinare il capo verso terra. Poi dopo un lungo attimo si accost alla finestra che
dava sulla campagna, fissando il lontano orizzonte.
Machiavelli ebbe la sensazione che stesse cercando con gli occhi gli uomini di cui aveva appena
sentito.
Rivelarvi questo  prova della benevolenza di Firenze.
Benevolenza? Non m' mai parso di coglierla, nelle vostre deliberazioni. Avete negato il diritto
di transito alle mie truppe, ostacolando non poco la presa di Piombino. Sono portato a credere che
la vostra repubblica abbia molto insistito, messer Niccol, perch io vi accogliessi nel mio campo
solo per un occulto interesse a studiare le mie mosse.
Non vi nascondo, duca, che la vostra ascesa nella Marca e nelle Romagne ha suscitato
l'interesse del mio governo. Sempre attento sin dai luminosi giorni del grande Cosimo de' Medici a
quanto avviene di singolare intorno ai suoi confini.
Trovate dunque singolare la mia opera? O la mia persona? replic freddo Cesare. Addit il
pavimento, dove la luce solare che fluiva dalla finestra stampava a terra la sua ombra. Eppure
non mi sembra di scorgere nulla di difforme o di men che regolare nel mio profilo. Credete di
avere davanti a voi un mostro, o altra singolarit della Natura?
Non  questo il motivo. Anzi, in Firenze si pensa molto a voi, e perfino  in discorso una
proposta d'alleanza, a certe condizioni.
Davvero? La fama di voi fiorentini non  molto salda, quanto a patti e credenza. Siete ben pi
famosi per la qualit dei vostri verseggiatori. Mi chiedo se qualcuno d'essi non sia disponibile per
celebrarmi in versi, come gi fece Poliziano per il bel Giuliano della giostra.
Non saprei, duca. Niente in proposito mi  ancor giunto all'orecchio.
Ebbene, messer Niccol, non v' forse in tutta la vostra citt un solo poeta da assumere,
perch celebri le mie imprese?
Intendete un poeta che stenda in versi la vostra storia, e la celebri come fece il grande Virgilio
per Enea pio, o Omero per l'astuto Ulisse?
Non uno scribacchino, n un imbrattacarte, ma un poeta di vaglia.
In Firenze non v' penuria di rimatori, rispose cauto Machiavelli. Perfino i nostri signori,
come il Medici, si sono cimentati nell'arte, e con lodevoli risultati.
E allora perch la Repubblica non ha inviato uno di loro, al vostro posto, messer Niccol?
Credete che il Valentino non meriti lo stesso omaggio che fu offerto a Orlando e gli altri paladini di
Francia? Non sono anch'io un pari di quel re, per via dei miei sponsali?
Credo che alla vostra celebrazione si addica meglio un altro genere di scritto, rispose
diplomaticamente il fiorentino, cercando di nascondere l'irritazione. Le imprese vostre son
diverse da quelle di un Orlando o di un Sacripante. Esse son meglio adatte a un ragionare
illuminato dalla logica e dall'esperienza, piuttosto che non a delle rime per quanto ben elaborate.
Voi, duca, abbisognate piuttosto di un Plutarco che di un Virgilio.
Forse avete ragione, messer ambasciatore. Ma questa mancanza pesa sul mio animo come un
macigno. A parte una pittura, non c' ancora una statua o una canzone che mi celebri, se non
quelle intonate dalla mia truppa quando va all'assalto.
Credo sia colpa della velocit della vostra cavalcata per le terre d'Italia, che non ha dato
tempo alla mano degli artisti di fermare la vostra immagine. Ma forse c' chi pu porvi rimedio,
replic Machiavelli.
A chi state pensando? Mi dicono di un giovane di valore, messer Ludovico Ariosto, gran cultore
di lingua e del Petrarca. Potrebbe essere lui?
Machiavelli scosse la testa. Duca, la vostra spada cavalca nella storia, non nel regno delle
parole. La vostra opera non ha bisogno della penna fantastica di un poeta, che la illumini e la
tempesti di ardite figure, perch paia maggiore di quel che sia. Ma piuttosto della ragionata
analisi dello studioso di fatti veri, che ne sappia sviscerare i segreti del regnare a insegnamento di
tutti coloro che si metteranno sulla vostra scia. Qualcuno che sappia di arte della guerra per fatti,
non solo nei sogni.
Non voglio un'opera di scienza militare, replic cupo Cesare. La scienza invecchia e decade
con la velocit del giorno. Solo pochi anni prima della mia nascita, le giornate si risolvevano a
forza di braccia e urto di cavalli, e oggi sono i colpi di archibugio che decidono del vincere o
perire. E tra pochi anni ancora nuove diavolerie volteranno di nuovo le carte in tavola, forse
addirittura quegli artifici volanti di cui favoleggia il vostro concittadino Leonardo. E allora che
varr la mia scienza delle armi, se non a impolverarsi in qualche scaffale? No, io voglio per me la
voce di tuono di un poeta!
E allora date materia a quella voce di tuono che invocate! scatt con entusiasmo inaspettato
il fiorentino. Raccogliete col vostro braccio la missione che il destino vi propone, raccogliete
l'esortazione del grande Petrarca e liberate finalmente la nostra Italia dai barbari! Solo cos avrete
diritto all'attenzione delle Muse e all'eternit del vostro nome, pi ancora che se non fosse
fermato su una tela o fuso nel bronzo! Quando esso trascorrer non da una pagina all'altra di un
codice, ma da una bocca all'altra di infinite teorie di posteri, allora avrete nel Pantheon il posto cui
ambite!
Cesare Borgia distolse lo sguardo, volgendolo verso la grande carta della penisola appesa alla
parete. Quella  la terra che mi invitate a conquistare, una terra di assassini e di santi. E secondo
la vostra scienza, la saggezza fiorentina, avr miglior gioco a sottometterla la mano di un santo o
quella di un assassino?
Io credo, duca, rispose Machiavelli dopo una breve esitazione, che n un santo n un
assassino necessiti, ma piuttosto un profeta armato. Perch questo la storia ci insegna, che a
muovere gli animi degli uomini occorra la parola ispirata da grandi sogni, ma poi a sostenerla
necessiti la spada. Senza la quale il sogno non prende corpo, e giunta l'alba svanisce. Lungo il
cammino vi si parranno davanti infinite ambasce, come quella che in queste ore vi stringe.
Dovrete superarle, non l'uno soltanto n solamente l'altro, ma come il centauro delle greche
favole dovrete riassumere in voi una doppia natura. Questo vi si chiede, di essere volpe e leone,
astuto a prevenire le trappole e feroce nel vendicarvi di chi le ha poste.
Questo  il vostro pensiero, messer Niccol? disse Cesare, accarezzandosi pensoso il mento.
Questo. Ma se ci restringessimo a santi ed assassini, allora io direi che occorra di entrambi,
perch questa  la natura dei popoli: ammirare gli eletti, ma temere gli oscuri. Perch il luminoso
esempio dei santi innalza dalle miserie della terra, ma il pugnale dell'assassino regola meglio i
conti su quella terra stessa.
Chiedete molto, messer Niccol. Ma se io partecipassi di una sola delle due nature? Forse non
avrete occasione di vedere all'opera un santo, nei giorni che seguiranno.
Il volto del fiorentino si illumin di un sorriso sottile. Nell'immediato avreste comunque
successo, a poco servono santi e sermoni nei fatti d'arme sul campo, questo dice la mia scienza
che voi dite solo libresca. Ma  appunto dai libri che apprendiamo gli eventi che ci hanno
preceduto, e quelli che seguiranno. Gi nella sera della battaglia vinta, incatenati i mastini della
guerra, vi troverete circondato da quelli della pace, non meno famelici dei primi. E allora dovrete
dar prova di tutta la vostra abilit per farvi amare, dopo quella spesa per farvi temere.
Cesare apr la bocca per replicare qualcosa, ma poi si trattenne, come se fosse stato colpito da
un pensiero improvviso. Avete detto che nei libri si trova ci che  accaduto, e anche quello che
seguir, disse dopo un breve attimo. Pensavo che il futuro fosse regno esclusivo di maghi e
veggenti, uomini e donne favoriti da Dio con un dono raro. E voi mi dite che esso giace invece
squadernato sulle pergamene degli scribacchini? Averlo saputo, negli anni spesi invano nello
Studium di Pisa! concluse ironico.
Nel gran libro della storia si trova il prima e il dopo, perch le sue pagine coincidono con
quelle dell'umana natura, che non muta col mutar dei tempi. Ogni vicenda ritorna, seppure
interpretata da nuovi attori con altre maschere e costumi. Ma quello che  accaduto accadr di
nuovo, ineluttabilmente. Un altro combatter la vostra battaglia, vivr le difficolt che in questo
momento vi affliggono, e verr innalzato al trionfo o sar sconfitto nello stesso modo in cui lo
sarete oggi voi, e questo per sempre nei secoli.
Un altro... e perch non io stesso?
Che volete dire? chiese sorpreso il fiorentino.
Ebbene, in quelle storie antiche che voi dite cos utili, proprio nello Studium, tra tante noiose
nozioni di diritto canonico e secolare, ricordo uno dei professori parlarci di apocatastasi, e di
come per gli antichi i tempi ricominciassero da capo al termine di ogni grande anno cosmico. E
che tutto si ripetesse nel nuovo ciclo identico a quello trascorso. E dunque perch non credere che
verr un tempo in cui ancora ci troveremo in questa sala, e ripeteremo le nostre stesse parole, e io
mi preparer alla battaglia? Preferisco questo, piuttosto che credere a un altro in grado di
ripetere le mie imprese. S, io ritorner, pi grande di quanto non sia ora.
Machiavelli tacque, intento a dare un senso a quelle ultime parole. Si chiedeva se il duca
credesse davvero a quella possibilit. E se quello fosse il segno di una grande forza interiore, o
solo della follia scatenata dal male che lo divorava sotto la maschera. Eppure di una cosa era
certo: se c'era una speranza per l'Italia, questa riposava in quell'uomo, o in qualcuno che da lui
avrebbe tratto insegnamento. Questo doveva riportare in Firenze, e poi darne annuncio a tutti i
signori della penisola, perch almeno uno uscisse dalla turba e impugnasse finalmente la spada.


Capitolo 25.

Alcuni giorni dopo,
la sera della presa di Camerino.
Cesare si assicur con una rapida occhiata che il campo si stesse componendo in modo ordinato. I
padiglioni per gli ufficiali, le tende pi spartane per la truppa, i focolai per il rancio lontani dagli
affusti delle polveri, le artiglierie protette dai teloni cerati e ben guardate; i cavalli liberati dagli
impedimenti di morsi e selle, e affidati ai cavallanti per la striglia quotidiana e la razione d'avena,
e ben chiusi all'interno del recinto realizzato con forti cordami.
Verific che le sentinelle fossero gi state disposte lungo il perimetro, con i capiposto pronti a
intervalli regolari, e che la riserva dell'acquavite fosse ben sorvegliata. Sotto la tenda dei cerusici
qualcuno dei feriti che erano riusciti a seguire il procedere della truppa veniva curato tra grida di
dolore, ma certo ringraziava la sorte di non essere tra quelli abbandonati sul terreno.
Osservava gli uomini che si aggiravano per il campo intenti alle minute operazioni, quasi
domestiche, che sempre seguono il giorno della battaglia. Anche i carri delle donne si erano
attestati a breve distanza, e tra poco al calar delle tenebre sarebbe cominciato il via vai segreto
verso di loro, secondato da qualche moneta cacciata nelle mani di una sentinella compiacente.
Con una risata silenziosa distolse lo sguardo. Il commercio con le puttane era severamente
vietato, ma in realt veniva tacitamente consentito. Gli uomini trovavano una consolazione per le
fatiche della battaglia affrontata, o si distraevano dall'angoscia per quella che li attendeva, e avere
altra gente sveglia al campo oltre alle sentinelle diminuiva il rischio di una sorpresa del nemico.
Intanto era stato raggiunto da Miguel de Corella, che aveva terminato a sua volta il giro
d'ispezione, scivolando tra le tende silenzioso come il suo solito.  tutto come avete comandato,
padrone. Potete andare a riposare, domani sar dura. Rester io a vegliare la guardia.
Il duca scosse la testa. No, Miguel, ho lasciato sellato il mio cavallo. Voglio spingermi fino a
quelle colline, per osservare da subito il terreno della prossima giornata, rispose, indicando le
alture che ormai erano poco pi che delle macchie scure all'orizzonte. Gli altri possono dormire e
annegare nel sonno le loro angosce. Ma io no, sentenzi, avviandosi verso il recinto delle bestie.
Il valenziano si mosse dietro di lui. Lasciate allora che venga anch'io. In due sar pi facile
scaramucciare, se si incontrasse qualcuno.
Le tenebre erano scese fitte, accompagnate da una nebbia leggera, fiocchi bassi sul terreno che
nascondevano le zampe dei cavalli come se le bestie avanzassero in un lago lattiginoso. A mano a
mano che affrontavano le prime rampe delle colline, gli animali davano segno di un nervosismo
crescente. Scrollavano le teste sbuffando e nitrendo, mal contenti di quello sforzo notturno al
quale non erano avvezzi.
La strada  incerta. Non vorrei che azzoppassimo qualcuna delle bestie, disse a un certo
punto Miguel, mentre arrancava dietro il suo padrone serrando corte le briglie. Forse  meglio
continuare al passo.
Cesare procedette ancora per un poco, spronando a sangue la sua cavalcatura, poi con un
volteggio balz a terra, trattenendo a forza l'animale che, libero del peso, cercava di impennarsi.
Raggiungiamo il colmo. Ho visto qualcosa, disse, avviandosi verso una massa scura che si
intravedeva pi in alto. Intanto la nebbia si era rafforzata, e la macchia di lecci che stavano
attraversando cominciava a scomparire nel mare bianco, trasformati in spettri appena visibili.
Cominciava a temere di aver perso l'orientamento. Nemmeno riusciva pi a scorgere Miguel,
che pure doveva essere appena dietro di lui. Fino a quel momento si era aiutato con il dislivello
del terreno, in salita avanti a lui e discendente alle sue spalle, verso il campo. Ma ora si era fatto
di colpo pianeggiante, e ogni riferimento era scomparso. Lanci un richiamo verso il compagno,
ma la risposta del valenziano gli parve giungere rallentata, come se avesse dovuto superare un
fitto velario per raggiungerlo. N avrebbe saputo riconoscere la direzione da cui proveniva.
Poi, come per una magia, il velo bianco si squarci di colpo, rivelando il muro di una costruzione
in pietra viva, e un piccolo portale ad arco di pietra grigia. Una pieve di campagna, abbandonata
da tempo a giudicare dalla vecchia porta sfondata e gettata di lato.
Meno male, padrone! Potremo rifugiarci qui, in attesa che cali questa maledetta nebbia,
esclam Miguel, uscito anche lui dal banco.
Cesare aggiog il cavallo a un anello che spuntava dalla muraglia, imitato da Miguel, poi afferr
a due mani l'anta inclinata e fin di scardinarla. Entriamo.
La pieve dall'interno si rivel pi imponente di quanto non era apparso nell'incertezza della
nebbia. Un tempo, prima che per qualche motivo venisse abbandonata, doveva essere stata un
importante centro devozionale della regione, meta forse di pellegrinaggi e di cerimonie. La navata
unica era sormontata da solide capriate di quercia, che solo negli angoli avevano ceduto
all'inclemenza del tempo, aprendo degli squarci al passaggio della pioggia. Qua e l sopravviveva
ancora qualche resto degli arredi di cui era stata dotata, e alle pareti una serie di ombre stavano a
testimoniare l'antica presenza di quadri o arazzi.
Vieni, Miguel, aiutami, disse Cesare, prendendo ad ammucchiare pezzi di panche sparsi
intorno. Accendiamo questi legni e riscaldiamoci.
Con l'aiuto del valenziano eresse una piccola piramide di frammenti. Cesare fece scattare
l'ancia metallica dell'acciarino sui fili di paglia asciutta e presto un timido rossore brill, seguito
poi da piccole folate di fumo e infine da una fiammella vivida, che rapidamente si comunic al
resto del legname.
Una luce calda si sparse nella navata, accompagnata dall'aroma di legno bruciato. E con essa i
particolari dell'interno della pieve cominciarono a prendere vita. Sul fondo era emerso un altare di
pietra, e nell'abside alle sue spalle si scorgeva ora la traccia di un grande affresco, seppure
ammalorato in pi punti dall'acqua piovana penetrata dai varchi nel tetto.
Incuriosito, Cesare afferr un tizzone e si mosse da quella parte, tenendo la fiamma alta sulla
testa in modo da rischiarare la parete. Immaginava di esser di fronte a una delle immagini che
sempre si trovano negli edifici sacri, una nativit o una crocefissione, oppure ancora un Cristo
trionfante nel giorno del ritorno.
Si arrest di colpo. Dalla parete la paurosa immagine di uno scheletro campeggiava al centro
dell'affresco, seminascosto da una cappa scura da sotto alla quale sfuggivano le ossa delle mani
ridotte ad artigli e il teschio dalle occhiaie vuote, sormontato da una corona, in cui pareva di
cogliere ancora la scintilla di una vita ormai spenta. Lo scheletro afferrava per i polsi un uomo e
una donna, giovani e dalle carni floride, rivestiti dei sontuosi panni della regalit, e dalle teste
coronate d'oro, e sembrava eccitarli ad un singolare passo di danza. La coppia a sua volta
stringeva per mano altri personaggi, uomini e donne, ecclesiastici e cavalieri, nobili e plebei. La
mitra del vescovo spuntava su una testa, accanto alla berretta di un notaio e a quella a cono di un
medico, il farsetto di un giovane ganimede accanto al camiciotto di un vecchio agricoltore e alla
veste fiorita di una donna al vertice della giovinezza.
E intorno a loro un panorama di desolazione, dove in lontananza dalla porta turrita di una citt
usciva un corteo funebre, e tutto intorno tombe appena scavate mostravano i corpi ancora avvolti
nei sudari di coloro che avevano accolti.
Dove diavolo siamo capitati? esclam il valenziano, che lo aveva raggiunto e fissava a sua
volta con aria disgustata le figure. Chi ha potuto pensare a un simile inferno?
 una danza macabra, Miguel, rispose Cesare, continuando ad avvicinare il tizzone
all'affresco per cogliere meglio i particolari. In queste terre deve aver imperversato la peste, e
queste figure sono state gettate sulla parete di certo a ricordo dell'accaduto, e a monito per le
nuove genti.
Un monito di morte? replic Miguel, scrollando le spalle. Potevano ritrarre qualcuno di noi,
questi zotici, se volevano della bella morte. Non ne spandiamo senza risparmio, aggiunse con uno
sberleffo rivolto allo scheletro, assumendo una posa da lottatore.
No, Miguel, quella che infliggiamo noi con le nostre lame non  cos feroce come questa...
comment Cesare, continuando a fissare lo scheletro. Sembrava affascinato da quell'immagine
che spuntava dal cappuccio della cappa, la mandibola nascosta dal panno nero come se volesse
sottrarsi alla vista nella propria interezza. Guarda il suo ghigno.
Non vedo risa, padrone. La Comare Secca pare nascondersi in quel mantello.
Ma non la senti? Sta ridendo, ti dico! Non hai mai visto un teschio, sulla tua strada? Eppure ne
abbiamo calpestate, nella nostra marcia, di teste scarnificate dai cani, o dal fuoco delle polveri. E
tutte, tutte ridevano... mormor Cesare.
Pi feroce di noi, padrone? Non credo che uno sputo di sangue sia peggiore di un colpo di
spada, per andarsene a far terra da vermi.
No, insistette Cesare, scuotendo la testa. La morte che portiamo con noi  una fedele
compagna, dorme con noi sotto le tende e cinge la spada con le nostre schiere quando scendiamo
a giornata. Ma questa, questa... Si era interrotto. Il valenziano attese che l'altro riprendesse a
parlare, ma Cesare pareva tornato in quello strano stato di fascinazione. ... questa striscia come
un serpente nelle case degli uomini, non c' spada o corazza che possa fermarla...  molto pi
possente di qualunque forza possa mettere in campo chiunque di noi! riprese meditabondo. Poi
improvvisamente scoppi a ridere, tra la sorpresa del suo compagno. Non vedi, Miguel?
Il valenziano si fece pi vicino, cercando nell'affresco quello che gli indicava Cesare, che aveva
avvicinato ancor pi la fiamma del tizzone all'immagine dello scheletro. Che cosa devo vedere,
padrone? chiese, senza nascondere l'imbarazzo per quello strano comportamento.
Quel muso, Miguel! Non vedi come si nasconde dietro il lembo della cappa? Non ti ricorda
qualcuno di altrettanto terribile? continu Cesare. Aveva smesso di colpo di ridere, il tono della
voce improvvisamente divenuto freddo.
Miguel de Corella fiss ancora per qualche attimo l'immagine, poi si volse di scatto verso
Cesare, la bocca socchiusa in un'esclamazione trattenuta.
S, amico mio, sono io!  me che ha rappresentato questo artista sconosciuto. Sapeva che un
giorno sarei salito fin qui, e ha voluto rendermi omaggio! Sono io la morte, e questa maschera 
quella stessa da me indossata!
Via, padrone, non scherzate con lei! replic il valenziano, che sotto la scorza dell'uomo
d'arme sentiva risvegliarsi tutte le superstizioni della sua terra natale. A chiamar tre volte la
Secca c' caso che si affacci alla porta! Certo, la figura ricorda la vostra, ma...
Ma guarda la corona, Miguel! lo interruppe Cesare, additando il diadema che cerchiava il
teschio, una serie di piastre metalliche tempestate di gemme colorate.  lei, la corona di ferro, la
corona dei re d'Italia, la mia corona!
Miguel obbed. In effetti la corona era di foggia diversa da tutte quelle che aveva visto in vita
sua, in testa ai signori e ai re che aveva incontrato, ma anche alle carte dei tarocchi che
circolavano tra la truppa. Appariva quasi povera, nel suo aspetto barbaro. Ma insieme dotata di
una forza segreta, con la sua struttura di lamine di ferro, che pareva simboleggiare il dominio
dell'acciaio sull'oro.
Questo mi ha predetto la strega! Lo sapeva. Ecco la mia corona,  alla morte che dovr
strapparla.


Capitolo 26.

9 ottobre 1502,
presa di Fano.
Le candele andavano spegnendosi una dopo l'altra nei torcieri. Le loro fiamme avevano illuminato
per tutta la durata della notte la festa indetta dal condottiero, mentre i mercenari dell'esercito
vittorioso si aggiravano ancora per le vie e penetravano attraverso le porte inutilmente sbarrate
dai cittadini, saccheggiando e violentando.
Un convito che ben presto si era trasformato in un'orgia, grazie ai barilotti di vino e alle donne
fatte affluire da tutte le taverne di Fano nel suo grande padiglione eretto a distanza di tiro dalle
mura, che gli era servito da posto di comando da dove dirigere il fuoco delle artiglierie durante il
breve assedio.
Con i suoi ufficiali aveva brindato alla conquista, tra grida di giubilo e canti militareschi intonati
alla brava. Ma n il vino n i canti avevano potuto dissipare il peso oscuro che sentiva gravare
addosso. Come ogni volta che otteneva un successo, la stessa sensazione di vacuit, lo stesso
senso disperato. Come si diceva avvenisse al marinaio disperso in alto mare, che vede il miraggio
della terra desiderata fuggire davanti alla prora trascinata via dal vento.
Una corsa senza fine verso il potere. E ad ogni tappa un nuovo ostacolo, un nuovo regno da
sconfiggere, e una gioia momentanea che subito svaniva, consumata come il breve piacere
d'amore. L'amore... in fondo il possesso di un regno non era vano come il possesso della donna,
un'estasi che si tramuta nel volgere di un battito d'ali in spossatezza e disgusto?
Allontan con fastidio le braccia di una giovane seminuda che cercava di stringersi a lui. Fuori
tutti! grid alzandosi di scatto. Voglio restare solo!
I capi delle condotte si volsero verso di lui, alzando il capo dalle attivit lussuriose in cui erano
immersi e sollevandosi uno dopo l'altro dai giacigli improvvisati con stuoie e tappeti ammassati
alla rinfusa. Conoscevano i repentini mutamenti d'umore di Cesare e, del resto, avevano ora tutta
la citt conquistata a disposizione per continuare il trionfo fino all'estenuazione.
Uscirono trascinandosi dietro le donne e quel che restava di fiasche e botticelle. Cesare si
allung sulla sella curulis di legno e tela che lo accompagnava in ogni campagna, immergendosi
nell'improvviso silenzio che era sceso all'interno della tenda, a mano a mano che i passi e il
berciare dell'ultimo degli uomini si allontanavano.
Si pass una mano sugli occhi, arrossati dal vino e dal fumo delle candele. Quando la ritrasse
l'ultima fiammella si spegneva con uno sfrigolio, e per un attimo si ritrov nelle tenebre assolute.
Poi a poco a poco la sua vista si abitu alla nuova condizione e, a poco a poco, le cose intorno a lui
cominciarono a tornare dal nulla, evocate dal chiarore lunare che entrava dall'apertura nella tela.
Prima ombre confuse, e poi armi, casse, rotoli di mappe, armature sempre pi dettagliate.
Ma il silenzio in cui aveva sperato non era perfetto. Negli orecchi il clamore del convito era
stato sostituito da un fragore indefinito, appena percepibile ma insistente come il rumore di un
tarlo notturno. Un rumore di lontane cascate d'acque, cui a tratti parevano mescolarsi confuse
voci umane, che andavano facendosi sempre pi distinte. Una voce.
So che sei qui, mormor Cesare, la bocca impastata dal vino bevuto, il mormorio negli
orecchi sempre pi forte. Non nasconderti!
Non mi nascondo, rispose la voce, che sembrava venire da lontano. Perch dovrei? Sono nel
mio regno.
Il tuo regno? Non il tuo, il mio! Il tuo  il regno dei morti!
Il mio regno. Questo, il trono dove tu siedi.  il mio. Quello che mi era destinato e che tu hai
rubato!
Cesare incass la testa tra le spalle, come se temesse di essere sfiorato da una mano sulla nuca.
Ma la voce continuava ad aleggiare senza un'origine precisa.
Il regno per cui mi hai ucciso!
No! grid Cesare con voce strozzata. Juan, perch dici questo?
Sei stato tu! Non ho visto la mano che ha attinto il mio sangue. La mia fine  venuta ad un
incrocio di strade deserto, nelle tenebre del tradimento. Ma so che sei stato tu!
La voce ora pareva pi vicina, appena un passo dietro di lui. Cesare balz in piedi voltandosi di
scatto ed estraendo il pugnale che portava alla cintola. Agit la lama davanti a s alla cieca,
freneticamente, tranciando l'aria con dei colpi a casaccio come un pivellino alle prime armi. Come
avesse dimenticato ogni insegnamento dei suoi maestri, preso soltanto dal terrore di difendersi da
una minaccia invisibile.
Il suo non sembrava nemmeno il tentativo di colpire qualcosa, quanto quello di erigere una
disperata barriera d'acciaio tra s e la sagoma che ora gli pareva di distinguere netta tra le ombre
della tenda.
Juan... fratello... singhiozz verso la forma scura. Ma la forma che un attimo prima gli era
apparsa definita, ora tornava evanescente. Abbass il pugnale, mentre sentiva una vampata di
rossore salirgli alle guance. Di colpo si rese conto di quanto quella sua reazione lo gridasse
colpevole, al di l di ogni parola. Perdonami! Mai avrei alzato una mano su di te!
Hai rubato il mio regno, torn a risuonargli nella testa. A questo mi aveva predestinato il
padre, e questo tu hai impedito!
Non ho rubato nulla! Il mio regno non  tuo, l'ho edificato pietra su pietra, colpo di spada su
colpo di spada, goccia di sangue su goccia. E poi tu, maledetto, sei morto! Di che ti intrighi dei
fatti del mondo?
L'ombra parve vibrare, come un'immagine apparsa per un attimo su un vetro opaco. Poi sembr
balzare in avanti, divorando a grandi passi la distanza che la separava da Cesare. E l'aspetto del
fratello morto gli apparve in tutta la sua crudezza.
Coperto di sangue, l'abito lacerato dai colpi di pugnale, ogni taglio una bocca scarlatta da cui
continuavano a fluire colature sanguigne, come se il corpo si rifiutasse ancora di spegnersi. Il viso
pallido come cera, la fronte coperta dai lunghi capelli intrisi di sangue e del sudore dell'agonia.
Quanto diverso dal giovane aitante che aveva attraversato superbo le vie di Roma...
Fratello, non sono colpevole io della tua uccisione, ripet Cesare. Non sono stato io... e ora
tu sei morto. Abbi piet di chi resta al di qua della soglia che tu hai attraversato.
La figura insanguinata ondeggi di nuovo nel fascio di luce lunare.
Hai avuto gloria e fortuna in vita, questo porti con te, incalz Cesare, tendendo la mano verso
di lei.
Preferirei gettare nel nulla tutta la mia gloria e il ricordo che ne resta, per un sol giorno
riscaldato dai raggi del sole, rispose la sagoma, continuando nella sua vibrazione che la rendeva
sempre meno definita.
Cesare si scosse. Quelle parole gli avevano destato un ricordo confuso. Seppure stordito
dall'alcol e turbato dalle invettive del fratello, lentamente stava riacquistando una maggiore
lucidit nel tempo stesso in cui l'immagine si andava rarefacendo, fino a sparire.
Quelle parole le aveva ascoltate da altri, lette su altre pagine. Altri incontri nel regno dei morti,
narrati dagli antichi, che si erano impressi nella memoria e si erano ridestati in quella notte di
gloria. Ettore apparso a Enea con tutti i segni della miseria della sconfitta, Achille incontrato da
Ulisse sulla soglia dell'Ade. Larve, terribili spettri aggrappati ancora alla vita da cui erano stati
strappati a forza, nel trionfo di giovinezza.
Come suo fratello Juan, l'eco della cui voce gli pareva che ancora si aggirasse per il padiglione.
Con uno sforzo supremo della volont ricacci indietro il senso di colpa per quella morte, come si
chiude con una porta di ferro l'accesso a una segreta innominabile.
Una delle fiasche in terra era ancora piena per met di vino. La port alle labbra, ingollando
lunghi sorsi, senza interruzione, finch il rumore di cascate non torn pi violento di prima,
cancellando tutto intorno a lui.
Continuava ad aggirarsi per la tenda, il pugnale in mano che saettava ancora qualche colpo
sempre pi stanco.
Cosa avete, padrone? Siete di nuovo offeso dal vostro male? sent dire dalla voce di Miguel, il
valenziano.
Quella presenza fu come un getto d'acqua gelata. La mente torn lucida, il timor panico da cui
era stato invaso svan come per magia. Sfior con le dita la propria guancia, dove seminascoste
dalla barba rosseggiavano le piaghe del mal francese. Forse era davvero quel morbo che gli aveva
procurato la visione della notte? Si diceva che in molti casi le piaghe esterne scavassero una via
fin nell'interno del teschio, depositando il loro seme maligno tra le circonvoluzioni del cervello e
punendo la lussuria con le terribili immagini della colpa.
Ma non era quella la sua condizione, si sentiva forte e audace, padrone di se stesso e degli
uomini, non doveva cedere davanti a un incubo che proveniva solo da una colpa mai perdonata.
Non pi di altre volte, Miguel. Ma hai ragione, c' una montagna che grava sulle mie spalle.
Una montagna che pu essere rimossa con un buon colpo? fece l'altro, con aria allusiva. Gi
vi ho liberato di pesi che parevano insopportabili.
Cesare si abbandon a un sorriso nervoso. No, stavolta non  cosa che possa affidare al tuo
pugnale. N alle arti di mia sorella. Qualcosa che  soltanto mia.
Dite, allora. Se le mie orecchie son degne di ascoltare.
Le tue forse pi di ogni altro. Perch  proprio nel tuo regno che la mia mente da qualche
tempo ha preso a vagabondare. Ogni volta con giro pi largo, e temo che prima o poi perda la via
del ritorno.
Non capisco, padrone. Non governo regni, se non forse in taverna, al tavolo della zecchinetta.
Ti sbagli, ce n' uno in cui sei signore. Il regno della morte.
Il sicario esit un attimo, poi annu. Credo ora di intendere.
Che si prova, Miguel? Che si prova a uccidere? Che si prova a morire? mormor ancora il
duca con la voce impastata. Sembrava parlare pi a se stesso che al suo interlocutore.
Che si prova a uccidere? Eppure dovreste saperlo bene, le campagne di mezza Italia sono
coperte dei cadaveri che vi hanno disteso le vostre truppe, rispose l'altro, guardingo.
Cesare scosse il capo. Non parlo di quella. La disfatta di un intero esercito sul campo di
battaglia nasconde con la sua stessa grandezza il mantello di sorella Morte. Nessuno coglie il
roteare della sua falce, nemmeno chi ne  vittima. E tra chi affonda il colpo di spada e chi lo
sopporta il tratto  cos esiguo, che talvolta si crede di aver inferto quella ferita che invece si 
ricevuta. Io stesso ho visto correre per il campo uomini con mani e braccia troncate, e inseguire
ancora il nemico agitando nell'aria un ferro inesistente. No, Miguel, io dico di un altro morire,
quello che avviene con lentezza e in solitudine, guardando negli occhi della vittima l'immagine di
Morte che si erge alle nostre spalle!
Miguel non rispose. Sembrava riflettere sulla domanda del duca. Non  nulla, disse poi con
un'alzata di spalle. Qualcosa che prima c'era e poi non c' pi. Una candela spenta dal soffio,
neppure il tempo di pensarci.
Questo? Niente di pi?
Cosa credevate? Che ci sia gran differenza tra l'uccidere un uomo e tirare il collo a una
gallina?
Uccidere. Ma morire?
Ah, di questo non ho pratica, sogghign Miguel. E spero di averne solo al pi tardi.
E non trovi strano che noi si possa far esperienza delle cose pi insolite e bizzarre, mentre
questa che  a tutti comune ci  preclusa, se la nostra coscienza si spegne prima ancora del suo
arrivo? insistette cupo il Borgia, tornando a riempirsi la coppa.
Miguel si strinse nelle spalle. Io non ho studiato come voi, padrone, che siete dottore, e so
poco di filosofi e preti. Ma una cosa conosco per certa: pensare alla morte condanna l'uomo
d'arme, e non dovreste farlo nemmeno voi. Infiacchisce il braccio peggio di un otre di vin di
Spagna tagliato con acqua. Avevo un amico... ma fu tanto tempo fa, e in un Paese lontano, tagli
corto bruscamente.
Che successe al tuo amico? bofonchi Cesare. In un Paese lontano... anche io ho conosciuto
la morte, quando ero abbandonato a Subiaco con mia madre e i fratelli... ma che fece il tuo
amico?
Miguel torn ad alzare le spalle con una smorfia di disappunto. Poi trasse un sospiro. Jesus era
un mio compagno di branda, nel Tercio del Gran Capitano Consalvo, quando si dava assedio a
Granada. Un uomo forte come un toro delle nostre terre, e coraggioso del pari. Quando, dopo il
bombardamento dei pezzi, si dava assalto alle mura, v'era lotta per porsi al riparo delle sue larghe
spalle, e avanzare protetti dalla sua picca, che agitava intorno come le pala di un mulino,
macinando teste invece di chicchi di grano. Poi un giorno, liberi tra un attacco e l'altro, ci
sciogliemmo per la campagna, in cerca di qualche prosciutto, e magari una villana da passarci una
mezza notte.
E cosa avvenne? chiese Cesare, incalzando l'uomo che si era arrestato, come se cercasse di
richiamare alla mente quel tempo lontano.
Scoprimmo una casupola, nascosta nel bosco. Un miserabile tugurio, pi adatto agli animali
che a un figlio di Cristo. E dentro c'era una donna. Bella e formosa, intenta a tessere qualcosa.
Jesus la prese per i capelli, un torrente di ricci neri che sembravano un fascio di serpenti, e fece
per stenderla in terra. Lei non opponeva alcuna resistenza, e noi altri restammo sulla porta, in
attesa che venisse il nostro turno dopo che lui si fosse soddisfatto.
Cosa c'entra la morte?
Era l dentro!
In quel tugurio?
Nelle parole di quella donna, quella bruja ! Mentre Jesus la tratteneva, vidi che gli mormorava
qualcosa all'orecchio. Dapprima credetti che implorasse misericordia, ma il suo atteggiamento
non era supplichevole. Lo fissava in volto spavalda, come se fosse lui il suo servo, e non lei la
puttana. Il valenziano afferr la fiasca e, senza aspettare alcun invito, vi incoll la bocca,
ingollando una lunga sorsata. Poi si pass la manica sulle labbra. Jesus pareva stordito da un
colpo alla fronte, come si uccidono le bestie. Lasci andare la donna e si rialz, arretrando verso
di noi. Aveva il volto pallido come uno straccio.
E cosa aveva ascoltato da quella bocca?
Non parl tutto il giorno. Ma io sapevo cosa aveva sentito. La bruja gli aveva detto che sarebbe
morto nel prossimo assalto.
E lui lo credette? fece Cesare, diffidente.
S. C'era qualcosa nel suo sguardo, qualcosa che... raggelava. Nemmeno uno solo di noi ebbe il
coraggio di metterle le mani addosso, dopo che Jesus l'ebbe lasciata andare. Ci allontanammo tutti
con la coda fra le gambe, strisciando come gatti spaventati. E il giorno dopo, durante un colpo di
mano sotto le mura di Granada, Jesus si fece uccidere.
Venne ucciso, vorrai dire.
No, cerc la palla d'archibugio con tutte le sue forze, correndo incontro alla gragnola che
pioveva dall'alto, finch un'oncia di piombo non trov la strada sotto la cervelliera per spaccargli
la fronte. Aveva deciso di morire, perch sapeva che sarebbe avvenuto. Questo capita, padrone,
quando la morte entra dentro di noi prima ancora che compaia la sua falce. Non pensate alla
morte.
Cesare agit la mano davanti a s, come se tentasse di scacciare un insetto molesto. Poi sembr
farsi di nuovo attento. La bruja, che fine fece?
Miguel si lasci andare a un sospiro. Dopo la battaglia, qualcuno del Tercio voleva tornare
nella foresta, per spacciarla. Ognuno era certo che fosse stato il suo malaugurio a causare la fine
di Jesus, a fargli entrare la morte nel cervello, disse poi, dopo aver ingollato un altro sorso. Ma
a ognuno mancava il coraggio, e perfino ai pi accesi di vendetta falliva il piede quando si trattava
di passare dalle parole della tenda all'azione. Tutti avevamo visto, e nessuno aveva il coraggio di
affrontare quegli occhi senza piet.  questa la potenza dei brujos, spezzano la volont degli
uomini, e attraverso quella breccia poi irrompono i demoni, come un esercito invasore attraverso
una muraglia crollata.
La lasciaste vivere?
L'impresa contro Granada volgeva al termine. Le difese moresche erano ormai estenuate, e il
Gran Capitano ci dette ordine di radunare tutte le forze per l'ultimo assalto. Mettemmo il campo a
ridosso delle mura, per mostrare agli assediati con il gran numero di tende l'inutilit della loro
resistenza. E finalmente la loro volont cedette, e venne la resa. E furono giorni di trionfo e di
ubriachezza, e donne e gioco e denari finalmente! Con l'oro dei mori a tutti venne il soldo
promesso, e perfino le piaghe e le ferite della campagna vennero dimenticate. Poi una notte con
alcuni compagni il ricordo torn su Jesus, che non poteva godere con noi, e sulla bruja . E con
l'aiuto di Bacco e con il coraggio della vittoria decidemmo di trarre finalmente vendetta. Ma
quando raggiungemmo la casa nella foresta, la trovammo vuota e abbandonata. Un villano
incrociato sulla strada del ritorno ci svel che la donna era partita da tempo, insieme con una
carovana di vagabondi e pitocchi, diretti oltre le montagne verso le terre del re di Francia.
In Francia?
Laggi. Dicevano allora che nella citt di Parigi si dava ricetto a ogni sorta di straccione e
saltimbanco, che esisteva un quartiere lasciato al loro completo dominio. Sar l che  finita la
bruja rossa.
Rossa? Perch rossa? Non hai parlato di un nido di serpi nere per capelli?
Certo, ma la donna aveva un segreto, che riuscii a scorgere per un attimo, mentre Jesus la
scrollava: una lingua scarlatta, nascosta nella massa dei capelli, che si muoveva come se fosse
animata di vita propria. Fu un attimo, ma non mi sbaglio.
Cesare Borgia si drizz nelle spalle, emettendo un sospiro. Poteva essere Zlata la bruja di cui
parlava il suo sicario? Se davvero aveva raggiunto Parigi, non poteva essere proprio la donna che
aveva trovata accoccolata ai piedi del re di Tunisi, in quel regno dei miracoli?
Sent un improvviso sudore freddo scorrere lungo l'arco della schiena. L'effetto ipnotico del vino
era scomparso di colpo, e una strana vigilanza si impadron di lui, tutti i sensi all'erta come
nell'attimo prima di lanciare l'ordine di un attacco.
E come all'inizio di uno scontro all'ultimo sangue si sentiva davanti a un nemico inatteso, che
improvvisamente si palesava all'orizzonte.
Ma se la donna era la bruja, ed era davvero in grado di predire la morte, perch lo aveva
risparmiato, e perch lo aveva scelto come padrone?
Per un attimo un pensiero folle lo prese: era immortale! Lui, il nuovo Cesare, era il primo uomo
destinato a non morire! E per questo la bruja non aveva potere su di lui, e si era sottomessa!
Per qualche attimo si cull in questa fantasticheria, prima di tornare alla realt. Stava per
replicare quando la guardia si affacci all'entrata del padiglione.
Duca, un messo da Urbino con un messaggio urgentissimo.


Capitolo 27.

Pochi giorni prima,
alle porte di Urbino.
Il carro trainato da quattro coppie di buoi avanzava lentamente lungo la rampa in terra battuta
che saliva verso la porta della fortezza, un movimento sempre pi faticoso che a met del percorso
si arrest del tutto. Le bestie erano inquiete, sbuffando e agitando le lunghe corna sotto la sferza
dei conduttori, ma il peso delle enormi travi che gravava sul carro sembrava eccessivo anche per
la loro possente muscolatura.
Inutilmente gli uomini cercavano di far riprendere loro il cammino, tirandoli dolorosamente per
gli anelli inseriti nelle narici.
C' bisogno di aiuto! grid quello che sembrava il capo dei carrettieri a uno dei suoi
compagni. Scendi da basso a chiedere uomini!
L'altro si era voltato rapido, avviandosi di corsa verso il borgo che si scorgeva a meno di un
miglio, sulla via di Urbino. Intanto gli uomini rimasti si davano da fare per trattenere il carro dallo
scivolare indietro, bloccandone le ruote con grosse pietre.
Sul camminamento del torrione d'angolo, una massiccia costruzione che proteggeva il portale di
ingresso, le guardie osservavano la scena attraverso i merli, sghignazzando e scambiandosi
battute sulla dabbenaggine dei lavoranti in basso.
Portate su quei legni a spalle! url uno di loro, sporgendosi attraverso i merli. Perch
fiaccare quelle bestie, quando di bestie ci siete voi?
Il capo dei carrettieri alz lo sguardo verso l'uomo che continuava a berciare alla sua volta.
Parve sul punto di rispondere qualcosa, ma poi con un grugnito distolse lo sguardo e con una
scrollata di spalle si sedette a lato della via, in attesa.
Il tempo passava. In alto sugli spalti del torrione le guardie sembravano essersi stancate di
insultare i villani di sotto ed erano scomparse dalla merlatura. Poi alla curva del sentiero apparve
una dozzina di uomini, coperti dei rustici panni degli abitanti del contado.
Guidati da quello che era stato inviato a chiedere aiuto, raggiunsero in fretta il carro bloccato a
mezza via. Vedendo i nuovi venuti, il capo dei carrettieri si era fatto loro incontro. Confabul per
qualche attimo con quello che pareva il pi anziano del gruppo, poi a un suo cenno tutti si fecero
intorno al carro, afferrando i raggi delle grandi ruote e cominciando a spingere con tutte le loro
forze, mentre i carrettieri tornavano a sferzare a morte i buoi perch riprendessero anche loro a
tirare.
Al trambusto, un paio di guardie erano tornate ad affacciarsi dal torrione. Avete finito i buoi,
miserabili, che spingete voi? Ma gi, la puzza e le corna che portate indosso sono le stesse! grid
uno, tra le risate degli altri.
Ma gli uomini in basso non badavano a nulla, piegati nello sforzo che stava mettendo a dura
prova ossa e muscoli. Uno sforzo che pareva di gran lunga superiore alle forze dei loro corpi.
Solo il capo dei carrettieri si limit ad alzare la testa. Calate il ponte, malnati, e alzate la
saracinesca, se volete questi vostri dannati legni! grid in direzione delle guardie, mentre il carro
spanna dopo spanna si avvicinava cigolando al portale.
Dall'interno della rocca si lev un rumore di catene e di ingranaggi metallici, mentre il grande
ponte di tavole massicce calava lentamente sul fossato che proteggeva l'ingresso. Restava una
pesante grata di ferro a chiudere l'apertura, ma con un lavorio di carrucole anch'essa cominci a
sollevarsi per consentire il passaggio del carro.
Tra le urla e i colpi di sferza dei carrettieri, la prima coppia di buoi entr nel cortile, seguita
dalla seconda. Poi, tra le grida degli uomini che spingevano allo spasimo, anche il timone del carro
pass sotto la grata.
Con un sussulto il convoglio si arrest. Forza, figli di baldracca! Mica vorrete che vi si dia noi
una mano... esclam la guardia che era restata a fianco del complesso di ruote che azionavano la
calata del ponte.
Ma la sua voce si spense in un gorgoglio soffocato. Il capo dei carrettieri era balzato alle sue
spalle, recidendogli la gola con un colpo solo di pugnale. E contemporaneamente un altro con un
mazzuolo faceva saltare il cavicchio che fermava una delle ruote posteriori, e con una serie di
colpi la faceva uscire dall'asse. Il carro privo di sostegno si sbilanci verso sinistra, mentre un
altro dei carrettieri ripeteva l'operazione dall'altro lato, facendo s che infine il pesante veicolo
rovinasse in terra con un rombo di tuono.
Comprendendo finalmente quello che stava accadendo, dal corpo di guardia alla porta alcuni
armati corsero verso la ruota dell'alzaponte, ma il pesantissimo carro impediva il funzionamento
del meccanismo. Egualmente la grata non poteva pi essere abbassata, bloccata dalla massa delle
travi scivolate in terra alla rinfusa.
Come a un segnale prestabilito, tutti gli uomini che fino a un attimo prima erano parsi stremati
dallo sforzo estrassero le spade che avevano celato sotto le umili vesti, liberandosene e rivelando
le corazze che indossavano sotto. Con impeto si gettarono addosso alle guardie sbigottite,
eliminandole senza difficolt, mentre dal fossato salivano altri uomini, che avevano aggirato la
fortezza scivolando come ombre lungo la muraglia.
Dividiamoci, ordin l'uomo che aveva impersonato il capo dei carrettieri. Voi dirigetevi verso
gli alloggi della forza. E l'altra met con me, alle stanze del governatore. Gli daremo la paga del
tradimento dei Montefeltro.
Un solco profondo segnava la fronte di Cesare Borgia. Aveva disciolto il legaccio della missiva che
gli era appena giunta dall'ufficiale a capo di un reparto lasciato nelle vicinanze di Urbino, e
disteso la carta sul tavolo.
Lesse la pagina fino in fondo, mentre sul suo volto crescevano i segni di un'irritazione che
diveniva una furia incontenibile. Le nocche della mano serrata a pugno erano divenute bianche:
afferr la carta e la lacer in pezzi, gettandoli verso il messo pallido come un cencio.
Ma di colpo il suo aspetto mut in modo inaspettato. La sua espressione si distese e i suoi tratti
alterati solo un attimo prima dal furore divennero quelli di un gentiluomo raffinato, proprio
quell'aspetto che tante volte gli era stato utile per cattivarsi le simpatie di una dama di corte,
soggiogare una villanella, guadagnarsi l'appoggio di un re. Dimmi esattamente cosa  successo,
perch io possa porvi rimedio. E punire il responsabile.
Duca, esord l'altro con un inchino, dopo essersi schiarito la voce. Duca, noi delle vostre
lance sapevamo che la presa di Urbino non era del tutto certa. Per via dei seguaci del regnante,
nascosti nell'ombra ma sempre pronti a un colpo di mano.
Certo. Lo sapevo bene anch'io, e per questo lasciai ben munita la fortezza di San Leo, proprio
perch dall'alto del suo bastione temperasse gli spiriti dei rivoltosi! Che cosa  successo?
Il generale del castello  caduto in un tranello, mio comandante. Ordito con malizia e ben
condotto. Aiutato dal poco numero degli armati di stanza nella fortezza.
Il pugno di Cesare Borgia si contrasse per un attimo, a quella osservazione che sembrava
mettere in dubbio la sua previdenza. Ma subito torn al suo atteggiamento tranquillo, come se
solo un'ombra fuggevole fosse passata sulla sua fronte. Continua.
Per servirvi meglio e in maggior sicurezza, il generale aveva ordinato di rafforzare le difese
della rocca. Un carico di grosse travi era atteso dal contado, necessario per puntellare le opere in
legno del portale di accesso. Quando il carro  apparso alla porta la guardia ha pensato...
Ha pensato? lo incoraggi Cesare, sempre con lo stesso tono blando.
... che tutto fosse in ordine. Distratti dalla vista del carro nessuno si  avveduto dei complici in
armi ammassati lungo il fossato...
Eppure avrebbero dovuto vederli attraverso le caditoie degli spalti, insistette il duca.
Certo, signore, ma qualcosa deve essere accaduto... il carro si  fermato di traverso alla porta,
bloccando cos tanto la discesa della saracinesca quanto il ponte levatoio... non c' stato modo poi
di fermarli... Il messaggero tacque mortificato.
Quale fu la sorte della guarnigione, e del generale? chiese ancora Cesare, distogliendo lo
sguardo.
Gli assalitori promisero salva la vita in cambio della resa. La guarnigione e il generale
abbandonarono la citt e trovarono riparo nei villaggi del contado.
Capisco, disse ancora Cesare, tornando a fissare il messaggero. Resistere sarebbe stato un
inutile sacrificio della vita.
 cos, duca! Non c'era nulla da fare, lo giuro per la luce degli occhi! replic l'uomo, senza
nascondere un sospiro di sollievo.
Borgia annu, poi mosse la mano in un cenno di congedo. Puoi tornare al tuo reparto. Riposa
per questa notte e domattina prima della partenza ti far avere un messaggio per il generale.
L'uomo si inchin, poi rinculando ossequioso spar oltre la porta.
Lo lasciate andar via senza punirlo? chiese Miguel de Corella, uscendo dal tendaggio dietro
cui aveva ascoltato la breve conversazione.
Lascio che lo creda. Morir prima dell'alba, per la sua infingardaggine che grave danno arreca
alla mia causa. Ma per ora voglio che si sappia della mia indulgenza, nelle taverne o nei bordelli in
cui quel bastardo andr a spendere le sue ultime ore.
Volete farvi fama di generoso? replic il valenziano, senza nascondere una sfumatura ironica
nella domanda.
No. Lo faccio perch se lo punissi ora, il messaggio che darei al mondo  di essere stato
duramente colpito dalla perdita di San Leo. Mostrandomi invece indifferente all'accaduto, indurr
i miei nemici a credere che io abbia in pugno un'alternativa, e che poco abbia sofferto della
perdita.
E avete questa alternativa, mio signore?
Cesare Borgia esit un attimo, poi scosse la testa. No, amico mio. No.


Capitolo 28.

Nella stessa notte.
Cesare entr barcollando. Il pavimento sotto di lui sembrava oscillare come il ponte di una galea,
e le cose roteavano intorno come animate di vita propria.
Ma il desiderio di raggiungere la donna velata che se ne stava accoccolata sui cuscini al centro
della stanza era talmente forte da spingerlo a superare anche la nausea che ogni piccolo
movimento gli procurava.
Da tempo voleva tentare quell'ultimo passo, e aveva cercato nel vino la forza per superare
l'ultima porta. Ma ad ogni coppa ingurgitata aveva sentito salire la confusione, pi che il coraggio.
E adesso tutto quello che gli restava era quella sorta di forza animale che lo animava nei momenti
pi difficili, simile al toro davanti all'ultima mossa dell'espada .
Vedendolo comparire sulla soglia, la donna aveva sollevato il capo, ma senza profferire una
parola. Solo i suoi occhi bruciavano attraverso la fessura del velo che le nascondeva tutto il resto
del volto.
Perch mi guardi, strega? biascic Cesare, facendosi pi vicino.
Mi chiedo se sei pronto per la mia risposta. La voce, attenuata dal velo, sembrava venire da
lontano, come se un abisso si fosse aperto improvvisamente tra di loro.
Risposta? Come sai che voglio chiedere...
Lo vuoi da sempre. Dal primo attimo in cui ti sei unito a me. Non hai fatto che chiederlo senza
parlare, in tutto questo tempo. Ma trattenendo ogni volta le parole in gola, prima che fiorissero
sulle labbra. Ma io le conosco.
Le sai? Conosci la mia domanda?
S. Vuoi sapere della morte.
Cesare mosse un passo indietro, sotto l'urto di quelle parole, come colpito da una pietra. Come
sapeva quella donna del suo colloquio con Miguel de Corella? E davvero doveva credere alla storia
di Jesus e della sua resa? E che potevano saperne della Mietitrice, tutti, pi di lui stesso? La
morte. Era stata la sua compagna sin dalla giovinezza. Aveva avvertito il frullo delle sue ali nere
sui campi di battaglia, il sibilo della falce alle sue spalle e al suo fianco. L'aveva cercata negli occhi
dei moribondi, nel gemito di quelli afferrati dai suoi artigli.
Anche adesso, nella mente confusa dal vino, gli pareva di percepirne il mormorio confuso.
Quello stesso mormorio intessuto di grida represse con cui l'aveva sentita annunciarsi intorno a
lui. Quelle parole di cui non era mai riuscito ad afferrare il senso.
Non c' nulla da sapere, disse ancora la donna.
Un tenue ricordo dei suoi studi di filosofia gli riecheggi nella mente. Nulla da sapere? Perch
non c', questo vuoi dire? biascic in risposta. Dunque aveva detto il giusto Epicuro, il grande
rasserenatore? La morte non c' mai, perch giunge solo un attimo dopo che ce ne siamo andati.
Una armata nemica che irrompe nella fortezza quando ormai i suoi difensori sono fuggiti. E che
devasta soltanto delle muraglie abbandonate, insulta arazzi che non possono udire, sfonda archi e
porte che mai mano umana toccher pi.
La rocca conquistata si riduce a poco a poco in polvere, e mai vittoria fu pi inutile del trionfo di
Morte, vittoria di un nuovo Nulla sul Nulla che  svanito. Certo, era per questo che nessuno aveva
mai conosciuto la morte.
Non  la morte di tutti che ti angoscia. Ma quella di uno solo. Tu. Puoi vederla. Ma non ti
servir, risuon ancora la voce stranamente lontana della donna.
Vederla... la mia morte? replic Cesare con voce tremante, mentre le certezze di solo un
attimo prima svanivano come fumo trascinato da una folata di vento. La mia?
La tua.  questo che chiedi, la verit che neghi anche a te stesso.
Una scossa lo attravers lungo tutto l'arco della schiena. Gli effetti del vino parevano scomparsi
di colpo, e una nuova lucidit si era fatta strada in lui.
Per un lungo istante esit sul da farsi. Alle sue spalle la porta lo attirava con la sua via di fuga
aperta. Poteva ancora evitare quella prova cui si era offerto tra i fumi del vino. Nessuno sapeva,
nessuno avrebbe potuto irridere a quella fuga. Solo la donna avrebbe conosciuto la verit, e mai
avrebbe parlato.
Ma qualcosa dentro di lui sembrava paralizzarlo. Le gambe si erano fatte di pietra e rifiutavano
di obbedirgli. Poi, senza rendersene conto, mosse un passo avanti. E poi un altro, verso quegli
occhi scuri che parevano chiamarlo con forza irresistibile.
Dopo un tempo che gli sembr interminabile, si trov accanto a lei. Afferr la candela che
ardeva accanto alla donna e la sollev verso di lei. La donna aveva seguito i suoi movimenti in
silenzio, sempre nascosta dietro il suo velo. Ma adesso lo lasci cadere, rivelandogli
completamente il suo volto, quel volto che aveva visto di rado e solo nella penombra delle notti di
passione. E che ora scorgeva per la prima volta nella sua interezza sotto la luce cruda della
fiamma.
Una nuova scossa nervosa lo percosse, un brivido gelido. Quello che vedeva ora per la prima
volta era un volto segnato da una rete di rughe sottili, che lo trasformavano in un paesaggio antico
e devastato dagli anni. Una donna senza tempo era quella che lo aveva guidato sin qui, che gli si
era concessa e a cui aveva confidato nei momenti di ebbrezza i suoi pensieri pi segreti, una
donna che era pi simile alla mummia egiziana che un viaggiatore aveva portato un giorno a Roma
come meraviglia di terre remote. E in cui solo la fiamma scarlatta nascosta tra i capelli sembrava
viva.
Un'immagine repellente, ma pur nel disgusto non riusciva a trovare la forza per retrocedere. La
donna alz le braccia e le mani dalle lunghe dita lo afferrarono alle tempie, trascinandolo verso di
s.
Vuoi sapere. E allora guardami! la sent mormorare attraverso le labbra rinsecchite.
Improvvisamente, tutto intorno a lui scomparve, dominato solo dai due occhi sempre pi vicini.
Due pozze scure, in cui sembravano brillare delle scintille di fiamma. Guarda, dunque!
Ogni particolare della sala era scomparso, sostituito da quello che sembrava un bosco
impenetrabile, dove le ramaglie scendevano fino a terra a impacciare il cammino. Si aggirava tra
quei rovi spinto da una furia invincibile, aprendosi la strada a colpi di spada. Sentiva di star
inseguendo qualcuno che si nascondeva pi avanti, al riparo dei cespugli sempre pi folti.
Poi gli sembr che dall'ombra sorgessero cento lame, che gli correvano incontro scintillando
sotto la luce di quello che gli apparve in un'ultima visione il freddo astro notturno sopra la sua
testa.
Si riscosse di colpo, allontanandosi dal volto della maga, le mani tese come a respingere lontano
da s quello che aveva visto.
Dunque era quello il modo in cui si sarebbe compiuta la sua commedia, sarebbe uscito di scena
non avvolto nelle vesti ricamate di un sovrano, tra il cordoglio dei baroni assiepati intorno al suo
catafalco e il pianto delle dame di corte. Ma nello sconforto di una notte solitaria, nella furia e nel
sangue di uno scontro inatteso.
Capita all'uomo non ci che egli merita, ma ci che gli somiglia . Da chi aveva ascoltato quelle
parole? Poi ricord che era stata quella stessa donna.
Voglio qualcosa in cambio di quello che ti ho rivelato, lo strapp ai suoi pensieri Zlata.
Che cosa, strega? Mi annunci la morte e chiedi un premio?
Non dovevi chiedere. Voglio una mula, per tornare tra la mia gente.
Ora vuoi abbandonarmi, ora che potrei farti bruciare sul rogo per magia nera? Ora che avrei
pi bisogno della tua arte?
La donna annu, fissandolo negli occhi senza timore. Ora  il momento di andare, niente pi di
questo potrei svelarti. Sapevi che quella sarebbe stata l'ultima rivelazione.  l'ultima conoscenza
che ci  concessa sulla terra, e bene hanno fatto gli di a negarcela. Anche a me  proibito sapere,
per la mia fine. Ma so che non sar oggi, e non qui. Mi lascerai andare, e non mi vedrai mai pi.
Cesare avvamp in volto e le sue mani si contrassero per la rabbia. Eppure sentiva che la donna
aveva ragione, non l'avrebbe ostacolata. Se quello che lo aspettava era quanto gli aveva predetto,
sarebbe andato da solo all'appuntamento con la sorte. Avrai la tua mula, e un salvacondotto per
raggiungere la frontiera della Repubblica fiorentina.
Non era il peggior modo di morire, si disse ripensando alle parole della maga. In fondo era
quello che aveva sempre desiderato, incontrare Morte in piedi, e nel furore della battaglia. Se il
Destino quello gli riservava, gli sarebbe corso incontro, ci fosse ad attenderlo il pugnale dei
traditori di oggi, o tra infiniti anni la lama di uno sconosciuto.


Capitolo 29.

Nella fortezza di Imola,
dicembre 1502.
Cesare Borgia aveva preso alloggio nel mastio del castello, lasciando che le sue truppe
bivaccassero intorno alle mura della citt. Non era stato facile impedire che si abbandonassero a
violenze e saccheggi, e solo con la promessa di un soldo pi ricco del previsto era riuscito a
trattenerli.
Non poteva permettersi altri nemici, in quel momento. Ripens a quanto gli aveva detto
l'ambasciatore fiorentino, Machiavelli, a quella sua stramberia sull'esser amati o temuti
nell'esercizio del dominio, e a cosa valesse di pi per la conservazione del regno.
Con una smorfia amara dovette ammettere che difficilmente gli era riuscito di farsi amare, nella
sua cavalcata per le terre d'Italia. Troppo rapida la sua ascesa, troppi i nemici vinti ma non
sterminati, troppi i rancori lasciati dietro di s tra le rovine calpestate dagli zoccoli dei suoi
cavalli. E ora, non amato, non aveva pi la forza per farsi temere.
Mentre meditava allungato sullo scranno, pi volte aveva colto con la coda dell'occhio l'ombra
di qualcuno che si muoveva alle sue spalle.
Cos'hai, Miguel? Mi giri intorno come un segugio sulla pista. Vuoi azzannarmi anche tu, come
quei cani che mi hanno tradito? chiese Cesare, reprimendo a stento uno scatto d'ira.
Miguel de Corella, che fino a quel momento non aveva fatto che agitarsi intorno a lui, assunse
un'aria offesa. Duca, siete ingiusto. Vi ho seguito sempre, nella buona e nella cattiva sorte. Non
sono io quello di cui dovete temere. E rassicurare.
Che vuoi dire?
I vostri uomini. Sanno di quel che succede, e si chiedono che cosa sia meglio. Per voi, e per
loro, la prese alla larga il valenziano.
Pensano di abbandonarmi anche loro?
No, vi assicuro... non ancora, almeno. Ma certo se sapessero di qualche incanto della strega,
per la nostra parte... finora hanno sempre confidato che le vostre mosse fossero guidate dai suoi
poteri, e si sentivano sicuri del successo. Ma ora che la donna  partita...
La strega... ripet Cesare meditabondo. Ho lasciato che partisse. Non ho pi bisogno di lei.
Non pi, duca? Eppure non  questo il momento di tenersi stretti ai demoni, visto che i preti
non paiono buoni alla bisogna? Perfino il vostro eccellentissimo padre, il papa, sembra incapace di
soccorrervi con le sue preci...
Il vecchio bastardo? sbott Cesare.  pi facile che i numi ascoltino le invocazioni di una
puttana di strada, piuttosto che le sue. Ha bruciato nei primi sette giorni sul trono tutto il perdono
e l'ausilio che Dio concede in una vita.
E dunque? Non sarebbe meglio avvalersi ancora dei consigli della bruja?
Cesare Borgia si alz di scatto in piedi. Consigli, Miguel? Credi che quella donna mi abbia mai
consigliato in qualcosa?
Questo si dice, duca, nella truppa, mormor Miguel, preoccupato della reazione del Borgia, di
cui aveva imparato a temere l'improvviso furore.
Cesare si avvent sul valenziano, afferrandolo per i risvolti del farsetto. Mai, Miguel, mai ho
seguito un suo consiglio in tutto questo tempo! Ho goduto della carne di quella donna, ho
ascoltato la sua voce di sirena, ho assistito ai suoi riti e alle sue invocazioni. Sapeva scavare
dentro di me, leggeva il mio animo con l'occhio pi acuto di tutti, aveva il dono malefico della
predizione, ma la sua arte  sempre stata inutile per la mia opera!
Inutile, duca? Ma predire il futuro, anticipare le insidie e i tranelli... non  stata allora la sua
arte a spianarvi i trionfi? chiese sconcertato il valenziano.
Mai, Miguel. Quella donna vedeva solo ci che sarebbe ineluttabilmente accaduto, quello che
io avrei strappato al futuro. Ella non leggeva il prima, ma da quell'arte che i suoi vecchi le avevano
tramandato aveva appreso soltanto come vedere quello che io avevo gi scritto nel mio pensiero, e
che mi apprestavo a scolpire nella storia. Non avevo bisogno di lei, dal giorno in cui a Parigi seppe
vedere la mia ascesa, a quello... Cesare Borgia si arrest di colpo, fissando nel vuoto. Di colpo la
foresta oscura e la selva di lame intorno a s gli era apparsa di nuovo davanti agli occhi. Se deve
essere cos, allora sar io a far s che accada anche questo! esclam, davanti a Miguel sempre
pi sconcertato.
Ormai le ombre della sera avevano invaso la sala, ma il duca aveva ignorato la lucerna che giaceva
sul tavolo. Le lettere dello scritto che continuava a stringere tra le mani andavano ormai
confondendosi in una nebbia indecifrabile, ma il senso di quel messaggio cifrato era scolpito a
fuoco e la sua mente continuava a vederlo distinto e intellegibile come nelle ore in cui era stato
recapitato nelle sue mani.
Era immerso in una sorta di sospensione assoluta dei sensi. Nemmeno una voce dal cortile del
castello sembrava raggiungerlo, nonostante fosse in corso un rumoroso arrivo delle artiglierie che
aveva dato ordine di riunire, in vista della riconquista di Urbino.
Nei suoi disegni, l'ingresso in quella citt riottosa questa volta sarebbe stato ben diverso dal
precedente. In quell'occasione aveva dimostrato la clemenza del primo Cesare, la sua stessa
generosit per i vinti. Ma ora quel popolo ingrato avrebbe conosciuto lo stesso colpo di grazia con
cui l'espada finisce il toro nell'arena. Avrebbe infisso la sua lama nella rete di vie e piazze che
costituivano il corpo della citt con la stessa forza con cui aveva tante volte affrontato i tori nelle
corride improvvisate per lui e i suoi uomini nella piazza di San Pietro, senza alcun ritegno del
sangue sparso sul lastricato, fin sulla soglia della chiesa del principe della Chiesa.
Voleva non lasciare pietra su pietra, a cominciare dal palazzo tanto lussuoso che Federico da
Montefeltro si era fatto erigere per i suoi ozi sontuosi.
E ora quel messaggio, che veniva a sconvolgere tutti i suoi piani! E che confermava la congiura
e il tradimento dei suoi condottieri, come gli era stato anticipato dall'ambasciatore fiorentino.
Appallottol con rabbia il foglio, e stava per lacerarlo in frammenti quando la guardia alla porta
richiam la sua attenzione con un tocco deciso.
Chi osa? esclam il duca scattando in piedi e portando la mano alla spada, quasi considerasse
quel rumore il segnale di un attacco dall'esterno.
Duca, l'architetto militare  stato annunciato alle mura, e chiede udienza, rispose la guardia,
intimidita dall'inattesa reazione.
Davvero? rispose il Borgia. Sembrava improvvisamente sollevato. Conducilo subito da me. E
dai luce alla sala, porta candele! Quell'uomo porta la luce con s, e voglio che ci sia luce ad
accoglierlo!
Avete parlato di luce, duca, disse Leonardo. Era apparso sulla soglia, vestito dello stesso abito e
con i lunghi capelli biondi raccolti nella stessa berretta con cui Cesare lo aveva visto la prima
volta, a Milano.
Si guard intorno, socchiudendo le palpebre per orientarsi nella semioscurit della stanza, poi
torn a fissare il condottiero. E lodato la mia arte, e ve ne sono grato. Vi ritrovo nel buio, invece
che nella gloria della vittoria, aggiunse con aria interrogativa. Ma forse  giusto che sia cos. Se
ogni mio sforzo mira a fermare proprio quella luce del mondo sulla mia tela, la vostra non mira
invece ad accecare nella tenebra la vista del vostro nemico? Io convoco l'uomo per ammirare la
mia opera nel chiarore, mentre voi lo affrontate nella notte, confidando nella sua cecit.
Eppure, maestro, esiste una pari luminosit nella tenebra, mormor Cesare. Sembrava
soprappensiero, come se stesse seguendo un ordine di considerazioni che non fossero
perfettamente chiare, ma che prendessero corpo nella sua mente a mano a mano che vi si
inoltrava. Come tante volte gli era occorso durante la lotta, quando alla testa dei suoi si era
inoltrato in un terreno sconosciuto, stendendone la mappa ad ogni passo successivo, consapevole
soltanto di ci che lasciava alle spalle e cieco verso le incognite davanti. Ma non badate, vi prego,
a questi miei umori. Il momento  difficile, percorro un crinale ove  possibile sia salvarsi che
precipitare, e tuttavia sospendiamo le cure in attesa degli eventi. Dunque, maestro Leonardo,
avete percorso le mie terre, e certo ascoltato cento voci. Che si dice di me tra i sudditi del mio
regno?
Voi chiamate sudditi uomini e donne che fino a poche ore fa erano sudditi di altri signori,
rispose cauto l'artista. Non vi parr quindi strano che in molti d'essi alberghi ancora rimpianto
per i passati sovrani. Direi, sommando le cose, che chi ebbe bene dal passato vi teme, e chi invece
ne ebbe male vi loda, e spera in voi. Com' d'uso nelle umane coscienze, del resto.
Cesare Borgia accenn a un sogghigno. Com' d'uso nelle umane coscienze, avete detto bene.
 soprattutto la pochezza delle anime che mi circondano il mio peggior nemico. I loro piccoli
desideri, la loro incapacit di comprendere il grandioso disegno che intendevo condurre a
termine.
Un disegno, duca?
Riunire tutte queste terre sparse della vessata Italia in un unico regno, forte tanto da scrollarsi
dalle spalle ogni straniero, siano gli spagnoli miei avi, siano i francesi che ora imperversano nelle
nostre case. Un'impresa maestosa, ma dura, lo sapevo bene. Camminando per questa terra in
lungo e in largo ho incontrato citt e repubbliche, e contee e principati e regni, e signorie deboli e
forti, ma tutte ben gelose e orgogliose del loro essere. E gli abitanti di questa terra, lombardi e
veneziani, e fiorentini e napoletani, e gi fino al pi remoto villaggio. Neppure a Roma v' pi
memoria di quando la penisola era stretta in un unico pugno e la parola Italia era fonte d'orgoglio
presso le genti barbare. Ma  questo che volevo, e voglio tuttora disperatamente, anche se forse
sar un altro a cogliere la palma del trionfo. Questo io vedo, se fisso gli occhi sul lontano
orizzonte. Cesare si avvicin alla finestra, ponendosi a osservare il panorama delle verdi colline
che si perdeva in lontananza. Come voi vedete la vostra opera gi nel bianco della tela. Perch
essa  impressa, compiuta e perfetta, nella vostra mente, cos io conosco in tutti i particolari la
mia. E mi adoperavo perch prendesse corpo nel tempo e nello spazio, cos come voi vi adoperate
a darle forma con i colori.
Volevate riunire l'Italia tutta, duca?
S, quell'Italia che risuona congelata nei monumenti e nelle lapidi che l'antica Roma ha
disseminato ovunque, a riprova che un tempo questa terra  stata una.
Io non sono uomo di studi, ben lo sapete, e a stento ho potuto comprendere lo scritto sulle
tavole di marmo che i nostri antenati hanno apposto ovunque. Ma anche coloro che pi di me
sanno, e ben comprendono, non traggono da quelle antiche parole la lezione che sembrate trarne
voi.
Cesare spazz l'aria con un gesto della mano, quasi a voler chiudere il discorso. Forse avete
ragione. Forse ho preteso troppo. Io, un barbaro, ho provato per questa terra lo stesso amore e
attrazione che altri stranieri avvertirono prima di me. Volevo gloria, ricchezza, potere, instaurare
una dinastia che eternasse il mio nome: ma tutto questo sarebbe niente senza quell'amore che d
forza a tutte le altre passioni che mi possiedono.
Amo sentire questo. E forse la mia opera potr ancora giovarvi, disse Leonardo. Poi alline
sul tavolo tre grandi fogli coperti di disegni, abbozzi, schemi, particolari di macchine sconosciute,
tratti di fortificazioni con angolature di terrapieni e piazzeforti mai visti prima, di corazze di nuova
concezione, di nuovi tipi di archibugio e di cannoni con rivoluzionari sistemi di carica dal retro
della culatta. Una miriade di schemi di costruzione, dettagli e figure umane, brani di scrittura
incomprensibile, mescolati tra di loro in una forma che suggeriva sia un turbine di idee sia la
complessit della loro realizzazione.
Una foresta confusa di intuizioni folgoranti e di meditate riflessioni, in cui solo la mente del
maestro poteva orientarsi.
Il condottiero poteva soltanto intuire l'importanza di quello che aveva di fronte. Allung la mano
verso uno dei rotoli. Le meraviglie che avete portato con voi sono troppo innanzi per questa
terra! esclam, con gli occhi illuminati da un nuovo entusiasmo. Ascoltate! C' una nuova terra,
con altri popoli da riunire e dominare. Al di l del mare, forse mi attende nelle nuove Indie quel
regno che l'Europa mi rifiuta. Venite con me, io sar la spada e voi l'architetto. Edificherete
castelli e intere citt e infine la mia capitale con i suoi templi! Avrete stuoli di schiavi per la vostra
opera, per erigere muraglie immani come quelle che i viaggiatori hanno visto nelle sabbie
dell'Egitto, e oro per rifare cavalli come quello che avete perduto a Milano!
Tutto quello che ho progettato  perfettamente realizzabile, replic Leonardo. Qui e ora,
senza necessit di emigrare oltremare. Anche la macchina volante che vi propongo, con cui
potrete estendere i vostri domini nell'aria e di l colpire i vostri nemici, seguit, indicando un
gruppo di fogli.
Incredulo, Cesare si spinse in avanti per osservare meglio, ma dalle carte continuava a emanare
un senso di caos che lo abbagliava. Scorse rapidamente con lo sguardo tra i particolari di un'ala,
uccelli in volo ritratti in varie posizioni, schemi di corde e carrucole e ruote dentate e cerniere tra
elementi mobili, fino a giungere all'ultima, della stessa natura confusa e incomprensibile delle
precedenti. Era frastornato, quando not l'angolo di un ultimo foglio che spuntava da sotto.
L'architetto non sembrava prestargli attenzione. Ma come spinto da una forza esterna il duca
allung la mano e lo estrasse da sotto l'altro che lo nascondeva.
Sul foglio era tracciato a sanguigna un volto di una grande bellezza. Era il ritratto di una donna,
ma trasformato dall'arte di Leonardo in qualcosa di diverso, di natura angelica. I tratti sensuali
erano velati, le forme sottilmente alterate fino a sfumare la prorompente affermazione del suo
sesso in qualcosa di pi incerto e ambiguo, riassunto nella profondit dello sguardo.
Cos' questo, maestro Leonardo? chiese Cesare, senza distogliere gli occhi dal disegno.
Ricordava quella stessa immagine che l'artista aveva inciso nel legno del tavolo durante il loro
precedente incontro. Ma che adesso rifulgeva della preziosit di dettagli che il tratteggio
magistrale le aveva conferito, fino a farne una cosa viva.
L'artista si volse a sua volta. Per un attimo sembr contrariato, ma subito assunse
un'espressione indifferente. Ah, quello. Una prova, uno schizzo per qualcosa di pi grande, che
pensai mesi or sono. Non credevo che fosse finito tra gli schemi della guerra, perdonatemi.
Capisco, fece il duca, tornando a prestare attenzione ai progetti. Ma subito il suo sguardo
corse ancora al ritratto.
Vedo che siete molto attratto da quella mia piccola opera, disse a bassa voce Leonardo. Al
punto di trascurare il resto del mio lavoro per voi.
Non vogliatemene, maestro, mormor a sua volta il duca. Ma c' qualcosa in questi tratti
che avete segnato di scarlatto, qualcosa che... Il duca si interruppe, come se non trovasse le
parole per esprimere esattamente il suo pensiero.
... come se quel volto vi ricordasse qualcuno?
S, qualcuno che forse ho incontrato in un tempo e in un luogo che la mia mente ha rimosso... e
non capisco come sia stato possibile, vista la bellezza della modella. Forse potreste aiutarmi a
ricordare, maestro Leonardo, se mi rivelaste il suo nome.
Leonardo accenn a un sorriso. Vorrei potervi aiutare, ma il vostro sconforto  il mio stesso.
Che intendete dire? reag sorpreso il duca.
Anche io ho visto questa donna in un tempo e in un luogo che la mia mente non ricorda. Non
so chi essa sia, n qual sia il suo nome. Solo che essa  esistita, e forse esiste tuttora.
Un medesimo fantasma ha percosso l'animo di entrambi? E dove e come questo sarebbe stato
possibile?
Un fantasma di donna che deve aver attraversato entrambe le nostre strade sulla terra.
Certo non nei giorni recenti, n in occasione del nostro incontro in Milano. E allora quando?
insistette il duca.
Prima ancora che tutto questo avvenisse.
Prima? Prima... Forse avete ragione, maestro. Ognuno di noi porta nel profondo dell'animo un
prima che la natura successiva si affermi. Prima che corpo e mente si incamminino lungo la strada
che conduce verso il femminile o il maschile. Una strada che ci appare diritta una volta percorsa,
ma che invece  forse pi accidentata di quanto non si creda. Per questo talvolta i due elementi
divergono sul cammino, e un animo femmineo si scopre prigioniero di membra formate per
accogliere altro spirito. Queste allora si addolciscono, fino a ridurre e talvolta annullare ogni
differenza.
Vero, duca, disse Leonardo, dopo una breve esitazione. Osservava anche lui il disegno con
un'espressione interrogativa, quasi che non ne fosse l'autore e lo vedesse per la prima volta. Gli
antichi dettero il nome di androgino a questa condizione. Ma quanto a questo disegno, credo che il
suo effetto su entrambi sia legato a qualcosa di pi profondo. Forse al primo volto che il raggio
della luce incise nel nostro essere...
Credete che questo volto sia quello di mia madre? replic perplesso il duca. E della vostra?
Non come esse sono, ma per come le videro i nostri occhi nella prima confusione, nello
sconvolgimento del loro aprirsi sull'infinita mutevolezza delle cose. S, credo che questo vedemmo
entrambi...


Capitolo 30.

Un uomo si fece avanti nella stanza in penombra. Padrone, c' qualcosa che dovete sapere
subito, qualcosa di importante!
Cosa, Miguel? rispose Cesare, distraendo appena lo sguardo dalla carta su cui aveva meditato
per ore. Che cosa?
Questo! Un messo  appena giunto da Roma, con questa nuova da parte di vostro padre.
Che vuole il bastardo? chiese ancora Cesare, senza accennare a voltarsi.
La Curia ha raccolto denari e arruola uomini, che invier in vostro soccorso.
Cesare si alz di scatto e strapp il messaggio dalle mani dell'altro. Il pesante sigillo in piombo
cadde sul pavimento con un tonfo sordo, mentre lui scorreva avidamente le righe scritte in
elegante latino curiale. Seimila lance... tante ne promette... se davvero giungessero in tempo...
mormor tra s. Dov' il messo? Portalo subito qui!
Dopo qualche istante, Miguel de Corella torn in compagnia di un uomo ancora trafelato dalla
lunga corsa, con gli abiti inzaccherati di fango.
Vieni da Roma? esclam Cesare, facendoglisi incontro. Dimmi che succede, esattamente!
Il papa ha requisito i beni di alcune case nobili e di alcuni cardinali... Ha sparso la notizia che
si cercano lance, e uomini cominciano ad arrivare da pi parti...
Cominciano?  troppo tardi! replic Cesare con un gesto rabbioso. Occorreranno settimane
perch siano in linea...
Temo che abbiate ragione, padrone. Non sar cosa da poco armarli e condurli sin qui, osserv
Miguel.
A meno che... Forse ho un'idea, mormor Cesare, fissando nel vuoto. Un'idea di grande
bellezza... Soprappensiero si accarezz una guancia, ma ritrasse subito le dita per il bruciore
suscitato dal tocco. Con una smorfia rabbiosa i suoi occhi corsero sul messo, che era restato in
attesa di ordini. Recati nelle cucine e fatti dare da mangiare. Avrai poi un letto, voglio che tu sia
ricompensato per la tua impresa.
Con un profondo inchino il messo si avvi verso l'uscita.
Seguilo, e assicurati che non possa parlare con nessuno. Nessuno deve conoscere quello che
avviene a Roma, disse Cesare rivolto a Miguel, quando l'uomo fu sparito.
Non deve... mai pi? chiese il valenziano, in tono ambiguo.
Fa' come credi. Che si sappia solo che  giunta una missiva da Roma, non altro. Faremo
circolare poi qualcosa di leggermente diverso. In modo che arrivi anche agli orecchi di quei
bastardi che congiurano contro di me. Ho avuto un'idea, ti dico.
Che avete intenzione di fare, padrone?
Cesare Borgia continuava a fissare nel vuoto con aria assorta, sprofondato nel suo scranno.
Ora so cosa, disse, rialzando di colpo la testa. Ti ricordi di come le nostre genti giostrano con i
tori, l in Catalogna?
Certo, ma... balbett il valenziano perplesso.
Allo stesso modo giostrer con i miei nemici, replic sibillino il condottiero.
Nella sua mente un trionfo di immagini era tornato vivido, come se improvvisamente intorno a lui
si fosse acceso di nuovo un lontano giorno d'estate a Roma.
Tutti gli ingressi alla piazza di San Pietro erano stati sbarrati da corde e staccionate provvisorie,
e la facciata della basilica protetta da balle di paglia. Dalla parte di Borgo era stata creata una
sorta di stalla, dove erano stati condotti i tori dall'Agro, che sarebbero serviti per la caccia .
I butteri che li avevano guidati lottavano per evitare che si scagliassero l'uno contro l'altro,
dopo averne aggiogato le corna con gli opportuni legacci. Erano bestie giovani, di peso non
eccessivo ma scalpitanti, come se fossero ansiosi di scatenarsi nella lotta.
Dall'alto del palazzo vaticano, il giovane cardinale si affacci per farsi un'idea complessiva di
quello che lo aspettava. In basso la piazza di San Pietro, un vasto quadrato di terra battuta che si
estendeva verso il Tevere, non ricordava certo un'arena, chiuso com'era su tre lati da modeste
casupole. Ma la massa di popolani che si era radunata di buon'ora per assistere alla lotta con i tori
ricreava perfettamente l'atmosfera di eccitazione che sempre si accompagnava con quel genere di
spettacolo.
Cesare non era mai stato in Spagna, terra d'origine della sua famiglia e dove era diffusa pi che
altrove la tauromachia. Ma quello che ne aveva sentito narrare da suo padre, e poi dai prelati e
dagli armigeri venuti a Roma con lui, gli aveva risvegliato il desiderio di provarsi anch'egli con
quella pratica rischiosa, che spesso mieteva vittime.
Quando aveva annunciato al papa l'intenzione di misurarsi nella prossima caccia, Rodrigo gli
aveva dapprima negato il permesso con sdegno. Siamo regnanti, noi Borja, non saltimbanchi per
lo spasso della plebe. E non ti ho conferito la porpora cardinalizia perch tu la insozzi del sangue
di quelle bestie. O del tuo, figlio mio.
Forse per la prima volta gli era parso di avvertire un fremito nel tono paterno, una commozione
che l'uomo non aveva mai manifestato nei suoi confronti.
Voglio farlo, padre. Questo popolo che ci ha accolto, ma non ci ama, deve imparare a
rispettarci. Tu hai sulla tua testa la mano di Dio, che ti sostiene la corona. Ma io dovr reggerla
con le mie forze. I romani sono eredi di gente che ha sempre ammirato la forza. Dalle tue finestre
vedi la grande rovina del Colosseo: quella fabbrica ben pi maestosa di quelle dedicate ai loro di
non ti sembra la miglior prova del loro amore per i giochi? E nel sangue di quelli di oggi non
scorre nulla di diverso da quello dei loro antichi, anche se confuso e pervertito. Quando sar re
avr bisogno di quel sangue, e devo cominciare a eccitarlo da subito!
La corona, figlio mio? Non ti basta il galero di porpora con cui ti ho consacrato? aveva chiesto
meditabondo Rodrigo.  tuo fratello Juan che  destinato a regnare, dovresti saperlo.
Quello  il destino che tu hai scritto per me. Ma io voglio un cappello di oro e gemme, non di
feltro! E lo voglio nella terra dei Cesari, non come prebenda in qualche remota contrada della
cristianit!
Insolente! aveva esclamato indispettito Rodrigo, voltandogli le spalle. E allora vatti a
incanaglire nella piazza, se  questo che vuoi.
Cesare serr i legami del farsetto, per esser certo di non offrire alcuna presa alle corna
dell'animale, poi si volse verso il toro che sbuffava furioso a una ventina di passi scalpitando sul
terreno. In quel punto la piazza era lastricata, una sorta di guida verso la grande scalinata che
immetteva nell'atrio della basilica, stesa per facilitare l'accesso alle processioni di pellegrini. I
colpi di zoccolo erano talmente forti che gi un paio di pietre del selciato erano state divelte. Il
toro sembrava cercare qualcosa, poi di colpo volse la testa massiccia verso Cesare e, con un
ultimo colpo di zampa, cominci a muovere trotterellando verso di lui.
Il giovane attese che la bestia colmasse met della distanza che li separava, poi scatt di corsa
in avanti, diretto. Il toro sbuff potentemente dalle narici, e a sua volta caric con una velocit
insospettabile per la sua mole.
In un attimo i due avversari furono di fronte. Il toro abbass la testa per colpire dal basso verso
l'alto, secondo il suo istinto di natura. Cesare spicc un salto, passando tra le corna, si dette
slancio poggiando le mani sulla groppa dell'animale e atterr con un volteggio dietro di lui.
Trascinato dallo slancio e dalla sua stessa mole, il toro continu la corsa, prima di arrestarsi
contro una balla di paglia e voltarsi pesantemente indietro. Pareva disorientato, come se la
sparizione improvvisa della sua preda avesse sconvolto il modo dell'attacco impresso dalla Natura
nel suo cervello.
Ma subito l'istinto riprese il sopravvento, quando nel campo visivo della bestia torn la sagoma
di Cesare. Con un guizzo punt di nuovo verso di lui, agitando la testa e sbuffando.
Cesare si chin in ginocchio, senza accennare a scansarsi dall'attacco, tra le urla di
approvazione dei popolani assiepati tutto intorno. Attese che il toro fosse giunto a un paio di
braccia da lui, poi con uno scatto felino si port di lato lasciando che la bestia gli sfilasse di fianco.
Afferr saldamente uno dei corni con la destra e con uno slancio le balz in groppa, sdraiandosi
sul lungo dorso e completando la presa afferrandosi all'altro corno.
Il toro, sentendosi gravato da quel peso imprevisto, si piant sugli zoccoli, scivolando in avanti
di alcuni passi, poi si inarc sgroppando con tutte le sue forze. La grande massa scura reagiva
guidata dal suo istinto naturale, che certo doveva aver scambiato il suo corpo per quello di un
predatore che lo attaccava di lato. Aveva il peso enormemente superiore dalla sua, e replicava
quello che per millenni la Natura aveva insegnato ai suoi simili, cercare di scrollarsi di dosso il
nemico per poi calpestarlo con le zampe e finirlo a colpi di corna.
Ma il giovane resisteva. Aveva mutato posizione, sollevandosi e stringendo con le gambe i
fianchi dell'animale, che da parte sua continuava a correre imbizzarrito, scartando furioso e
urtando senza controllo contro le barriere poste a protezione degli spettatori. Cesare estrasse da
sotto il farsetto un lungo pugnale e prese a menare dei colpi ripetuti contro il collo della bestia,
cercando di resistere alle scosse mentre puntava a recidere i grossi vasi venosi.
Il toro continuava a correre, come se fosse invulnerabile ai suoi colpi. Ma la lunga scia scarlatta
che lasciava dietro di s, e gli zampilli che fuoriuscivano a ogni colpo, erano la prova che questi
erano andati a segno.
E la vista del sangue sembrava inebriare la folla che seguiva avidamente lo spettacolo. Da dietro
i ripari di balle di paglia, pi d'uno dei popolani si era fatto avanti, scavalcando l'ostacolo e
scendendo nell'arena improvvisata. Come se in qualche modo l'istinto di una caccia primordiale si
fosse risvegliato in quegli spiriti assopiti dal secolare dominio della Chiesa, non meno feroce delle
tirannidi antiche ma ovattato dai vapori di incenso e di cera.
Qualcuno di loro pi ardito si era azzardato ad accostarsi alla bestia, lasciandosi travolgere
dalla sua corsa folle, che pure andava a mano a mano perdendo di energia.
Poi di colpo il toro si immobilizz al centro dell'arena, piantato sulle quattro zampe massicce.
Un'immagine ancora di forza, con i getti di sangue che sprizzavano dalle ferite, come una delle
fontane di bronzo con cui i grandi romani avevano arricchito l'Urbe.
Sentendo l'animale ansimare sotto di s, Cesare si lasci scivolare a terra, proprio nel momento
in cui un nuovo fiotto di sangue sprizzava dalla bocca della bestia. L'animale volse appena la testa
verso di lui. Gli parve allora di leggere nel suo occhio non pi la ferocia n il dolore. Il grosso
bulbo scuro pareva improvvisamente dotato di una profondit straordinaria, una sorta di pozzo
oscuro dal cui fondo stava risalendo l'ombra della morte.
Il toro vomit ancora uno spruzzo di sangue, poi croll sulle zampe anteriori. Il corpaccio
sussult in un ultimo sforzo per rialzarsi, quindi si accasci agitando ancora per qualche attimo le
zampe in un moto convulso.
A quella vista gli spettatori che erano rimasti al di l dei ripari li superarono in massa,
riunendosi con quelli pi coraggiosi che gi erano venuti avanti durante l'agonia della bestia.
Snudati asce e coltellacci si avventarono sulla carcassa, ognuno alla ricerca di un brandello di
carne per s.
Cesare Borgia si volt disgustato e mosse verso l'entrata dei palazzi vaticani.
Cesare si riscosse, ancora preda di quel sogno a occhi aperti che si era impadronito della sua
coscienza, perdendosi nelle sue profondit. Lentamente il ricordo prese a disfarsi, come una nave
naufragata riemersa un breve attimo per la convulsione di un maremoto che abbia sconvolto il
fondale e, poi, tornata a sparire tra le alghe del tempo.
Ma ancora lo splendore di quella mattinata assolata, in cui il giovane aveva ucciso il suo primo
toro, sembrava riempire di luce la stanza, fino a un attimo prima immersa nella caligine della
sconfitta.
Il modo in cui aveva avuto ragione della bestia possente ora gli appariva l'unico utile per
liberarsi della nuova bestia che lo minacciava.
Avrebbe fatto avvicinare i traditori come quel giorno aveva lasciato che il toro giungesse quasi a
sfiorarlo, prima di colpire.
Metti in allerta quattro delle nostre migliori staffette, e prepara per loro i cavalli pi veloci del
maneggio. E convoca qui lo scrivano della truppa, immediatamente, dette ordine all'uomo di
guardia accorso al suo richiamo.
Nel giro di pochi istanti apparve sulla soglia lo scrivano, con sotto braccio la tavoletta e gli altri
attrezzi da scrittura.
Farete quattro copie di quanto ora vi detter. All'indirizzo dei quattro magnifici signori
Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, Francesco e Paolo Orsini, scand rivolto all'uomo, che
intanto stava sistemando sul tavolo i suoi strumenti. E che qualit delle pergamene e grafia sulle
carte siano di eccellentissima fattura, degne della corte di un re.
Poi si rivolse al valenziano, che aveva seguito muto la sua fantasticheria. E tu approntami i
miei abiti migliori e sontuosi. Che siano la mantiglia con cui li accecher.
La voce del condottiero scandiva lentamente il testo del messaggio. Pi volte si arrest,
correggendo qualcuno dei termini o modificando un'intera frase. Finalmente, a un'ultima rilettura
dello scrivano, parve soddisfatto. Vai, e cura che le missive partano subito.
Miguel de Corella attese che l'uomo si fosse allontanato. Avete deciso di affrontarli? chiese
poi.
Affrontarli, mio buon Miguel? No, confrontarci, semmai. E ridurli con parole generose alla
ragione, e riportare amicizia tra noi. Questo  scritto nell'invito, rispose il condottiero, con un
sorriso sottile. A volte vale pi una buona parola che un grido di rabbia.
Spero che abbiate ragione, padrone.
Da' ordine ai nostri che si tengano pronti. Domani muoveremo verso Fano, e l attenderemo la
risposta. Poi, quando saremo certi del fatto nostro, convergeremo con tutta la forza su Senigallia,
dove si terr la riconciliazione.
Nella rocca?
V' posto pi adatto?


Capitolo 31.

Senigallia,
tarda sera del 31 dicembre 1502.
La luce della candela bastava a stento a rischiarare l'ampia sala ricavata a met di uno dei torrioni
laterali della rocca.
L'uomo all'interno era intento a chiudere con una cinta di cuoio la seconda di due sacche da
viaggio. La sollev con una mano, come per saggiarne il peso: la cavalcatura non avrebbe avuto
difficolt a trasportarla appesa alla sella. In fondo, il suo contenuto non era costituito che da
alcune boccette di colore e di olio per la mescola, e un gran numero di fogli di carta arrotolati.
Come del resto l'altra, in cui aveva chiuso il poco vestiario che lo aveva accompagnato nella sua
missione.
Volse lo sguardo intorno, per assicurarsi di non aver dimenticato nulla. Ma subito si arrest, con
un sussulto. La porta si era aperta, ruotando silenziosa sui cardini ben oliati, e una figura era
apparsa sull'uscio. Per un lungo attimo il nuovo venuto rimase immobile e in silenzio, poi mosse un
paio di passi verso l'interno, esponendosi al raggio della candela.
Vedo che siete in procinto di partire, maestro. Il suo tono era cortese, anche se velato da
un'ombra di rimprovero. Rimprovero che non sembrava dettato da ira, ma piuttosto da una sorta
di dolorosa sorpresa.
Credo che l'ora del commiato sia giunta, duca, mormor Leonardo. Le nostre strade si
dividono, ognuna diretta verso la meta che ci assegna Natura. Voi a fare la storia con il ferro, io a
rappresentarla sulle tele.
O forse ad affrontare di nuovo gli uomini, replic cupo Cesare Borgia. Voi a renderli
immortali con il colore, io a spegnerli con il ferro. Voi il peggior nemico della morte, io il suo
alfiere.
Il tempo render pari le nostre opere, comment amaramente l'artista. Quando il colore dei
miei dipinti sar stato dilavato dalle stagioni, e nuovi eserciti avranno cancellato sotto gli zoccoli
dei loro cavalli le tombe delle vostre vittime, quale differenza rester tra la vostra distruzione e la
mia arte? Saremo eguali nella gora morta dell'oblio, due nomi nudi, due fiati nel nulla.
Un pallido sorriso arricci per un istante le labbra del duca. Ma nel grande lago di luce della
coscienza di Dio, maestro, in quell'eterno registro quei nomi resteranno. E nulla potr cancellare
ci che  stato. Gli uomini si dimenticheranno di noi, ma Dio? Il suo giudizio non ci accompagner
fino alla fine dei tempi?
Certo, sar cos, rispose asciutto Leonardo.
E allora voglio che Dio aggiunga ancora qualcosa a quello che la sua mente ricorder di
Cesare Borgia. Restate, maestro. Questa  la notte dove un anno finisce e un altro ha principio. E
nel mezzo verr un'ora magica, la mezzanotte.
Perch magica?
Come nello sguardo delle vostre pitture, quella straordinaria sospensione dei sensi che solo la
vostra arte riesce a fermare. Nella mezzanotte dell'ultimo, passato e futuro si fondono, e il tempo
 insieme nuovo e antico. Da sempre i maghi mi hanno insegnato che in quell'ora possono
avvenire cose straordinarie, seguit Cesare.
A mano a mano che le parole fluivano dalle sue labbra, il tono della voce si era fatto sempre pi
freddo. L'iniziale cortesia che Leonardo aveva avvertito sembrava del tutto scomparsa, sostituita
da un imperativo minaccioso.
Eppure l'artista non reag con preoccupazione. Sentiva nell'animo invece farsi strada un vivo
senso di curiosit, sostenuto dallo strano fascino che scaturiva dalla figura del duca.
Nella luce incerta della candela, ogni traccia del morbo che lo deturpava sembrava svanita.
Restava visibile solo un giovane corpo teso, un viso dal profilo scolpito da un gioco di luci e ombre
perfetto, qualcosa che aveva sempre inseguito nelle sue opere senza mai raggiungerlo a pieno.
Di colpo sent riaccendersi in lui una passione antica, coltivata nel segreto della sua anima e nei
bassifondi delle citt, una passione che sempre aveva tentato di esorcizzare riversando le fattezze
che lo ammaliavano nei volti dei suoi angeli, e abbracciando poi quelle tele nelle notti di
disperazione.
Un tremore improvviso perturbava le sue viscere, e si diffondeva in tutti i muscoli del corpo
come se nella sala si fosse abbattuta un'improvvisa ondata di gelo.
Ma invece del gelo era una vampata di calore che si stava impadronendo di lui.
Cesare Borgia osservava la reazione dell'uomo maturo davanti a lui. E forse doveva aver
avvertito qualcosa dei suoi sentimenti. Restate con me, maestro. C' qualcosa che dovete ancora
vedere. E che un giorno potrete ritrarre.
Che cosa? mormor Leonardo.
Il frutto dei vostri insegnamenti.
Il frutto...
Ho appreso molto dai nostri conversari, maestro. E soprattutto cosa sia il bello. Ricordate,
quell'affermazione di Leon Battista Alberti?
Esser ci cui nulla si pu aggiungere o togliere, a pena di indebolirne l'essere stesso? A questo
vi riferite?
Esattamente questo. Ho riflettuto a lungo su qual fosse il suo senso recondito. E credo di esser
giunto al fondo della questione. Stanotte assisterete al trionfo della bellezza, di cui nulla si pu far
di meglio.
Cosa avete nella mente, duca?
Una rappresentazione. In cui ogni attore reciter esattamente la sua parte, e ciascun
personaggio ricoprir un ruolo perfetto, replic Cesare, avvicinandosi di un paio di passi
all'artista.
Adesso Leonardo poteva quasi avvertire il calore del corpo dell'altro, che si comunicava al suo
come se le sue mani avessero preso a carezzarlo. Trasse un respiro profondo, quasi l'aria intorno a
lui si fosse rarefatta, soffocandolo. L'istinto gli gridava di allontanarsi, ma qualcosa di ancor pi
forte, pi profondo, lo costringeva a trattenersi. E quale dramma intendete mettere in scena? E
quali gli attori?
Cesare Borgia distolse gli occhi dall'artista. Contrasse le labbra, e lo sguardo vag sulle pareti
della sala, come se cercasse nell'intricato disegno dei mattoni della muraglia una risposta. Poi
torn a volgersi verso Leonardo. Un dramma? E perch non una commedia? Non v' forse
altrettanta bellezza nelle capriole dei buffoni che si contendono i sagrati delle chiese, e non sui
palchi coronati di alloro dei nobili teatri? E non v' forse altrettanta arte nelle maschere
grottesche in cui vi siete sbizzarrito nelle vostre sanguigne, di quanta non ne abbiate profusa nelle
vostre tele?
Certo, esiste anche una bellezza dell'orrido, ma...
Ebbene, volete vedere le maschere della mia rappresentazione? lo interruppe Cesare Borgia,
afferrandolo per un polso e trascinandolo verso una delle feritoie. Dovremmo esserci.
Leonardo segu il duca, fino a sporgersi insieme con lui dalla stretta fessura. Il contatto tra i
corpi gli procur un fremito, violento al punto che sulle prime gli parve che un velo nero gli fosse
calato davanti agli occhi. Ma era solo il buio della notte esterna, si rese conto dopo un attimo. Un
buio costellato da una miriade di punti luminosi, che in alcune zone si affastellavano gli uni
accanto agli altri, fino a formare una sorta di pozze di luce.
Ecco i miei condottieri, disse Cesare.
Leonardo segu la direzione indicata dalla mano del duca.
Ecco i miei attori.
I vostri attori?
Cesare Borgia si sporse ancora, lo sguardo fisso verso il basso, come se cercasse qualcosa nella
notte. Leonardo poteva scorgerne il profilo stagliato contro il cielo freddo e terso. Dove le stelle
vivide parevano riflettere come in uno specchio smisurato il pulviscolo di luci in basso.
Quelle luci sulla destra, disse il duca, indicando un gruppo di fiammelle riunite su una piccola
collina. Quello  il campo di Vitellozzo Vitelli, con le sue lance. Forse trecento uomini che gli
fanno di scorta, come la corona di un sovrano, seguit in tono ironico. E quelle laggi sono
invece le tende di Oliverotto da Fermo. Un uomo di valore, comment ancora, volgendosi verso
l'artista.
I loro nomi corrono per l'Italia, mormor Leonardo. Sono i gradi della scala su cui vi siete
innalzato.
 vero, replic asciutto Cesare. Ma a volte  la scala ad essere nobilitata dal passo di chi la
sormonta. Cosa sarebbero costoro se io non li avessi congiunti con me nella conquista di un
regno? Se il mio piede schiacciandoli non li avesse al contempo innalzati? Correrebbero l'Italia
offrendo le loro lance a qualunque manigoldo in possesso di un pugno di monete d'oro, appena
sufficienti a rattoppare le loro brache! Ma aspettate, la compagnia degli attori non  finita! Il
duca indic verso la parte opposta della campagna, dove altre luci brillavano, a forse mille passi di
distanza. E quello  il campo degli Orsini. Francesco e Paolo, che insieme vanno in guerra, alle
donne e ai conviti.
State per muovere guerra? Nuovamente?
No,  il termine ultimo dell'anno. Un anno di gloria, seppure con un'ombra in sul suo declinare.
Un'orbita che deve essere corretta, un termine che deve essere festeggiato con un convito
memorabile. A questo ho convocato i miei condottieri. E per questo vi chiedo di trattenervi,
maestro. Onorate la mia tavola con la vostra presenza. E chiss, aggiunse dopo una breve pausa,
forse potrette trarre dalla vista dei cibi che ho apparecchiato materia per la vostra arte.
Ho gi steso sul muro un'Ultima Cena... l'avete ben conosciuta.
Ma pare che i frati dell'oratorio non ne siano rimasti troppo soddisfatti... forse per la povert
della tavola che avete imbandito sul loro muro. Nella mia troverete forse pi di un suggerimento,
se mai foste chiamato a replicarne il soggetto. Ma, ecco, i nostri convitati si avvicinano, osserv
Cesare, indicando nella campagna piccoli gruppi di punti luminosi che si stavano allontanando
dalle macchie di luce.
Degli uomini con le loro lucerne erano in marcia verso il portale della fortezza.
Venite, maestro. Raggiungiamo il mastio,  l la sala dove accoglieremo i miei ospiti. Una sala
approntata di tutto il necessario.
Leonardo aveva seguito il duca lungo il camminamento sotterraneo, fino all'edificio centrale.
Cesare lo guid verso una lunga scalinata che conduceva al piano nobile della costruzione, dove in
seguito all'ultima ristrutturazione dei Malatesta erano stati ricavati gli alloggi del comandante
della fortezza e dei suoi familiari. Una seconda rampa in angolo, pi stretta e di materiali pi
poveri, saliva verso il sottotetto, riservato al personale addetto al servizio del signore del castello.
Leonardo avvertiva una sensazione strana, a mano a mano che proseguiva nel percorso. Un
senso di estraneit, cui non riusciva a dare corpo. Poi di colpo si rese conto da cosa nascesse
quella sensazione: la fortezza sembrava deserta.
Lungo tutto il cammino non avevano incontrato nemmeno un'anima. Eppure quella di Senigallia
era una delle principali rocche della linea difensiva di tutto lo schieramento del Valentino. Dove
erano finiti tutti i suoi armati?
Intanto Cesare Borgia aveva raggiunto una grande porta spalancata, al di l della quale si
intravedeva un'ampia sala dalle pareti affrescate, ma completamente priva di arredi a parte una
serie di alti sedili da parata, allineati lungo le pareti.
 qui che si terr il mio convito. Tra poco verranno messe le tavole, disse il duca, indicando
un angolo dove erano accumulati alcuni cavalletti e delle lunghe assi erette contro il muro. E poi
giunger la vivanda.
L'artista lo osservava perplesso. Cesare Borgia, fermo sulla soglia, continuava a fissare l'interno
della sala, senza accennare a entrarvi. I suoi occhi scorrevano da un punto all'altro, come se
stesse prendendo delle accurate misure delle sue dimensioni, o stesse decidendo dove collocare
gli scranni dei convitati.
Lo studio continu per qualche lungo attimo, poi il duca si volse verso il corridoio con aria
decisa. Avanti, provvedete!
All'ordine, usc da dietro l'angolo una mezza dozzina di valletti, che fino a quel momento
dovevano aver atteso in perfetto silenzio di essere convocati.
Sfilarono veloci davanti all'artista sorpreso e disposero in fretta i cavalletti in linea al centro
della sala, sovrapponendovi quindi le assi e coprendo il tutto con delle rozze tele di lino, che
parevano pi delle vele di galea che non delle raffinate tovaglie da convito.
Aspettiamo delle genti d'arme, maestro, disse il duca, come se avesse colto la silenziosa
considerazione di Leonardo. Si troverebbero in imbarazzo a doversi misurare con gli eccessi di
una corte. Meglio questa robusta tela di Fiandra, per la bisogna.
Certo, capisco... I vostri invitati stanno arrivando, credo, osserv Leonardo, avvertendo un
certo trambusto verso il fondo della scala.
Abbiamo tempo. Stanno scendendo ora di cavallo, nel cortile, e affidando le bestie ai miei
stallieri. Venite, maestro, vi ho riservato il posto d'onore.
L'artista fece per muovere un passo verso l'interno, ma un gesto di Cesare lo arrest. Invece di
invitarlo ad entrare, il duca si era voltato e gli aveva fatto cenno di seguirlo lungo il corridoio che
costeggiava all'esterno la lunga parete della sala.
Dopo un attimo d'esitazione, Leonardo lo segu. Ora non capiva pi che cosa avesse in mente il
duca. L'altro procedeva a passo rapido, fino a raggiungere una porticina sul fondo. L'apr, agendo
sul semplice saliscendi di ferro, ed entr nel nuovo piccolo ambiente, facendo ancora un cenno
all'artista.
Leonardo entr in quello che era poco pi di un ripostiglio, intriso di un forte odore di chiuso e
di polvere. La condizione delle muraglie lasciava pensare che fosse un angolo della torre
originaria, incassato poi in quel modo nell'ampliamento dei Malatesta. Non aveva alcuna presa di
luce, a parte una stretta fessura in alto, a un buon braccio sopra le loro teste.
Ecco, disse il duca. Qui godrete di tutto, del convito e dello spettacolo.
Qui? balbett Leonardo, sconcertato. Si guard intorno, in cerca di una spiegazione. In giro
non v'era nemmeno uno sgabello, soltanto una rozza scala a pioli appoggiata in un angolo.
Salite a quella feritoia, maestro. E attendete. Lo spettacolo che vi ho promesso non tarder.
Nella voce di Cesare c'era qualcosa di suadente e minaccioso allo stesso tempo. Una dolcezza
mielata nell'invito, che pareva irresistibile. Come in un sogno, Leonardo sal uno dopo l'altro i
pioli, fino a giungere con gli occhi all'altezza della feritoia.
La fessura dava sulla sala che avevano visto poco prima. Doveva essere nascosta tra i colori
degli affreschi, per non averla notata.
Ora nella sala le tavole erano state coperte dai teli, e sopra vi rilucevano le stoviglie di stagno,
predisposte per almeno una mezza dozzina di convitati. Anche le alte sedie di legno erano state
recuperate dalle pareti e disposte lungo il lato lungo delle tavole.
Volete che io resti qui? chiese, abbassando la testa verso il duca.
S. La vostra pazienza verr compensata.
Ma perch? Che cosa vi apprestate a servire?
Qualcosa di abbagliante. Una manifestazione di quella sublime bellezza di cui abbiamo parlato,
che  bene contemplare da lungi. Per questo vi ho riservato questa vedetta privilegiata.
La bellezza...
 certo, quella vedrete. Ma ora  tempo di separarci. La rappresentazione ha inizio.
Leonardo osserv interdetto il duca che si allontanava lungo il corridoio. Si chiedeva il perch di
quello strano ordine, perch di un ordine s'era trattato senza possibilit di dubbio. Formulato in
quel tono mielato che, come aveva ormai imparato, la voce di Cesare Borgia assumeva per
paradosso proprio nei momenti di maggiore tensione. E per questo difficile da contrastare.
Super il desiderio istintivo di tornare in fretta nel suo alloggio nella torre, raccogliere il poco
bagaglio e allontanarsi da quel senso di minaccia che sentiva aleggiare tutto intorno. Contro
quell'impulso combatteva nel suo animo un'altra forza segreta, quella curiosit per i fatti degli
uomini e le forze della Natura che li governano che aveva animato tutta la sua vita. E che ora
tornava ad afferrarlo prepotentemente, spingendolo ad avvicinare di nuovo gli occhi alla feritoia.
Sotto di lui, come se un misterioso capocomico avesse dato l'ordine di iniziare la
rappresentazione, la sala andava popolandosi di personaggi di una sorta di rappresentazione
guerriera.
In fila, uno dopo l'altro, avevano fatto la loro apparizione i maggiori condottieri al servizio del
duca, ciascuno accompagnato da due uomini. In apparenza attendenti al servizio dei loro signori,
ma il luccichio del metallo che qua e l faceva capolino da sotto le livree lasciava intuire come il
loro compito fosse piuttosto quello di proteggere in armi i personaggi maggiori, vestiti invece dei
sontuosi abiti di gala adatti a un convito di corte.
Abiti che pure nel loro splendore di ricami e di intarsi dorati sembravano male adattarsi ai corpi
di chi aveva scelto di indossarli, corpi ampi e muscolosi, segnati dai colpi delle tante battaglie e
dalle intemperie delle tante notti all'addiaccio.
Leonardo conosceva quegli uomini, per averli incontrati almeno una volta nel corso della sua
ricognizione delle fortezze conquistate dal duca. Il primo che aveva fatto il suo ingresso era stato
Vitellozzo Vitelli, con il suo volto squadrato, che ricordava quello di un imperatore romano dei
secoli della decadenza, forte ma segnato dalla lussuria di un temperamento dominato da tutti i vizi
che la carne eredita.
Senza incertezza era andato a sedere in testa alla tavola, seguito dai due uomini di scorta che si
erano disposti alle sue spalle a braccia conserte.
E subito dietro di lui era entrato Oliverotto da Fermo. Certo una dimostrazione del suo rispetto,
per essergli stato Vitellozzo maestro di arte guerresca, e insieme anche di ruberie e misfatti. Una
scuola di cui Oliverotto era stato buon allievo e i cui segni uno sguardo attento avrebbe potuto
facilmente scorgere nei tratti volpini del volto. L'uomo si era seduto accanto al maestro e
protettore. E anche alle sue spalle si erano schierati due uomini armati.
Quindi avevano fatto il loro ingresso i due Orsini. Francesco, duca di Gravina, il pi giovane,
ancora ai primi rudimenti nel mestiere delle armi, ma gi alla guida di una propria condotta, in
ragione del nome altisonante di cui si vantava, seppure appannato dal marchio di bastardo che gli
gravava addosso. A differenza dell'altro Orsini, suo cugino Paolo, principe di Mentana e padre
della sposa di Vitellozzo. Un uomo anziano, ma ancora formalmente a capo delle milizie arruolate
in suo nome, che continuava a guidare attraverso i luogotenenti sul campo.
Anche loro si erano seduti, dalla parte opposta del tavolo, di fronte ai primi due. E anch'essi
avevano schierati alle loro spalle i rispettivi uomini d'arme.
Sul fondo della sala, quattro fanciulle vestite di bianco, e con delle corone di fiori campestri
intrecciati tra i capelli, erano intente ad accordare i liuti che riposavano sulle loro ginocchia.
All'ingresso degli uomini, come ad un ordine silenzioso, presero a pizzicare le corde degli
strumenti, intonando nello stesso tempo con voci aggraziate una composizione per quattro voci.
El grillo  bon cantore
che tiene longo verso
Dale beve grillo canta
El grillo  bon cantore
Dov' il nostro anfitrione? chiese infastidito Vitellozzo, sovrastando con la sua voce possente il
canto delle fanciulle. Si guardava intorno con aria sospettosa. Perch non  qui ad accoglierci? E
poi qual senso hanno quelle cantatrici che ci ammorbano gli orecchi con le loro lagne? Siamo
uomini di guerra, non damerini.
Anche Leonardo si era spinto il pi possibile verso la feritoia nel tentativo di abbracciare con
l'occhio tutta l'estensione della sala. Sul fondo poteva scorgere un angolo della porta, che restava
vuota.
Non mi piace, non mi piace affatto, disse il vecchio Paolo Orsini, dimenandosi sullo scranno.
Forse faremmo meglio a tornare dai nostri uomini. E poi...
E poi cosa, principe? chiese Oliverotto, lanciando una rapida occhiata agli uomini alle sue
spalle.
Giusto. E poi cosa, amici miei? risuon una voce inconfondibile.
Dal suo nascondiglio, Leonardo allung il collo allo spasimo. Sull'angolo estremo della sua
visuale era apparso un uomo, vestito di un elegante farsetto nero impreziosito da ricami in filo
d'argento. In testa calzava un ampio cappello piumato alla spagnola, anch'esso nero. E una
maschera di velluto nero gli nascondeva il volto.
Cosa, amici miei? ripet la voce, con quel tono suadente che Leonardo aveva ormai ben
imparato a conoscere. Non disdegnate questi ameni canti che vi offro, la rudezza delle armi non
deve cancellare mai gentilezza di costumi. E son certo che nel vostro profondo, a tempo debito,
una frottola ben offerta non potr che rallegrarvi. Il grillo di cui udite  bestiolina di buona
fortuna, nel calendimaggio gli amanti ne fanno dono alle amate. Prendetelo dunque come un mio
pegno d'amore, come fossi spirito amante.
L'uomo dal volto mascherato risal a passo deciso lungo il fianco della lunga tavola, passando
dietro le spalle dei due cugini Orsini e chinando leggermente il capo in segno di saluto quando fu
all'altezza del pi anziano. Quindi prosegu verso lo scranno rimasto libero al capo tavola, coperto
da un ampio drappo di velluto anch'esso nero.
Lentamente si sedette, poi con un gesto teatrale allarg le braccia, mostrando ai presenti
entrambe le palme vuote delle mani. Questa  la notte della nostra riconciliazione, amici. Non c'
nulla di cui dobbiate temere. Ma pure capisco il timore che possa albergare nel cuore di alcuno di
voi, per le passate incomprensioni. E non m'offende che abbiate deciso per il corteggio dei vostri
sergenti.
I presenti si scambiarono una rapida occhiata, incerti su chi dovesse prendere la parola per
rispondere. Ma prima che qualcuno dei quattro riuscisse a farlo, l'uomo con la maschera riprese:
 la fine dell'anno, e sar anche la fine della nostra discordia.
Ma perch celate il vostro volto? chiese finalmente Paolo Orsini.
Per rispetto della vostra presenza. Il perfido mal francese si accanisce contro me, e a tratti
emerge con segni sul mio volto. E non voglio che una visione sgradevole turbi l'amenit
dell'occasione.
Non siamo damerini, duca, ribad Vitellozzo con un'alzata di spalle. E certo non ci turberemo
per le conseguenze di una scopata infelice, di cui ora pagate il fio, aggiunse con uno sghignazzo,
roteando lo sguardo in giro, alla ricerca del consenso degli altri.
Un mormorio divertito dimostr che il risultato era stato ottenuto, soprattutto presso gli uomini
di guardia dietro gli scranni.
Anche Cesare Borgia aveva accennato a un sorriso che gli incresp le labbra, l'unica parte del
volto visibile al di sotto del velluto nero. Avete ragione, la lussuria spesso si paga a duro prezzo.
Questo dice sempre Sua Santit mio padre. Uno scoppio di risa, questa volta fragoroso, fece
seguito alla frase. Ilarit cui anche il duca si associ dopo un attimo. E mio padre ne ha una
buona esperienza. Ma se dunque il mio aspetto non vi disgusta, ne sono ben lieto. Del resto cos',
o amici, il nostro aspetto, se non quel pallido riflesso del nostro essere pi profondo, che lo
specchio veneziano ci rimanda solo per lusingare la nostra vanit? Guardatemi allora, e non sia la
mia disgrazia apparente a celarvi la dolcezza dell'animo che sotto si nasconde.
Con un gesto secco, Cesare strapp via la maschera di velluto.
Un istante di silenzio imbarazzato fece seguito, rotto finalmente da Oliverotto. Non siete un bel
vedere,  certo, comment, arricciando il naso con ribrezzo, mentre gli altri si scambiavano
un'occhiata infastidita.
Ma dunque si dia inizio al banchetto, disse Cesare, battendo le mani. E tra le vivande e le
coppe si dia parimenti inizio alla composizione dei nostri dissensi. Che son certo son poca cosa, a
fronte dell'enorme premio che aspetta la nostra riconciliazione. Ma prima di tutto, una coppa di
quest'ottimo vino di Romagna.
Al segnale del duca, avevano fatto ingresso i valletti, che recavano dei grandi versatoi
d'argento. Una dopo l'altra riempirono le coppe dei presenti di un liquido spumoso color rubino,
poi si allinearono in attesa alle spalle dei convitati.
Cesare sollev la sua coppa all'indirizzo degli altri. Alle nostre fortune, amici. Le vostre e la
mia, che sono indissolubilmente legate.
Uno dopo l'altro i convitati lo imitarono, ma nessuno sembrava pronto ad avvicinare le labbra
alla bevanda. Tutti sembravano intenti a scambiarsi delle occhiate furtive, attendendo il primo che
avrebbe rotto gli indugi assaggiando il vino.
Di nuovo un sorriso sottile comparve sulle labbra del duca. Aspettate, propongo un gesto di
amicizia. Com' uso dei miei antenati di Catalogna, quando si vuol consolidare la fiducia
reciproca. Scambiamoci le coppe, dunque.
Il duca tese la coppa verso Paolo Orsini, che dopo una breve esitazione la prese, cedendo la sua
al cugino. Il passaggio seguit sull'altro lato del tavolo, finch Vitellozzo non ebbe passato la sua
al duca.
Cesare port alle labbra la coppa, ingollando un lungo sorso. Squisito, il meglio di queste
terre. Il meglio di quello che  e rester nostro.
Appunto di questo vogliamo parlare, duca, disse Vitellozzo, dopo aver bevuto anche lui.
Nostro? Nel tempo ultimo abbiamo avuto l'impressione che il regno che si va costruendo, con le
nostre lance e il nostro sangue, non sar per nulla nostro, bens avr un principe soltanto.
Voi, aggiunse aspro Oliverotto, che fino a quel momento era restato in silenzio.
Io? Mi lusingate, ritenendomi degno di una corona.
Non  lusinga, ma preveggenza, mormor Paolo Orsini, sorseggiando a sua volta il vino. Non
siete stato del resto voi stesso a intestarvi per motto Aut Caesar aut nullus? Perch non
dovremmo credere alla vostra ambizione, se siete voi stesso a proclamarla? Eppure non erano
questi i patti che stringemmo!
Amici miei, quanto  lontano dal vero il vostro giudizio. E come  ingiusta l'accusa che mi
rivolgete. Voi scambiate il carattere mio generoso e irruente per malizia, ma vi dar prova del vero
mio essere.
E come, duca? Non saranno parole e fiato di voce a convincerci!
Lo vedrete. Ma ora, amici miei, godete questa meravigliosa vivanda, approntata dalle mani del
cuoco mio pi abile. Una composta di fichi, cacio e miele, per addolcire le vostre bocche e rendere
pi dolci anche i vostri pensieri, replic Cesare, con un gesto rivolto verso la porta.
Immediatamente fecero il loro ingresso altri valletti, ognuno recante un piatto d'argento su cui
torreggiava la composta, che deposero davanti ai commensali, andandosi poi a disporre alle loro
spalle accanto ai coppieri.
Non esitate, amici! esclam Cesare, afferrando con la punta delle dita un boccone del dolce e
portandolo alla bocca. Poi lo mastic con piacere ostentato. Non avrete pi occasione di
sperimentare una simile prelibatezza.
Vitellozzo aveva seguito le sue mosse senza nascondere la propria diffidenza. Poi parve
decidersi e allung anch'egli la mano sul piatto, imitato uno dopo l'altro dagli altri.
Che ne pensate, amici? Credo che ne siate soddisfatti, a giudicare dalle vostre espressioni.
Certo i vostri cuochi son degni di un re, replic Oliverotto, dopo aver inghiottito un secondo
boccone. Ma non  con i cuochi che si innalzano troni, aggiunse subito dopo, passandosi sulle
labbra la manica del farsetto. Ma con lance e cannoni. Voi avete cacio e fichi, noi il ferro.
Dunque?
Cesare aveva osservato con una smorfia impercettibile il gesto del condottiero. Schiocc le dita
rivolto a uno dei paggi, che inteso del segnale si affrett a deporre davanti a Oliverotto un vaso
ricolmo di acqua. Perdonate la mia dimenticanza. I nostri maggiori ci insegnano che mai sulla
tavola deve mancare l'acqua per i lavacri. Ma la nostra  una tavola di guerra, dopo tutto,
approntata sul campo delle battaglie, e come in quelle non tutto  prevedibile, cos in questa pu
verificarsi qualche defezione. Ma quanto al resto avete ragione, Oliverotto: non  col cacio e con i
fichi che si costruiscono i regni.
E dunque cosa ponete sul piatto, oltre le vostre vivande, per smentire il nostro timore che voi
vogliate farvi re e spogliare per primi noi dei nostri possessi?
Perch pensate questo? replic Cesare, in tono accorato. Voi, i miei pi fedeli compagni di
tante imprese! Eppure dovreste aver imparato a conoscermi, in questi anni sul campo, passando di
giornata vittoriosa in giornata vittoriosa.
Ce ne d segno l'operare in primo del papa vostro padre. Che spoglia d'imperio e per decretali
i signori di Romagna, attribuendone a voi la successione!
Signorie secolari vengono infrante a vostro vantaggio. Chi ci garantisce che non tocchi la
stessa sorte ai nostri castelli? si aggiunse Paolo Orsini, ritrovando come d'incanto una voce
profonda e sonora.
A Roma Alessandro VI ha disfatto Colonna e spogliato Riario, saccheggia il tesoro e le casse di
porporati e privati cittadini, e tutto per fornire a voi i mezzi per nuove armi ed armati. Si dice che
Luigi di Francia stesso intenda provvedervi di altre lance, quasi i nostri uomini pi non vi
bastassero all'impresa, rincar Oliverotto. Cosa avete in mente?
Cesare reclin per un attimo il capo sul petto, come se un improvviso pensiero avesse preso ad
opprimerlo. Rimase cos per un lungo istante, tra gli sguardi perplessi e sospettosi dei presenti.
Poi di colpo parve scuotersi, rialz la testa e abbracci con uno sguardo acceso tutta la tavola.
Ebbene, vi ho aperto pi volte il mio cuore, e questo ben sapete. Ma v' nell'animo di ogni uomo
uno scrigno segreto, di cui egli stesso sovente non possiede la chiave. E quello che dentro vi
ribolle rimane allora oscuro per tutto il tempo della sua vita terrena, e solo si dischiude quando,
spenta la carne, l'anima si presenta nuda al cospetto del giudizio di Dio.
Vitellozzo sembr sul punto di interrompere il discorso del duca, ma poi si arrest, la bocca
socchiusa.
E il mio animo non differisce da quello degli altri uomini, se non forse per un eccesso di
discrezione.  questo e solo questo che rende difficile attingere alla mia profondit, seguit
Cesare, dopo un sospiro. Ma negli ultimi tempi ho finalmente sollevato il coperchio e guardato
quello che vi si nasconde.
E cosa avete scoperto, duca? chiese perplesso Paolo Orsini.
Lo saprete. Per anni, sin dalla prima infanzia di cui abbia memoria, ho contemplato il mio volto
nello specchio. Fosse esso un cerchio di acciaio polito, un vetro veneziano o un rivo d'acqua
durante la campagna. Cercando ogni pi minuto particolare delle fattezze che Natura aveva
assegnato al mio essere. Cercando le tracce della mia stirpe, il maschio seme del padre e la
dolcezza della madre, e pi oltre le tracce del sangue degli avi, e prima ancora il marchio
impressovi dal popolo giunto da oriente a sostituire le genti romane che possedevano la terra di
Catalogna. Ho convissuto con il mio volto, credendo che quello che vedevo fosse lo stesso volto
che gli altri vedevano.
Certo che era lo stesso, sbuff Oliverotto, che aveva seguito appena le parole di Cesare. Non
v' specchio che rimandi immagine diversa da quella di chi vi contempla. E quello che voi vedete
nel cristallo  certo lo stesso di quello che anche noi vediamo. Voi siete il Valentino, identico nel
vetro e nei nostri occhi...
Eppure v' un altro, dentro di me, diverso da ci che appare. Ma non interrompiamo il convito,
o amici. Ci sar tempo per le spiegazioni. Ora  il tempo della gioia del corpo, i miei battitori
hanno lavorato a lungo per i campi per approntare il prossimo piatto, lo interruppe Cesare,
battendo di nuovo le mani.
Obbedienti al suo ordine, i valletti uscirono in fretta, per riapparire dopo qualche istante
recando dei grandi piatti ripieni di beccacce e fagiani arrostiti e ricoperti di una pesante glassa di
miele. Con delle grandi forche, i valletti si affrettarono a riempire i piatti dei commensali, per poi
tornare ad allinearsi alle loro spalle.
Non ho ben compreso il vostro argomento, disse Francesco Orsini, dopo aver strappato con i
denti il petto di una beccaccia e averlo inghiottito accompagnato da una sorsata di vino. Voi
sareste diverso da quello che appare?
S, scand solennemente Cesare. Voi avete visto finora in me un uomo ambizioso, desideroso
di conquista, avido di donne e ricchezze. Un figlio bastardo, costretto a rivendicare con la spada il
posto nel mondo che i suoi natali gli hanno negato di diritto.
I convitati si scambiarono una rapida occhiata, poi Vitellozzo scoppi in una risata, seguito
subito dagli altri. Siamo tutti bastardi, Valentino!  per questo che dobbiamo strappare la vita a
colpi di spada, invece di poltrire sulle sete dei nostri fratelli legittimi. E voi non siete in nulla
diverso da noi!
Forse nel fatto siamo simili, ma nel sogno resta la differenza tra noi. Brindiamo al sogno,
amici! replic Cesare sollevando la coppa e portandola alle labbra.
Al sogno? Brindo volentieri, per la dolcezza di questo nettare, rispose Oliverotto, ingollando a
sua volta un abbondante sorso di vino. Ma quanto al sogno, che intendete?
La rocca che ci ospita, le terre che abbiamo conquistato. Certo, grazie alla vostra valentia, 
sicura. Eppure quelle terre non sono che un'infima parte di questa gloriosa penisola, che attende
dai tempi dei romani di tornare unita sotto un unico scettro. Divise Venezia e Milano, e Firenze e
Napoli e Roma stessa non sono che gemme di una splendida corona, magnifica ma esposta alla
mano rapace del primo straniero che ardisca allungarla su di essa, disse Cesare, elencando i
nomi delle citt sulla punta delle dita. Divisi non siamo che teste di turco, bersagli inermi di un
torneo in cui solo lo straniero pu caracollare altezzoso, certo del premio. Cesare si interruppe,
continuando a tendere verso gli altri la mano a palma all'ins. Ma uniti... seguit dopo un
attimo, serrando di scatto a pugno le dita. Ma uniti non sarebbero pi queste citt solo delle
gemme da trattare sul banco del cambiavalute, perch si muterebbero nelle punte d'acciaio del
guanto di ferro con cui forgeremo il nostro destino.
 questo il vostro sogno, Valentino? chiese Paolo Orsini, l'unico tra i presenti che non aveva
ancora brindato, limitandosi a giocherellare con la coppa stretta tra le dita.
E se lo fosse? replic Cesare.
Il vecchio scoppi a ridere. Allora significa che siete pi pazzo di quel che si dice! Conquistare
Venezia e Firenze e Milano e Napoli e Roma, ridurle sotto il vostro potere, dominare la penisola!
Voi non vi rendete conto della follia del vostro disegno, esclam poi, levandosi di scatto in piedi.
Oppure vi fate gioco di noi, come un giullare che irrida gli spettatori di una commedia di cui non
si capisce il fine!
Certo, con queste mirabili prospettive voi non fate altro che nascondere sotto fiorite metafore
il vostro vero scopo, che  quello di farvi signore delle terre di Romagna, le nostre! si aggiunse
Vitellozzo.
Non  cos, amici. Io voglio invece il vostro aiuto, pari tra i pari, e farvi baroni del regno
d'Italia, eletti della mia corte. I vostri feudi e possessi non verranno rapiti, al contrario saliranno al
rango di marche e di contee. Che siete ora? Uomini d'arme, costretti a strappare giorno per
giorno la vostra sussistenza, al servizio or di un padrone or d'un altro. Ma un regno! esclam
Cesare, fissando nel vuoto come se vedesse davanti agli occhi distendersi le campagne, i monti e i
fiumi di quello che andava descrivendo. Un regno! Dalle aspre cime alpine fino alle nevi
dell'Etna, e pi oltre, sul mare verso l'Africa arida e ricca d'oro e gemme e schiavi. Mia sar la
Corona di Ferro, ma vostre le insegne di una nuova nobilt d'Italia, che scaccer l'antica: Scala,
Sforza, Montefeltro, saranno nomi e stendardi lacerati, schiacciati sotto i nostri calzari.
Voi sognate, Valentino. Mai Spagna e Francia acconsentiranno a che tra di loro si levi un terzo
potere, che salga a togliere quella preda che ormai tengono per propria, disse il vecchio Orsini.
E lasciate che vi sia profeta: nemmeno il papa vostro padre si piegherebbe pi di tanto a porre
Roma e il suo destino nelle vostre mani, siate pure il suo figlio bastardo. Egli vi lascia correre per
la campagna che  gi sua, e rafforzare un dominio che  gi nel patrimonio di San Pietro. Ma se
soltanto vi poneste al di l di quei confini che egli ritiene opportuni, sarebbe il primo vostro
implacabile nemico. E nostro, se noi ci incanaglissimo con voi.
E dunque cosa chiedete, per ristabilire tra noi la perduta concordia?
Che voi rinunciate a queste fole, e che rispettiate i termini del nostro primo patto. Che
rendiate le terre conquistate ai signori cui l'avete strappata, che lasciate Bologna alla sua
indipendenza, che non trattiate con Firenze ambigui e notturni accordi. Che insomma rientriate
nei limiti onesti di un condottiero tra condottieri.
Voglio rassicurarvi in tutto, amici miei. Ho inteso la radice del vostro malanimo, che vi giuro
non  il mio. Non lo giustifico, ma lo comprendo. Come falene notturne, temete la mia fiamma, e
ne siete al tempo stesso affascinati e intimoriti.
Ma che dite, Valentino! Noi affascinati dal vostro fuoco! scatt Vitellozzo.
Conoscete la storia della rana e dello scorpione? chiese di getto Cesare.
No. Che altra fola  questa? replic Paolo Orsini. Era tornato a sedere, ma la sua espressione
corrucciata restava la miglior prova di come fosse scontento dell'andamento della riunione. Non
siamo venuti in questa rocca per ascoltare favole, ma per chiarire le vostre intenzioni!
Cesare Borgia affond il mento nel petto, con la mossa che gli era solita, poi rialz il volto di
scatto e scoppi a ridere a sua volta. Ebbene s, amici, ho giocato un po' con voi. Ma sapete,  il
mio carattere!
Il vostro carattere... che vuol dire?
Ne avrete saziet di intelletto, presto. Ma ora veniamo al pezzo forte del convito! Si avanzino i
trincianti!
Dalla porta fecero ingresso altri valletti che recavano sulle spalle, come una sorta di feretro, un
grande ovale di legno su cui fumigava il corpaccio intero di un grosso verro arrostito circondato
da mele e altre frutta. Il corteo era accompagnato ai lati da quattro altri uomini che impugnavano
in entrambe le mani dei lunghi coltelli scintillanti, che ricordavano nella foggia le scimitarre degli
infedeli.
Ecco il meglio che i miei cuochi hanno saputo approntare, e i quattro con i coltelli sono tra i
pi abili trincianti che il re di Francia ha spedito da me, come dono augurale. Tengo a loro forse
ancor pi che alle cinquecento lance con cui son giunti fin qui a darmi man forte.
Davvero? E in cosa sarebbero pi abili di uno qualsiasi dei nostri servitori in tavola?
Ora lo vedrete, rispose Cesare Borgia, alzando l'indice della mano destra.
I trincianti si inchinarono profondamente alla volta del duca, poi sollevarono i lunghi coltelli che
avevano tenuti poggiati sulle spalle e presero a farne scorrere con energia i lati affilati l'un contro
l'altro, pi e pi volte.
Sembravano volerne rinvigorire il filo tagliente fino a rendere le lame simili a rasoi. Quando
parvero soddisfatti, tornarono a inchinarsi e si immobilizzarono con entrambe le lame levate al
cielo.
Finiamola con queste sofisticherie, disse Oliverotto, lo sguardo famelico rivolto all'enorme
piatto di arrosto, da cui si levava un aroma intenso che aveva ormai permeato l'intera sala. Ci
avete stuzzicato l'appetito, con le vostre chiacchiere, e qualunque sia l'accordo cui verremo,
voglio che il mio stomaco sia ben pieno al momento di sottoscriverlo.
Oh, non temete, questo avverr, rispose il duca. Ma prima lasciate che vi narri una storia.
Una storia? Preferirei di gran lunga la compagnia di quelle musicanti, e meglio ancora se
accompagnate dai saltelli di qualche bella ganza! sghignazz Francesco Orsini, senza distogliere
gli occhi dalla massa fumante dell'arrosto.
Aspettate, amici. Ancora un attimo di pazienza, scoprirete che il sapore del piacere  pi
succulento se accompagnato dall'attesa. Ma bene, la storia verr al tempo opportuno. Cominciate
l'opera! disse il duca rivolto ai trincianti.
I quattro come un sol uomo si avvicinarono al corpaccio del verro e conficcarono le lame nella
carne sugosa, tagliandone ognuno un grosso pezzo. Quindi, infilata su una delle lame la parte
tagliata, la avvicinarono al piatto degli invitati e presero a ridurla in parti pi piccole con colpi
precisi della seconda lama. I quattro continuarono nella propria operazione fino ad accumulare nel
piatto degli ospiti una piccola montagna di carne. Poi di colpo si voltarono verso le guardie che
sorvegliavano i rispettivi padroni.
Le lame guizzarono, con un rapido barbaglio alla luce delle torce, e si conficcarono con
precisione alla base del collo dei bersagli, nell'unico punto indifeso tra la gorgiera e il sottogola
dell'elmo.
Dal chiuso del suo osservatorio Leonardo continuava a osservare, raggelato da quello che
vedeva. L'azione era stata cos rapida che per un istante credette di essere vittima di
un'allucinazione. Quel colpo inferto in parallelo e con tanta precisione su due bersagli diversi, con
una velocit da renderlo quasi impercettibile, aveva del miracoloso. Nessun combattente, per
quanto addestrato, sarebbe stato in grado di eseguirlo. Solo l'abilit da giocolieri dei trincianti
aveva potuto renderlo possibile.
Fiotti di sangue zampillarono dalle ferite mortali, irrorando le spalle dei quattro condottieri, che
avevano appena cominciato ad attingere dai propri piatti. Una pioggia abbondante, calda, che per
i primi istanti non venne notata. Oliverotto fu il primo ad accorgersi della colatura scarlatta che gli
scivolava sul petto. Cominci a voltarsi, ma non pot completare il movimento che i valletti
allineati alle sue spalle avevano lasciato andare i versatoi e si erano gettati su di lui, afferrandolo
per le braccia e schiacciandolo impotente contro il tavolo, insieme con Vitellozzo che gli sedeva a
fianco.
Anche dall'altra parte del tavolo si ripeteva la stessa scena. Entrambi gli Orsini erano stati
immobilizzati, il pi giovane spinto col volto a lordarsi nel piatto fumante, il vecchio trattato con
appena maggior rispetto e pressato contro lo schienale dello scranno.
Cesare Borgia aveva seguito l'azione impassibile. Si alz lentamente, incurante delle urla di
protesta che provenivano dai prigionieri, poi accenn appena col mento al corpo di una delle
guardie ancora in vita, che agonizzava rantolando sul pavimento. Liberate la sala. Il convito non
 concluso. Manca ancora la vivanda migliore.
Dalla porta intanto era entrato rapidamente un gran numero di altri uomini, questi armati e
protetti da armature, che andarono a sostituire i valletti nel trattenere i quattro prigionieri,
mentre quelli liberavano dalle stoviglie i lunghi teli con cui era stata coperta la tavola. Rapidi vi
avvolsero i corpi delle guardie dei condottieri, senza far distinzione tra morti e moribondi, poi
sempre in fretta sparirono oltre la porta, trascinando il loro macabro carico che lasciava dietro di
s una copiosa scia di sangue.
Che fate, dannato Valentino... rugg Vitellozzo dalla sua incomoda posizione, torcendo a forza
la testa. Pagherete per questo!
Nemmeno vostro padre perdoner tanta arroganza! grid a sua volta Oliverotto, riemergendo
con il volto semiustionato dal piatto pieno di carne bollente. Maledetto, voi e la vostra schiatta
spagnola!
Dall'altro lato, i due Orsini tacevano, come inebetiti. Dalla loro posizione avevano scorto con
raccapriccio la rimozione dei corpi degli uccisi. Il giovane Francesco sembrava paralizzato
dall'orrore.
Anche il vecchio aveva stampata sul volto una maschera sofferente. Ma per essere stato trattato
con minor durezza all'atto della cattura, sembrava aver conservato una maggiore presenza di
spirito. Duca, con quest'atto voi mostrate un aspetto esecrabile. E soprattutto poco avveduto.
Tradire i vostri ospiti  un insulto a ogni legge cristiana, e a ogni consuetudine di ospitalit nei
millenni. Ma soprattutto decretate un danno a voi e alla vostra causa.
Cesare Borgia sembrava distratto. Legate questi uomini ai loro scranni, ordin.
Subito gli uomini armati che trattenevano i prigionieri contro il tavolo li sollevarono e li
avvinsero strettamente agli alti schienali, le mani legate dietro alla schiena con le corde che
avevano arrotolate intorno alla cintura. Poi fecero lo stesso con le caviglie, legandole contro i
massicci piedi dei sedili.
State commettendo un tragico errore! torn a esclamare Paolo Orsini, tentando di scuotere
flebilmente i legacci. Anche gli altri provavano a divincolarsi, ma senza alcun risultato.
Vi ascolto, Orsini, replic Cesare, che solo allora parve rendersi conto delle proteste. La
vostra canizie, la vostra nobilt e la vostra esperienza meritano rispetto. Dite dunque perch io
danneggerei la mia causa, punendo chi dopo essere stato da me innalzato ha pensato di tradirmi.
Non traditori avete davanti a voi, ma vostri pari, che invocano da voi il rispetto che hanno
meritato ponendo la loro spada al vostro servizio...
Al mio servizio?
... e senza i quali mai sareste giunto alle altezze di cui ora vi gloriate. E a maggior ragione
avete bisogno di noi, se volete proseguire nel cammino trionfale che vi siete riproposto.
Cesare non replic. Sembrava soppesare le parole del vecchio, come se soltanto ora si fosse
posto a valutare quell'aspetto.
Avete bisogno di amici e non di nemici, di fama di generoso e non di spietato. Portate il nome
del grande Cesare, siatene allora degno in tutto, a cominciare dall'emulare la sua clemenza. Avete
bisogno delle nostre spade! incalz Paolo Orsini.
Un mugolio rabbioso degli altri prigionieri aveva accompagnato queste ultime parole.
Cesare Borgia lentamente annu. Credo che abbiate ragione.
Il vecchio emise un sospiro di sollievo. Allora liberate me e i miei compagni, e torniamo a
essere compagni di tenda come prima dei nostri dissapori.
Credo che abbiate ragione, ripet Cesare, in tono assorto. Ma forse non conoscete la storia
della rana e dello scorpione.
Che dite... mormor inquieto il vecchio.
 una leggenda che si ricorda nelle terre d'origine della mia stirpe, sulle montagne della
Catalogna. Vorrei che la ascoltaste tutti, ospiti miei. E sono certo che ne godrebbe anche un
grande artista, massimo tra quanti onorano questa terra, il maestro Leonardo da Vinci, riprese il
duca, lanciando un rapido sguardo verso la feritoia nella parete.
Che intendete con questo? Liberateci, piuttosto, mastic tra le labbra serrate Oliverotto.
Non c' bisogno di tirare in ballo dipintori, ma che recuperiate i buoni sentimenti!
La nostra opera  somma, amici miei. Il nuovo patto che si stipuler in questa sala sar la
pietra d'angolo di quel maestoso edificio di cui vi parlai, il nuovo regno che guider l'Italia fino a
sedere accanto ai grandi del mondo. Non godreste, se questo momento riempisse gli occhi del pi
grande maestro del secolo? O che egli ne traesse suggerimento per l'opera con cui celebrer il
nostro trionfo?
Il nostro trionfo? mormor il vecchio Orsini, scuotendo la testa e cercando con gli occhi il
cugino, legato al suo fianco. Anche il pi giovane Francesco sembrava essersi arreso agli eventi, e
fissava attonito Cesare Borgia.
Dall'altra parte del tavolo invece tanto Vitellozzo Vitelli che Oliverotto non cessavano di
divincolarsi, tentando senza successo di allentare i legacci strettissimi che li bloccavano. Entrambi
sbuffavano e digrignavano i denti, masticando bestemmie sotto lo sguardo beffardo degli uomini
che li avevano catturati, i quali si limitavano a controllare che non riuscissero a liberarsi. Solo a
un certo punto trascinarono gli scranni con sopra i corpi legati, in modo che i due schienali
fossero disposti l'uno contro l'altro e i prigionieri non fossero pi in grado di scambiarsi alcun
segnale.
Cesare Borgia sembrava divertito da quegli sforzi inutili. Perch tanta eccitazione, amici?
Torniamo alle nostre faccende. Certo, ho soppesato le vostre parole. E seppure, vi confesso, preda
dell'ira e del risentimento contro di voi, per le mene e il tradimento che ha portato alla perdita di
tanti possessi guadagnati con arte e con fatica, pure non nego che meglio sarebbe una pace
riconquistata tra noi, che non un battagliare che danneggerebbe tutti. Una nuova armonia,
costruita su una alleanza rinnovellata dalla reciproca fiducia. Un ricominciare dalla pagina
bianca.
Ecco, Valentino, date prova di saggezza, disse Paolo Orsini, con aria rinfrancata.
Anche Vitellozzo e Oliverotto avevano rallentato i propri sforzi fino a cessarli del tutto, e
ascoltavano. Una pace rinnovellata...
Spero che il sangue che avete sparso sia solo frutto di un momentaneo eccesso, e che siate
rinsavito... seguit il vecchio Orsini.
Sperate questo?  giusto, la speranza  la penultima dea, mormor il duca. E voglio
rallegrarvi proprio con un canto, aggiunse, lanciando un cenno alla volta delle cantatrici, che sul
fondo tacevano impietrite. Ors, mie giovani, deliziateci con quella vostra frottola sulla
speranza.
Le musicanti cominciarono a cantare con un fil di voce, sempre pi forte a mano a mano che
riprendevano coraggio.
Io non compro pi speranza
ch gli  falsa mercanzia,
a dar solo attendo via
quella poca che m'avanza.
Io non compro pi speranza
ch gli  falsa mercanzia.
Cara un tempo la comprai,
or la vendo a buon mercato
e consiglio ben che mai
non ne compri un sventurato
ma sempre nel suo stato
se ne resti con costanza.
Io non compro pi speranza
ch gli  falsa mercanzia.
El sperar  come 'l sogno
che per pi riesce in nulla,
el sperar proprio il bisogno
di chi al vento si trastulla,
el sperar sovente annulla
chi continua la sua danza.
Io non compro pi speranza
ch gli  falsa mercanzia.
La musica si spense. Avete gradito questa frottola gentile? Non credete che si adatti bene alla
presente contingenza? Non pensate che, davvero, sia inutile sperare? scand freddo Cesare,
squadrando uno dopo l'altro i prigionieri. Oh, ma perdonate la mia disattenzione, vi avevo
promesso un grazioso apologo, e stavo dimenticando di onorare la promessa. Ebbene, accadde
non molti anni or sono, nelle nostre contrade. Una rana e uno scorpione si incontrarono davanti a
un rio. "Prendimi sulle tue spalle", disse lo scorpione, "e insieme attraverseremo le acque. In
cambio dell'aiuto, io ti protegger con il mio aculeo da qualsiasi pesce che volesse divorarti." "Ho
timore a far questo", rispose la rana, perplessa. "Se tu pungessi anche me, io morirei!" "Ma la tua
tema  illogica", replic a sua volta lo scorpione. "Se ti pungessi tu moriresti,  vero. Ma morendo
trascineresti al fondo anche me, che non posso nuotare. Come vedi farti del male sarebbe per me
la morte." Cesare Borgia si arrest, come se volesse valutare l'effetto delle sue parole sui
presenti.
E allora, duca? balbett il vecchio Orsini. Che cosa capit a questa rana e allo scorpione?
La rana, convinta dalla logica dello scorpione, accett di caricarselo sulle spalle, e cominci a
nuotare verso l'altra sponda. Ma quando fu al centro del rio avvert un dolore terribile, e un velo
nero scenderle sugli occhi. Era il veleno dello scorpione, che l'aveva trafitta con il suo aculeo. "Ma
perch?" sussurr con le sue ultime forze. "Cos moriremo entrambi. Non  logico."
Il duca tacque di nuovo. Schiocc le dita verso i valletti che ora avevano raccolto i versatoi
ancora semipieni da terra. Al suo segnale si affrettarono a riempire le coppe rimaste sul tavolo.
Cesare Borgia aveva seguito i loro gesti con un'aria di apprezzamento. Taceva, come se aspettasse
che i servi compissero qualche altra azione, ma i valletti si erano ritirati di nuovo contro le pareti.
Passarono alcuni lunghi attimi.
E qual  il senso di questa vostra allegoria, duca? mormor Paolo Orsini, rompendo il silenzio.
Cesare Borgia parve riscuotersi dall'immobilit in cui era caduto. "Non  logico", rispose lo
scorpione, "ma  il mio carattere!" Brindiamo al carattere, amici, aggiunse poi, sollevando a sua
volta la coppa.
Come a un altro segnale convenuto, i valletti afferrarono le coppe ricolme e le avvicinarono alla
bocca dei prigionieri, costringendoli a bere una lunga sorsata.
Il vino scorreva lungo i menti e le barbe, scatenando colpi di tosse e singulti. Leonardo seguiva la
scena inorridito. Poi con la coda dell'occhio percep un movimento accanto a s. Un uomo vestito
con la cappa rossa e la maschera degli esecutori di giustizia era come apparso dal nulla. Nella
mano destra stringeva un bastone di forse un piede di lunghezza, e nell'altra un tratto di corda
avvoltolata.
Con uno scatto fulmineo balz a fianco dei due legati schiena contro schiena, e pass un rapido
giro di corda intorno agli schienali degli scranni, all'altezza dei loro colli. Poi inser il bastone sotto
quell'anello improvvisato e lo torse, stringendo il cappio di una frazione.
Quel movimento ricord a Leonardo un meccanismo su cui anch'egli aveva lavorato: un nuovo
dispositivo a molla per innescare le armi da fuoco. Ma qui non v'era nessuna molla d'acciaio da
porre in tensione, solo qualcosa di molto pi sinistro.
Il movimento non pareva esser stato rilevato dai due prigionieri. Dall'altra parte del tavolo, i
due Orsini invece sembravano aver colto il senso di quello che stava accadendo, lasciandosi
andare entrambi a un rimescolio concitato di suppliche e di imprecazioni.
Cesare Borgia alz di nuovo l'indice, e l'uomo mascherato inferse una seconda rotazione al suo
bastone. Questa volta il laccio serrandosi ancora aveva raggiunto la gola dei due prigionieri,
schiacciandola contro lo schienale degli scranni.
Sia Vitellozzo che il suo compagno reagirono con un'esclamazione di rabbia, che subito si
tramut in un lamento. Il duca era tornato a impartire l'ordine, e questa volta la corda affond
nella pelle dei due prigionieri, scavando un solco sanguigno nel punto della stretta. Anche la
respirazione doveva esserne ostacolata, per i colpi di tosse e l'ansimare che ora aveva sostituito i
lamenti.
Cesare alz l'indice, e subito l'esecutore arrest la sua azione, fissando il duca in attesa di nuovi
ordini.
Voglio che si unisca a noi, o amici, quel grande ingegno di cui vi ho parlato, che fino a questo
punto si  mantenuto in un discreto isolamento. Ma  il tempo di avere il conforto del suo genio,
per risolvere un'incertezza di cui ora sono preda. Convocate dunque tra noi il maestro Leonardo,
che attende di l. E voi, cantatrici, riprendete la vostra arte, continuate a rallegrare con dolci
melodie questi attimi, seguit poi, rivolto alle giovani che si stringevano l'un l'altra ammutolite
per il terrore.
Mentre nella sala tornavano a risuonare le note della frottola, Leonardo avvert alle sue spalle
una nuova presenza. Un armigero era entrato nell'angusto nascondiglio.
Il duca Valentino vi chiede la cortesia di unirvi alla sua mensa, disse l'uomo, in tono affabile
ma che non lasciava dubbi sulla perentoriet dell'ordine. Poi usc nel corridoio, guidando l'artista
verso la sala del convito.
Facendo appello a tutta la sua presenza di spirito Leonardo si fece avanti, cercando di evitare le
grandi chiazze di sangue che deturpavano il pavimento, ridotto a un mattatoio.
Maestro, prendete posto! sent il duca esclamare allegramente, mentre gli indicava uno
scranno che era stato aggiunto sul fondo della tavola. Vedete? seguit sempre rivolto all'artista,
accennando ai volti paonazzi e stravolti dalla rabbia dei due avvinti per il collo. Non trovate in
questi uomini nuova materia per quei vostri volti imbestiati, di cui mi avete parlato e mostrato
qualche saggio sulla carta?
Leonardo distolse gli occhi dal duca e rivolse la sua attenzione per alcuni attimi sui due
prigionieri. Se dovessi ritrarre in una composta allegoria tanto l'Ira quanto il Terrore, certo
quello che vedo mi sarebbe di giovamento, rispose a mezza voce.
Ho richiesto di voi sol ora, perch l'armonia dei vostri celesti pensieri non fosse turbata
dall'infelice violenza che ho dovuto esercitare per sgombrare il convito da presenze indesiderate.
Ma ora che siamo rimasti tra noi, non v'era motivo di privarci della vostra nobile presenza. V'
ancora molta vivanda da servire, e della migliore. Torn a indicare i due prigionieri. Poi, dopo un
attimo di riflessione, prosegu: Non discutemmo gi della perfezione, e di come il bello nasca
sempre dall'armoniosa composizione di parti diverse? Ho sempre pensato che la ragione fosse
dalla vostra, e che per certo la bellezza del Cosmo si riverberasse soltanto in opere di analoga,
eccelsa complessit. Come quelle incredibili vostre macchine, di cui nessuno ha mai visto
l'eguale.
Questo credo anche io... mormor Leonardo, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal volto
dei due sventurati.
Eppure ammirate la terribile semplicit di questo strumento per le esecuzioni. Nulla pi che
un anello e una barra. Ma la sua efficacia eguaglia con discrezione l'opera di forche imponenti, o
di ceppi e mannaie. E non deturpa di sangue il luogo della giustizia. Ed  sommamente pietoso.
Pietoso, duca? replic l'artista. Il volto dei due uomini stava diventando paonazzo, il petto
squassato dallo sforzo di ingurgitare aria reso quasi impossibile dal legamento.
Pietoso. E generoso. Esso rende al reo il tempo di considerare le proprie colpe, accusarsene
presso Dio e implorare piet per i peccati. Nell'affrontare la prima morte corporale egli ha la
possibilit di emendarsi dalla seconda, quella definitiva dello spirito. Io schiudo a questi due
traditori le porte del paradiso!
Leonardo volse lo sguardo verso i due agonizzanti. La loro espressione terrorizzata non
suggeriva che fossero immersi in alcuna sorta di confessione, ma solo sconvolti dall'abisso che si
stava spalancando davanti a loro. Un abisso che anche a lui pareva di vedere allargarsi davanti a
s, una macchia scura in cui tra poco sarebbe scivolato il tavolo con tutti i suoi arredi, e poi forse
loro stessi e tutta la fortezza intorno a loro. E quelle espressioni sconvolte dalla sofferenza gli
ricordavano qualcosa che aveva visto in giovent, e la cui violenza doveva averlo segnato cos
profondamente da riemergere ora dopo tanti anni, con la stessa terribile forza di allora.
Non credete, maestro?
Richiamato dalle parole di Cesare l'artista torn con la mente al presente. Stava per replicare,
quando nel sipario che nasconde i ricordi torn ad aprirsi uno spiraglio, da cui prima un fiotto di
luce e poi una grandiosa immagine dilag nella sua mente. Era un giorno assolato, nella sua
Firenze, il giorno in cui erano stati gettati dagli spalti del palazzo della Signoria i corpi degli
uomini catturati dopo la fallita congiura dei Pazzi. Avvinti per il collo, nemmeno il tempo di gridare
prima che con uno schiocco la corda si fosse tesa, spezzando loro l'osso del collo.
E quei corpi appesi come macabri pendagli erano finiti su un foglio, schizzati in fretta con la
stecca di carbone che sempre anche allora recava con s. La luce del sole aveva brillato sui loro
volti paonazzi, lo stesso colore che ora rivedeva sui volti dei prigionieri.
Osservate, allora. Forse questo vi verr utile in quella futura opera di cui abbiamo parlato, la
grandezza e la terribilit della guerra. Miguel, aggiungi una spira.
L'uomo incappucciato torn a girare il corto bastone. Oliverotto strabuzz gli occhi, mentre la
corda gli penetrava sotto il pomo d'Adamo, soffocandolo. Un filo di bava apparve all'angolo della
bocca, scivolando poi lungo il mento come la traccia viscida di una lumaca.
Vitellozzo Vitelli era riuscito a girare la testa di lato con uno scatto disperato. Nel movimento, la
corda aveva scavato ancor di pi il suo solco scarlatto, che adesso sanguinava come per una ferita
aperta. Ma questa posizione gli consentiva ancora di far affluire un po' di ossigeno ai polmoni.
Riusc quindi a farfugliare qualche parola, che usciva masticata dalle sue labbra insieme con una
spuma sanguigna.
Parole incomprensibili, come se fossero pronunciate non da un essere umano, ma da uno di
quegli strani esseri che i viaggiatori narravano di aver incontrato in terre remote, esseri nati da
incubi o da vendette degli di.
Un discorso estremo, in cui si mescolavano il bramito dell'unicorno, il soffio della manticora, il
sibilo dell'idra. E tra tutti quei suoni ferini, di tanto in tanto prendeva corpo una parola dell'idioma
degli uomini, come se in una remota foresta fosse in corso un incredibile dialogo tra umanit e
meraviglie.
Anche Cesare Borgia doveva aver riconosciuto qualche parola. Si avvicin con aria di curiosit
ostentata ai prigionieri. Che dite, Vitellozzo? Volete liberare l'animo dalle vostre colpe? Perch
possa scendere pi alacremente alle sponde di Dite, come un guerriero sciolto dai vincoli di lancia
e scudo, al termine della giornata?  questo?
Era difficile capire se Vitellozzo avesse compreso le parole del duca. I suoi occhi iniettati di
sangue sembravano fissare quelli del suo persecutore, ma la nebbia della morte che ormai li
velava rendeva dubbia ogni sua reazione.
Ho visto il vostro atlante delle nostre interiora, maestro Leonardo, disse Cesare, distogliendo
di colpo la sua attenzione dall'uomo in agonia, come se fosse stato attratto da un pensiero
improvviso. Non v' un grosso vaso di sangue, qui sul lato del collo? chiese, indicando la
giugulare.
S,  come voi dite, rispose l'artista dopo un attimo. Attraverso di esso il sangue connette il
cuore e il cervello.
Cesare Borgia annu, con aria pensosa.  quello che si cerca sempre di tranciare, quando si
attacca di punta. Poi torn a osservare Vitellozzo che ansimava sempre pi affannosamente. E
dunque, maestro, dove si nasconde il nostro principio vitale? Nel cuore, come credevano i nostri
antichi saggi, o nel cervello, come sento dire dai nostri moderni cerusici, quella gentaglia che
inutilmente mi ricopre di unguenti e pozioni, fingendo di curare il mio male?
Dai miei studi, ho ricavato come entrambi siano essenziali alla fisica sopravvivenza. N vive
l'essere se ferito al cuore n se colpito al cerebro. Questo per gli spiriti vitali, ma per quanto
attiene all'animus la sua sede rimane indefinita. Perch se qualcosa ci perturba essa colpisce del
pari entrambi: la mente si confonde e il cuore palpita, all'unisono.
Bene, maestro Leonardo. E dunque vi offro l'occasione di risolvere la questione. Se Miguel
desse ancora un tratto di corda, e quel vaso di sangue che dite collegare i due organi venisse
interrotto, non credete che la sede dell'animus sar l'ultima a varcare i cancelli della morte?
Svanir prima la luce dei suoi occhi, e la comprensione delle parole, oppure sar il suo cuore a fermarsi per primo, lasciando alla sua mente il tempo di avvertire la notte che si avvicina? Non vi esalta la possibilit di scoprirlo?
Non ho mai studiato tali misteri nel corpo di un vivo... mormor l'artista, tornando con lo sguardo su Vitellozzo, che continuava ad ansimare. Alle sue spalle Oliverotto aveva cessato ogni movimento, a parte un leggero tremolio delle gambe, appena percettibile. Anche i due Orsini sembravano precipitati nell'immobilit della morte, come se il terrore li avesse pietrificati prima ancora della fine.
Vivo? Capisco la vostra ritrosia, voi che nell'opera vostra vi circondate del calore dei vivi, per ritrarli sulla tela. Eppure, a pensarci, immobilizzati nei tratti del pennello, i vostri modelli non
sono altrettanto morti dei corpi che io lascio sul campo? Ma comunque  tempo di sanare la differenza!
Cesare Borgia mosse appena la destra verso l'uomo scarlatto. Miguel afferr il bastone e impresse questa volta due decisi giri. La corda penetr nel collo dei due imprigionati, accompagnata da un sinistro scricchiolio che indicava come la stretta avesse ormai raggiunto
anche le vertebre. Un leggero sussulto agit gli scranni, accompagnato da un lamento flebile come un sussurro.
Il condottiero sembrava osservare con grande interesse. Poi si mosse dalla sua posizione e si avvicin ai due corpi agonizzanti, facendo cenno a Leonardo di imitarlo. Accost il dorso della mano alle labbra ricoperte di schiuma di Vitellozzo, alla ricerca di un'eventuale traccia di respiro, poi agit le dita davanti ai suoi occhi, attento alla minima reazione delle pupille. Intanto con l'altra mano aveva sollevato il farsetto, poggiandola sopra il cuore dell'uomo ormai inerte. Temo che
l'esperienza non sia risolutiva, maestro. Entrambi gli organi sembrano essersi spenti nel medesimo tempo. O dobbiamo pensare che in costui l'anima risiedesse in un terzo luogo? Forse nei visceri o nella verga? Credete che sia possibile? In fondo in essa  nascosto il segreto della
nascita, potrebbe quindi celare quello della vita stessa? scand Cesare freddamente.
La macchina corporale che Dio ha creato  molto complessa, e sfugge alla nostra completa comprensione... comment Leonardo, stringendosi nelle spalle.
Dio... Dio... ripet il duca, sollevando lo sguardo in alto, come se cercasse nella volta della sala una risposta alla sua domanda. Non c' Dio qui, maestro, come non c' nella vostra opera.
Voi ne avete ritratto il figlio e la madre, ma mai il padre, in nessuna forma. Perch sapete che non esiste.
Anche Leonardo d'istinto aveva alzato gli occhi, fissando lo stesso spazio vuoto.
Non c' Dio qui, maestro, sent la voce di Cesare Borgia ripetere. Sono io il dio di questi luoghi, finch ne avr la forza. Conducete via i due Orsini, verr la loro ora pi tardi, aggiunse poi, rivolto alle guardie armate.
Leonardo continuava a fissare la scena impietrito. Le guardie avevano afferrato i due prigionieri e li trascinavano via scivolando sulle pozze di sangue, incuranti delle loro grida e degli sterili tentativi di liberarsi.
Narrate al vostro concittadino quello che avete visto, disse il condottiero. Forse lo apprezzer. Messer Niccol cercava un principe per l'Italia, aggiunse, facendosi di colpo cupo.
Ma ci vuole tempo, per questo. Cesare chin la testa, i denti serrati. Tempo... Ma ditegli di ci che avete visto, ripet, rialzandosi di scatto. E ditegli che per trecento giorni ancora il mio vessillo correr per l'Italia a scrivere il mio nome nella storia.
Trecento soltanto, duca?
Questi. Basteranno.
...
.
...
FINE.